«Un vero entusiasta»: Stewart Copeland racconta Taylor Hawkins | Rolling Stone Italia
Home Musica

«Un vero entusiasta»: Stewart Copeland racconta Taylor Hawkins

«Conosceva i segreti di tutti i batteristi. Non era egocentrico, non era competitivo. Era uno spasso. C’è un buco enorme laddove un tempo c’erano le risate che ci facevamo»

Sewart Copeland e Taylor Hawkins nel 2005

Foto: Scott Gries/Getty Images

Taylor Hawkins adorava i Police. «Mio fratello m’ha passato una copia di Zenyatta Mondatta», ha detto tre anni fa alla BBC «Era il 1982. Mi disse: “Vuoi diventare bravo? Impara a suonare come questo qui”. Le mie principali fonti d’ispirazione, forse anche i due musicisti che hanno plasmato il mio modo di suonare, sono Roger Taylor e Stewart Copeland».

Hawkins ha incontrato il suo eroe nel 2005. Da allora sono diventati amici e hanno suonato spesso nello studio casalingo di Copeland, il Sacred Grove, hanno passato del tempo assieme, hanno fatto lunghe chiacchierate al telefono. Sono ricordi che il batterista dei Police ha voluto condividere con Rolling Stone.

Non facciamo altro che scriverci per condividere lo shock e l’orrore, noialtri batteristi. Non voglio essere lugubre, ma l’ultima volta che Taylor e io ci siamo visti è stato al servizio funebre di Neil Peart. Oltre a Taylor c’erano Doane Perry [dei Jethro Tull], Danny Carey [dei Tool] e Chad Smith [dei Red Hot Chili Peppers]. Ce ne stavamo tutti lì a piangere la perdita della nostra comune guida Neil Peart. E ora purtroppo dovremo riunirci di nuovo.

A differenza dei chitarristi, a noi batteristi piace passare del tempo assieme. Ci credete più competitivi perché sul palco c’è una sola batteria e tanti ampli per gli altri strumenti? E invece ci piace sentire qualcun altro che percuote cose attorno a noi. Ecco, Taylor faceva parte di questa tribù. La confraternita delle bacchette. Abbiamo una nostra lingua che i chitarristi non comprendono e che per i tastieristi è proprio arabo.

Era uno spasso stare con Taylor e ora c’è un buco enorme laddove un tempo c’erano le risate che ci facevamo assieme. Quando non facevamo i pagliacci, stavamo al telefono a parlare di teorie strampalate, metodi per diventare straricchi in fretta, stronzate varie. Era implacabilmente allegro. Era anche sensibile, il che rendeva più interessante la sua allegria.

Era Mr. Fanboy. Roba da dirgli: «ok, Taylor, anche meno». Il suo tipico numero quando ci vedevamo era mettere su una maglietta dei Police scelta dalla sua collezione. Se andavamo da Neil, si metteva un t-shirt dei Rush. Aveva 50 anni, andava per gli 8.

Era fan di un sacco di gente, un vero entusiasta. Era un star, eppure era sinceramente interessato agli altri, alla loro storia, a quel che facevano. Sapeva tutto di tutti, ogni trucchetto usato dai suoi eroi musicali.

Quando andavi a trovarlo nella sua proprietà ti portava nella casa per gli ospiti che aveva trasformato in una sala da musica. Si metteva lì e suonava la doppia grancassa nello stile di John Bonham, cioè prima che inventassero il doppio pedale, il colpo secco di Neil su tutti e 14 i tom tom, le cose nel mio stile e in quelli di Roger Taylor e Phil Collins. Ogni aspetto lo affascinava e, di questo sono sicuro, concorreva a formarne lo stile, eppure suonava a modo suo. Non era egocentrico, non era competitivo. La ragione la sappiamo tutti quanti: il suo capo era un batterista. Anzi, peggio: uno dei migliori batteristi di sempre.

Ripenso al nostro primo incontro. Ho ricevuto tutto d’un tratto l’invito da parte dei Foo Fighters a volare sul loro aereo privato fino a San Francisco per suonare [nel 2005] e poi a New York dove avrebbero fatto 24 Hours of Foo su MTV. Mi sa che non li avevo mai incontrati prima. Sapete cosa mi ha colpito? Che avevano tutti altri progetti, band che aprivano il loro stesso concerto. Erano dei gran lavoratori quei ragazzi.

Non se se è stato Taylor oppure Dave a dire «è fatta, i Foo Fighters apriranno per i Police nel tour della reunion [nel 2007]». Ed erano già un gruppo da stadio. E insomma, quando abbiamo suonato al Dodger hanno insistito per aprire il concerto. A noi è andata bene, hanno infiammato lo stadio, non ci restava che uscire, fare i fighi e raccogliere l’entusiasmo. Una volta [in Certifiable, riferendosi al catering] Dave ha detto: «Hanno l’agnello, noi non ce l’abbiamo». Non è vero, ce l’avevano pure loro.

Coi Foo Fighters, Taylor non mostrava tutti i talenti che aveva. Ha cominciato a cantare solo dopo un po’. Voleva fare il materiale di Klark Kent [il debutto di Copeland del 1980]. «Senti» gli dicevo «tutti vogliono suonare la batteria, non ti va di cantare o suonare la chitarra?». Non mi sembrava gli piacesse. Probabilmente è stato Dave a spingerlo sul fronte del palco e a fargli fare la stessa scoperta che aveva fatto lui anni prima: «Non è astrofisica, per cantare ti serve giusto un po’ di carisma». Dave e Taylor sembravano fratelli. S’accapigliavano e un secondo dopo si abbracciavano come solo i fratelli sanno fare.

Sto per entrare nel mio settantesimo anno di vita. Nella confraternita dei batteristi potrei occuparmi della rubrica dei consigli. A lui non ho mai dato alcuna dritta su come suonare, sarebbe stato impertinente. In compenso ci facevamo lunghe chiacchierate sulla vita. Ok, vado sul privato: non era solo una rock star, ma anche il padre di tre figli, Oliver, Annabelle ed Everleigh, e marito di Allison. Io di figli ne ho sette, più cinque nipoti. Ecco, un paio di suggerimenti in questo campo glieli ho dati. Ma era una persona solida, da quel punto di vista.

Veniva alle nostre feste, alcune erano di giorno, altre di notte e meno sobrie. Alcune molto meno sobrie. Posso assicurarvi che non era il tipico festaiolo fuori controllo. Era sempre bello lucido, per quel che ne so.

Ho saputo della sua morte dopo un concerto con la Nashville Symphony. Un gran concerto. Sono sceso dal palco e sono andato in hotel che sta tipo a un isolato e mezzo. Ero sotto la doccia prima ancora che il pubblico sfollasse, le endorfine pompavano a mille. Volevo andare giù al bar, sono uscito dalla camera e in quel momento ho ricevuto il messaggio. Sono andato di sotto e il bar era pieno di gente allegra che mi faceva i complimenti. «Bello spettacolo».

Le endorfine facevano ancora il loro lavoro, ma ero allo stesso tempo incredulo e scioccato dalla notizia. Neil conosceva il suo destino, nessuno poteva prevedere quel che è accaduto a Taylor. Era una tale forza della natura che sembrava inarrestabile. Era così vivo che l’ultima cosa che pensavi è che un giorno sarebbe morto.

La musica è importante, non c’è dubbio, ma è l’amicizia che mi mancherà. Lui, le risate, la sua voce roca, quella voce da surfer. Era proprio il tipico surfer modello Laguna Beach. Era davvero un surfer? Questo non gliel’ho mai chiesto.

Sono dispiaciuto per Allison e i bambini. Per Dave e la band. Ecco cosa mi fa andare avanti, sapere che il loro lutto è molto più grande e profondo del mio. Si trovano di fronte a una montagna di emozioni e la devono scalare. Ai suoi compagni di risate serve più tempo per capire che c’è un buco da riempire. Se fosse successo a qualcun altro, in questo momento io e Taylor saremmo al telefono a parlarne. Mi manca e basta.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.