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U2, 10 cose che (forse) non sapete di ‘The Joshua Tree’

Come una villa georgiana, la morte di un roadie, una “chitarra infinita” e molto altro hanno contribuito alla nascita dell’album uscito il 9 marzo 1987

La storia di The Joshua Tree è essenzialmente una storia di migrazioni: quattro ragazzi irlandesi partono alla ricerca dell’America e quello che scoprono li renderà allo stesso tempo più vivi e più arrabbiati. I testi dell’album degli U2 uscito nel 1987 davano voce alla nuova coscienza sociale della band, ma le radici di The Joshua Tree affondavano nel blues, nel gospel e nel folk, tutti riletti attraverso gli occhi di un outsider. Bono, The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen Jr. erano stranieri in terra straniera, e la sensazione di alterità è prevalente in tutto l’album.

«Non suona come nessun altro disco dell’epoca», ha detto the Edge in un documentario del 1999. «Non è figlio della mentalità anni ’80. Viene da un posto completamente diverso… quando stavamo scrivendo questo album non ci sentivamo parte di quello che stava accadendo nel mondo della musica».

«Era fuori tempo rispetto a tutto quello che c’era in giro», ha aggiunto Bono. «Era folle. Era come musica estatica». Ha funzionato: The Joshua Tree è arrivato in cima alle classifiche in più di 20 Paesi, producendo hit come I Still Haven’t Found What I’m Looking For, Where the Streets Have No Name e With Or Without You. Tecnologicamente innovativo, schierato politicamente, spiritualmente consapevole e radio friendly, l’album ha contribuito molto alla fama degli U2 di grandi performer, e li ha portati un gradino sopra a tutto il resto del rock moderno.

Più di tre decenni dopo, The Joshua Tree resta l’album più venduto della band, e una pietra miliare per tutti i fan. Nell’anniversario dell’uscita originale, ecco 10 cose che forse non sapevate sulla sua creazione.

1. Le prime session si sono svolte in una villa georgiana poi comprata da Adam Clayton

Nonostante il titolo e la copertina evocassero il Sudovest americano, e i testi parlassero dell’indignazione di Bono di fronte alle atrocità commesse in Etiopia, Sud Africa, Cile ed El Salvador, il quinto album degli U2 è stato in larga parte registrato in una villa georgiana di due piani a Rathfarnham, a Dublino, vicino alla vecchia scuola di Adam Clayton. The Edge l’aveva visitata qualche mese prima dell’inizio delle session mentre cercava casa con l’ex moglie Aislinn. “Avevamo deciso che non andava bene per noi, ma più tardi ho pensato che il proprietario potesse darcela per registrare”, racconta nell’autobiografia del gruppo. “Più avanti l’hanno soprannominata Danesmoate. Ci siamo trasferiti in questa vecchia casa georgiana ai piedi dei monti Wicklow, a poche centinaia di metri dalla scuola da cui Adam era stato espulso”. 

L’idea non era senza precedenti. Gli U2 avevano registrato gran parte del loro precedente album (The Unforgettable Fire, 1984) in un castello della Contea di Meath. Convinti che Danesmoate li avrebbe ispirati più di un normale studio professionale, i musicisti hanno costruito uno studio di registrazione all’interno della casa. A gennaio 1986 la sala da pranzo era già convertita in regia, completa di registratori a nastro e banco mixer. Una doppia porta è stata sostituita da un vetro che si affacciava sul salotto trasformato in sala d’incisione. Con i pavimenti di legno e i soffitti a doppia altezza, lo spazio aveva un’acustica esagerata. “Il suono enorme di batteria di The Joshua Tree è merito di quella stanza”, dice Clayton, che ha acquistato la villa alla fine delle session. Gli U2 finiranno per registrare in studi più tradizionali come Windmill Lane e STS Studios, ma molte demo verranno incise a Danesmoate e completate nella casa al mare di The Edge a Melbeach. “È lì che sono nate canzoni come Mothers of the Disappeared e quella che è diventata Bullet the Blue Sky”, ha detto nel 2007 il co-produttore Daniel Lanois. “Il grosso del disco è stato fatto a casa di The Edge. Le session di Danesmoate erano lo scheletro musicale dell’album, molte batterie sono state fatte lì”.

2. One Tree Hill è ispirata alla morte di un roadie

Quando nell’agosto 1984 gli U2 sono arrivati ad Auckland, in Nuova Zelanda, per il tour di Unforgettable Fire, Bono non riusciva a dormire per colpa del fuso orario. Per aiutarlo a passare il tempo, alcune persone della produzione locale hanno organizzato per la superstar un tour notturno della città. Tra di loro c’era anche Greg Carroll, un ragazzo maori assunto dal production manager degli U2 grazie alla sua esperienza con le band del posto.

La passeggiata improvvisata ha portato il gruppo su una delle cime vulcaniche più alte di Auckland. “Mi hanno portato in cima a un posto chiamato One Tree Hill, dove in cima al monte c’è un solo albero, come in un vecchio dipinto giapponese”, ha ricordato Bono nell’autobiografia U2 by U2. “Abbiamo osservato questa città fatta da crateri di vulcano. Lo ricordo con chiarezza, credo, perché quella scena diceva qualcosa della mia libertà”. Conosciuta con il nome di Maungakiekie, la zona ha grande importanza spirituale per i Maori.

Carroll colpì molto la band, che poco dopo gli ha offerto un posto come tuttofare per il resto del tour mondiale. Quando gli U2 sono tornati a casa, gli hanno chiesto di lavorare a tempo pieno come assistente della band, e di seguirli a Dublino. In quel periodo Carroll ha legato molto con Bono e la moglie Ali Hewson.

Il 3 luglio 1986, nel mezzo delle session di The Joshua Tree, Carroll stava guidando una motocicletta per le strade della città ed è stato colpito da un’auto. Il ragazzo, 26 anni, non è riuscito a fermarsi in tempo e si è schiantato sul lato del veicolo. È morto sul colpo. La notizia ha scioccato la band e l’entourage. “È stato un colpo devastante”, ha raccontato Bono nel 1987. “Mi stava facendo un favore, stava riportando a casa la mia moto”.

Bono, Hewson, Larry Mullen Jr. e altre persone del giro della band hanno accompagnato il corpo di Carroll in Nuova Zelanda, dove è stato seppellito. Oltre al tradizionale rito funebre Maori, Bono ha cantato per l’amico Let It Be e Knockin’ On Heaven’s Door. Dopo la cerimonia, il cantante ha pensato molto alla notte in cui lui e Carroll si erano incontrati, e il lutto l’ha accompagnato nella scrittura del testo di One Tree Hill.

Tornati in studio, la traccia strumentale è stata sviluppata lungo una jam coordinata da Brian Eno. Quando è arrivato il momento di inserire la voce, Bono ha registrato solo una take. L’emozione era talmente tanta che non sarebbe riuscito a farne un’altra. “Ha dato profondità alle registrazioni di The Joshua Tree”, ha detto nella biografia del gruppo. “Dovevamo riempire il vuoto nei nostri cuori con qualcosa di davvero grande. Gli volevamo molto bene”. Tutto l’album è dedicato alla memoria di Carroll.

3. I Still Haven’t Found What I’m Looking For era completamente diversa

Il DNA di una delle canzoni più longeve mai scritte dagli U2 può essere ritrovato in una demo registrata durante una vecchia jam session e chiamata alternativamente The Weather Girls o Under the Weather. Secondo Clayton, il brano è nato da “un groove di una nota”, mentre secondo The Edge era “una specie di Eye of the Tiger suonata da una band reggae”. L’unica cosa salvabile di quella registrazione era la strana parte di batteria di Mullen. “Larry aveva suonato un beat molto originale”, ha detto Lanois a Hot Press. “Siamo sempre alla ricerca di ritmi che possano caratterizzare un’intera canzone e quello era sicuramente un buon candidato. C’è un passaggio sui tom che non capisce nessuno”.

Utilizzando la traccia di batteria come base, la band ha registrato nuove parti strumentali. “È stato come costruire un palazzo. Prima le fondamenta, alla fine i mobili. Mi è piaciuto molto lavorare così”, dice Lanois nel documentario per Classic Albums. La nuova melodia che stava prendendo forma aveva qualcosa di gospel, un genere relativamente inedito per la band. “Ho sempre amato la musica gospel e ho incoraggiato Bono ad andare in quella direzione, e così ha fatto”, continua Lanois. “Era una cosa molto poco U2 all’epoca, ma ha aperto una strada”.

Con lo strumentale quasi finito, Bono è entrato nella live room per sperimentare una melodia vocale sulla base di un testo quasi completamente improvvisato. Per The Edge, la performance ricordava una frase a cui aveva pensato quella mattina ispirato dal testo di Idiot Wind di Bob Dylan (“You’ll find out when you reach the top you’re on the bottom”).

“Mentre ascoltavo una canzone incredibile venire fuori dal nulla, ho ricordato qualcosa che avevo scritto su un quaderno, un possibile titolo in cui ero incappato quella mattina”, dice The Edge nella biografia del gruppo. “L’ho provato mentre Bono registrava, e funzionava così bene che l’ho scritto su un foglio e gliel’ho passato. È stato come infilare un vecchio guanto”.

Il verso “I still haven’t found what I’m looking for” sarebbe diventato il titolo e il centro emotivo di tutta la canzone. “Ci sono pochi momenti di pura creatività che ricordo di quelle session, ma la nascita di I Still Haven’t Found What I’m Looking For è uno di questi”, dice The Edge.

4. Registrare Where the Streets Have No Name è stato talmente difficile che Brian Eno ha quasi distrutto i nastri per la frustrazione

Mentre la band iniziava ad assemblare il materiale del nuovo album, The Edge è partito per una missione: scrivere “la canzone live definitiva degli U2”. In una stanza vuota della sua nuova casa (altrettanto vuota) di Melbeach, il chitarrista ha lavorato senza sosta con un registratore a quattro tracce fino a completare il riff di chitarra elettrica che sarebbe diventato Where the Streets Have No Name.

“Quando ho finito il primo mix avevo una strana sensazione, perché pensavo di aver appena inventato la parte di chitarra più fica di tutta la mia vita, ma ero solo a casa e non potevo condividerla con nessuno”, ricorda. “Dopo averla ascoltata mi sono fermato qualche secondo nel silenzio più totale, poi mi sono messo a ballare e a dare pugni in aria”.

Il resto della band non condivideva il suo entusiasmo. “Aveva scritto una parte di chitarra che passava da 6/8 a 4/4 con l’ingresso del resto della band”, ha spiegato Clayton nel documentario per Classic Albums. “Devo dire che all’epoca non avevo compreso quante ore di lavoro ci fossero dietro a quell’idea. Sembrava solo un modo per incasinare il gruppo”.

In un’intervista del 2008 per Mojo, Daniel Lanois ricorda un’atmosfera altrettanto perturbata. “Era uno scioglilingua per la sezione ritmica, con strani cambi che hanno messo tutti di cattivo umore. Ricordo che avevo scritto tutto su una lavagna, spiegavo i passaggi come un professore di scienze”. A rendere tutto ancora più complicato era il fatto che la canzone fosse tutto meno che finita. “The Edge aveva l’inizio e la fine, ma non sapeva cosa mettere nel mezzo”, dice Clayton. “Abbiamo passato un numero interminabile di ore a cercare gli accordi giusti per unire quelle parti”.

Alla fine, Brian Eno ha raggiunto il limite (“L’ha mandato fuori di testa”, conferma Clayton) e, secondo diverse fonti, la band ha dovuto impedirgli di fare a pezzi il nastro dove avevano registrato il pezzo. “Brian pensava che se l’avesse fatto avremmo smesso di lavorarci”, ha detto Lanois nel 2003. “Sono sicuro che avrebbero semplicemente scritto un pezzo diverso. È interessante, a volte le canzoni che ricevono più attenzioni sono quelle che non vengono finite. La gente odia sprecare gli investimenti. Non so se Brian avesse ragione, ma anche io ero abbastanza fuori di testa”.

Alla fine, Eno ha deciso di fare chiarezza nel documentario per Classic Albums. “Questa storia è stata raccontata un sacco di volte e adesso vi dirò quello che è successo davvero. Quella canzone era stata registrata e c’era una versione su nastro. Quella versione aveva molti problemi. Quello che facevamo era passare ore, giorni e settimane – forse metà del tempo passato sull’intero album – cercando di sistemarla. Era un inferno, ed ero convinto che sarebbe stato meglio ricominciare da capo. Ero sicuro che l’avremmo finita molto più in fretta ripartendo da zero. La mia idea era inscenare un incidente, così da ricominciare. Ma non l’ho mai fatto”.

5. Robbie Robertson della Band ha visitato il gruppo durante le registrazioni

In agosto, nel mezzo delle session di Danesmoate, gli U2 hanno ricevuto la visita inaspettata di Robbie Robertson. L’ex chitarrista di The Band era a Dublino per finire il suo primo album solista con Daniel Lanois. “Avevo iniziato il disco di Robbie ma avevo abbandonato il lavoro perché mi prendeva troppo tempo”, ha detto più avanti a Hot Press. “Sono andato a lavorare in Europa, prima con Peter Gabriel e poi con gli U2. Mi sentivo in colpa per non aver finito il disco di Robbie, e un giorno gli ho detto: ‘Perché non parti da Los Angeles e vieni qui un paio di giorni?’”.

Purtroppo, Robertson è arrivato con il tempismo sbagliato. Il chitarrista è atterrato a Dublino nel bel mezzo dell’uragano Charlie, che causò uno dei peggiori allagamenti degli ultimi decenni. “Le macchine galleggiavano per la strada”, ha raccontato in un’intervista con Hot Press. “È stato spaventoso. Per fortuna questi ragazzi [gli U2] erano pronti a scaldare la situazione!”.

Robertson aveva scritto solo una manciata di frammenti di canzoni, ma l’uragano, la nuova location e l’incontro con gli U2 ha acceso la sua creatività. Insieme a Bono ha improvvisato dei testi mentre la band li accompagnava in una lunga jam, 22 minuti, che sarebbe diventata Sweet Fire of Love. La canzone sarebbe finita sul debutto omonimo di Robertson insieme a Testimony, un’altra canzone suonata con la band.

6. With or Without You è venuta alla luce grazie a un prototipo di chitarra

With or Without You circolava da tempo, da quando la band si era riunita per la prima volta a casa di Larry Mullen Jr. per discutere di nuova musica dopo la fine del tour di Unforgettable Fire. A detta di tutti, quella prima versione non era granché. I musicisti, Eno e Lanois avevano continuato a lavorarci durante le session di Joshua Tree e il risultato era immancabilmente terribile, secondo Edge.

Gli U2 erano quasi pronti a gettare la spugna quando il chitarrista ha ricevuto un regalo dal musicista canadese Michael Brook, con cui aveva collaborato per la colonna sonora di Captive del 1985. Conoscendo la sua passione per i suoni originali, Brook gli aveva inviato un prototipo di uno strumento da lui sviluppato chiamato Infinite Guitar. Utilizzando un sistema di amplificazione elettronica integrato, permetteva di suonare le note con un sustain illimitato, o appunto infinito. “Il feedback va in loop ed è geniale”, dice Lanois, che possiede il secondo dei due prototipi di Brook. “Poi l’hanno prodotta in serie, ma in quegli anni si trattava di un territorio inesplorato”.

Era uno strumento impressionante, ma anche rischioso per la salute. “L’ho ricevuto durante le session accompagnato da elaborate istruzioni su come collegarlo”, ricorda Edge in U2 by U2. “Un solo filo mal posizionato poteva causare scariche di elettricità. Non rispettava le più elementari norme di sicurezza”.

Dopo aver installato l’Infinite Guitar senza fare danni, Edge ha iniziato a testare i limiti del suo nuovo giocattolo a Danesmoate. “L’avevo appena tirata fuori dalla custodia e la stavo suonando in una stanza mentre [il collaboratore della band] Gavin Friday e Bono erano nella sala di controllo ad ascoltare la traccia base di With or Without You. Eravamo a un punto morto nella ricerca del giusto arrangiamento e stavano per arrenderci quando, attraverso la porta aperta, hanno sentito quel suono e hanno esclamato: ecco che cosa cercavamo! Ma che roba è?”.

Bono era rimasto colpito da quello che in seguito ha descritto come “un bellissimo suono fantasma di chitarra” e l’eccitazione ha ridato impeto al lavoro sul pezzo. “Ho chiesto a Edge di suonarci qualcosa”, ha detto Lanois a Hot Press. “Ha fatto due take e queste sono quelle che appaiono nel mix finale di With or Without You. Suoni bellissimi, stratosferici”.

7. Sweetest Thing è una richiesta di scuse alla moglie, ma non è entrata nella scaletta finale

Le estenuanti session di Joshua Tree e gli impegni concertistici degli U2 hanno messo a dura prova i partner dei musicisti, e in particolare la moglie di Bono, Ali Hewson. “Vivo con una persona molto forte che ogni tanto mi butta fuori casa”, ha detto il cantante a Rolling Stone. “Per un anno l’ho a malapena vista. Il 1986 è stato un anno incredibilmente brutto per me. È praticamente impossibile essere sposati e stare in una band che viaggia”.

Per chiederle scusa per le frequenti assenze, Bono ha scritto una canzone per la moglie, Sweetest Thing. “L’ho composta durante le session di Joshua Tree. Era il compleanno di Ali e non avevo fatto in tempo a raggiungerla”, ha ricordato nel 1998. Il brano è stato registrato per l’album, ma la band non è riuscita a rifinirlo in modo soddisfacente. “È l’unica canzone che ci sembrava meritasse di più di quel che avevamo fatto. L’ho sempre pensata come una canzone pop e ho sempre sentito che avremmo potuto farla meglio”.

È stata esclusa da The Joshua Tree, ma è poi riemersa nel settembre 1988 come lato B al singolo Where the Streets Have No Name. In seguito è stata tirata a lucido con l’aiuto del produttore Steve Lillywhite e inclusa nella compilation The Best of 1980-1990/The B-Sides. “Sapevamo che non era finita. Edge ha proposto un paio di accordi in più ed è stato tutto molto veloce”, ha detto Clayton a Entertainment Tonight.

Con una nuova parte vocale e un altro arrangiamento, Sweetest Thing è stata pubblicata come singolo ed è entrata nelle top 20 di tutto il mondo. Ali ha accettato di apparire nel video, a condizione che tutti i proventi della canzone fossero devoluti al Chernobyl Children’s Project.

8. Una coppia è morta (forse) nel tentativo di trovare l’albero della copertina, che è caduto nel 2000

“La copertina doveva rappresentare l’incontro fra due culture”, racconta il grafico Steve Averill. The Two Americas era uno dei titoli ipotizzati. C’era il tema dell’incontro fra il deserto e la civiltà”. Con in testa questa vaga idea, Averill, il fotografo Anton Corbijn e i musicisti della band sono salito su un bus a metà dicembre 1986 per visitare la Death Valley, Zabriskie Point, il deserto del Mojave e la città fantasma di Bodie.

“In programma c’erano tre giorni di session fotografiche”, spiega Corbijn nel documentario Classic Albums. “La sera del primo giorno sono uscito con Bono e gli ho detto: c’è un albero che mi piace molto, si chiama Joshua Tree. Sarebbe bello metterlo in copertina, con l’immagine della band sul retro”. Bono è sceso la mattina successiva con la Bibbia in mano. Aveva cercato l’Albero di Giosuè nella Bibbia e pensava che era un buon titolo. Quello stesso giorno siamo usciti per cercare l’albero”.

Corbijn l’ha trovato mentre sfrecciavano sulla Route 190 vicino a Darwin, California, ad ovest della Death Valley. “Abbiamo trovato questo bellissimo albero solitario. Di solito se ne incontrato tanti tutti assieme, è stato strano trovarne uno isolato. Da allora non ho più visto uno così”. La band ha accostato e ha posato per 20 minuti con l’albero prima che il freddo invernale riportasse tutto sul bus. “Si gelava e non avevamo neanche i cappotti per dare l’impressione che fossimo in un deserto”, ha raccontato Bono. “È uno dei motivi per cui abbiamo quell’aria cupa”.

Alla fine in copertina c’è una foto scattata a Zabriskie Point, mentre l’immagine con l’albero è presente nella confezione apribile, ed è diventata emblematica. Per Bono, il paesaggio desertico descriveva in modo accurato il suo stato d’animo instabile dopo “un anno orribile”, fra il suo matrimonio pieno di scossoni, il carico di lavoro e la morte di Greg Carroll. “Ecco perché mi attirava l’idea del deserto. Quell’anno è stato davvero un deserto per noi”.

Per Clayton l’immagine aveva un significato meno negativo. “L’immagine mentale del deserto è per noi una grande fonte di ispirazione”, ha detto a Hot Press nel 1987. “La maggior parte della gente pensava al deserto come luogo sterile, il che naturalmente è vero. Ma, nello stato d’animo giusto, rappresenta anche una metafora positiva, è come una tela bianca su cui puoi dipingere qualunque cosa”.

Data la natura spontanea dello scatto fotografico, gli U2 non avevano idea di dove si trovasse il famoso albero, un fatto positivo dopo che il luogo ha assunto un significato quasi religioso per i fan. “Meglio che la gente non lo trovi, altrimenti qualcuno se lo porterà a un concerto e verrà a dirmi: guarda, Bono, ho l’albero!”, scherzava il cantante. Non era lontano dalla verità. I fan devoti degli U2 alla fine sono riusciti a rintracciare il sito, trasformando quell’angolo remoto di deserto in un’improbabile meta turistica.

Il famoso albero è morto per cause naturali nel 2000, crollando al suolo dopo 200 anni di vita (stimata). Un fan ha lasciato una targa vicino al tronco: “Avete trovato quello che cercate?”. Nel 2015, un individuo meno altruista ha deturpato quel che ne restava, facendolo a pezzi e scappando con un ramo.

Molti fan hanno ipotizzato che la foto di copertina sia stata scattata nel Joshua Tree National Park, quattro ore di auto a sud della vera location. Il malinteso potrebbe aver avuto conseguenze fatali nell’agosto 2011, quando Guus Van Hove, 44 anni, e sua moglie Helena Nuellet, 38, sono stati trovati morti in una remota strada secondaria del parco. Le autorità sospettano che siano morti per un colpo di calore dovuto alla temperatura superiore ai 40 gradi. In Olanda, Van Hove era stato il manager del locale 013 e avrebbe detto ai colleghi “con passione” di voler visitare il luogo del servizio fotografico per la copertina dell’album.

9. Bono si è fatto male più volte durante il tour

“Tagli e lividi, ecco quel che ricordo del tour di Joshua Tree”, si lamentava Bono nell’autobiografia della band. La tournée di 111 date in Nord America e Europa ha incassato oltre 40 milioni di dollari tra l’aprile e il dicembre del 1987, ma il cantante ne ha pagato il prezzo.

I guai sono iniziati con l’incidente occorso durante le prove del 1° aprile, appena un giorno prima dell’inizio del tour a Tempe, Arizona. “Cadendo mi sono tagliato la faccia”, ha spiegato. “Ho ancora una cicatrice sul mento. Ero perso nella musica e all’inizio di ogni tour prendi confidenza con il palco, con la sua geometria, e finisci per sovrastimare il tuo stato fisico. Pensi di essere fatto anche tu di metallo”.

Bono non ha avuto maggiore fortuna quando la sera dopo gli U2 sono tornati sul palco dello Arizona State University Activity Center. Dopo una settimana di prove intense, mentre suonavano di fronte al primo pubblico del tour la voce del cantante si è ridotta a un gracchiare rauco. “Devo essere rimasto al sole troppo a lungo”, ha detto Bono esortando il pubblico a unirsi a lui. “Sono felice che stasera cantiate con me”.

Un giorno di pausa gli ha permesso di riprendersi, ma un nuovo disastro è avvenuto il 20 settembre durante il concerto al Robert F. Kennedy Stadium di Washington DC. Edge ha capito subito che non sarebbe stata una delle loro migliori esibizioni. “A quei tempi, quando uno spettacolo degli U2 andava male, andava davvero male. Quella sera in particolare, nel tentativo di suscitare una reazione, Bono è corso su una delle ali laterali del palco. A causa della pioggia, le superfici in vinile erano diventare scivolose come pista di pattinaggio ed è caduto”.

Più che la pioggia, Bono incolpa la sua energia negativa. “La canzone era Exit e mi aveva portato in qualche luogo oscuro. Sono caduto sulla spalla sinistra e ho rotto tre legamenti della clavicola. Che dolore terribile. Non sono mai guariti. Ora una spalla è più avanti dell’altra e devo far sì che torni alla sua posizione naturale. Tutta colpa della rabbia. È stato allora che hai capito il prezzo della rabbia”.

10. Gli U2 hanno aperto per gli U2 fingendo di essere un gruppo country

In attesa del concerto degli U2 a Indianapolis il 1° novembre 1987, tra i set dei BoDeans e dei Los Lobos i fan hanno assistito all’esordio di uno strano gruppo country chiamato Dalton Brothers. Il quintetto – Alton, Luke, Luke, Duke e Betty Dalton – ha suonato due sole canzoni, una ballata originale intitolata Lucille e una cover di Lost Highway di Hank Williams. Solo quelli in prima fila hanno visto che dietro a capelli e cappelli di questi presunti gentiluomini del Sud c’erano gli U2.

“Suoniamo due tipi di musica: Country & Western”, afferma la biografia presente su una pagina web dei Dalton Brothers dove si citano Willie Nelson, Johnny Cash e Loretta Lynn tra le principali influenze. Il nome è preso dai Dalton, gruppo di fuorilegge che ha rapinato banche e treni negli anni ’90 dell’Ottocento.

I Dalton Brothers si sono esibiti due altre volte: il 18 novembre a Los Angeles e il 12 dicembre ad Hampton, Virginia. “Qui è proprio come il Farm Aid e voi siete bellissimi”, ha detto Bono (alias Alton) al pubblico con una parlata strascicata tipica delle campagne del Sud. “È bello sapere che a Los Angeles è l’amore e non il denaro che fa girare le cose”.

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