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Tutti gli incantesimi live del mago Motta

Il signore oscuro della canzone ha aperto il tour con un concerto ipnotizzante. I Mangiamotta sono accorsi nonostante il diluvio e il poco preavviso. Ecco com’è andata per i babbani che non c'erano

Motta al Monk di Roma

Foto: Valeria Taccone

Mentre attendiamo l’inizio della prima tappa del tour 2022 di Motta ci domandiamo come abbiano fatto tante persone ad accorrere al Monk un mercoledì sera di marzo, in una Roma sommersa dalla pioggia torrenziale, e con un preavviso di soli due giorni.

Prima dell’apertura della sala del concerto si sono disposti a centinaia in ogni centimetro quadrato disponibile, sotto un paio di tendoni. Sono apparsi un paio alla volta, con grande disinvoltura, come se avessero usato come mezzo di trasporto non il solito carpooling di vicinato, ma qualche tecnica di materializzazione magica; bagnati zuppi ma sorridenti, quasi che il cielo minaccioso di Portonaccio fosse lo sfondo atmosferico necessario del loro habitat naturale.

Il loro signore oscuro, evidentemente, sa bene come attirarli nel suo covo temporaneo, per un tutto esaurito che sa di adunata segreta. Mentre la città era ferma o impantanata un proiettore da Batman col logo di Motta deve averli ha stanati dalle case e concentrati in questo spazio pieno di abitudini e spillatrici di birra dismesse e finalmente rimesse in funzione; dove le sdraio da spiaggia, che ancora spuntano in un angolo del giardino che è ora è un pantano, sono le rovine di una vita precedente in attesa spasmodica di essere restaurata.

Sono i Mangiamotta, i più moderatamente accesi – e dunque i più accesi – tra i fan del cantautore toscano, che ieri dava inizio a una celebrazione dei suoi primi cinque anni di attività da solista, suonando con l’intera formazione storica il meglio del suo album d’esordio, La fine dei vent’anni; del disco che gli fece guadagnare una Targa Tenco, Vivere o morire, e la sua ultima fatica, Semplice.

Lo starter pack del Mangiamotta è lineare: spolverino nero, maglietta nera, forte nostalgia di un polistrumentista malinconico. Siccome la pioggia fitta e l’emozione comune accorciano le distanze tra le varie sfumature di nero, le coppie e i gruppi non si distinguono: sembrano tutti parte di un’unica comitiva. Solo qualcuno, tra i signori, azzarda una discesa più in profondità nel cosplaying del suo beniamino canoro, sfoggiando un capello corvino che sfiora le spalle. Dieci punti per Serpeverde.

Negli ultimi istanti di attesa alcuni di loro compiono piccoli e medi prodigi: resistono al freddo dopo aver consegnato lo spolverino al guardarobiere, chiedono e ottengono un selfie con Carolina Crescentini, ripassano i testi dell’ultimo album.

Portano un marchio nero sull’avambraccio, col timbro del Monk, necessario per entrare e rientrare al concerto: scherzando, lo sfiorano con le dita, come per accelerare l’arrivo del loro beniamino.

Una volta all’interno la fila al banchetto del merchandising è più folta di quella del bancone della birra alla spina. Questo è un mondo che segue le proprie regole. Il logo del cantautore, che riproduce i Doni di Motta (le lettere del suo nome) appare arcano sulle t-shirt. «Regà ma avete visto la Moleskine col simbolo di Motta?». Non fanno in tempo a darsi una risposta – «Caruccia!» – che il concerto inizia. E non c’è altra espressione più calzante: Motta li strega.

Il loro signore parla, attorniato dalla full band, rivolto alla platea a capienza piena: «Avete fatto bene a venire. Molto bene».

Foto: Valeria Taccone

Il concerto comincia ed è una piacevole sorpresa rilevare quanti colori riescano a sprigionarsi da quel corpo ossuto, che fa da prisma umano alla poca luce a disposizione. Tutta la gamma dei paradossi mottiani si riflette sui fan, che sbraitano parole dolcissime e saltano come forsennati per ritornelli gentili e delicati.

I Mangiamotta ieri uscivano allo scoperto dopo due anni di ascolti e riascolti in clausura, di testi introiettati, di coreografie solo mentali, di fumogeni autoprodotti grazie allo sfiato infinito delle sigarette elettroniche. Anche quando si dimenano lo fanno con un occhio all’analisi interiore, giacché il loro è un ballare da soli che, per un caso fortuito e tanto desiderato, accade mentre sono tutti insieme. Motta è fatto così: è bilanciamento del nero in un mondo a tinte troppo accese. Escapismo dentro sé stessi.

Questo live strappato al destino e al maltempo ha un senso soprattutto per il modo in cui il pubblico partecipa. Motta lo tiene legato a sé, dal palco, come fa il contrabbassista con la cancaneuse Jane Avril nel celeberrimo manifesto di Toulouse-Lautrec, usando le corde del strumento come fili da burattinaio legati alle gambe e alle braccia della ballerina. È un Imperius sonoro quello con cui questo pifferaio magico costringe il suo popolo a seguirlo in ogni accordo, vincendo le ultime resistenze dei corpi anchilosati dall’inazione, con la complicità delle menti invece fervidissime di ricordi.

Quando Francesco riprende il ritornello di Sei bella davvero con la sola chitarra, invitando il pubblico a cantare da sé, i Mangiamotta di più stretta osservanza si sfilano la mascherina. È l’avvio della loro piccola rivoluzione. I più coraggiosi accennano una pogata prudente e consensuale, dopo aver chiesto il permesso al prossimo con un sorriso finalmente visibile, acceso da un fascio di luce e dall’entusiasmo.

Foto: Valeria Taccone

I più timorati dell’Omicron, dopo qualche momento di incertezza, cominciano a uscire dalla sala, per prendere una boccata d’aria. Per paura di sembrare del tutto babbani restano in maglietta e cominciano a canticchiare in esterna. Del resto, da fuori, la musica si sente ancora abbastanza bene, attraverso il metallo delle porte delle uscite di sicurezza. Dobbiamo dire: anche con una discreta amplificazione dei bassi.

A concerto finito, sulla strada per la normalità, qualcuno, non ricordando dove ha parcheggiato, pronuncia la chiosa pratica di una serata magica: «Accio Panda».

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