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Tutti gli album di Björk, dal peggiore al migliore

Pop e avanguardia, rock e folk fatato, jazz e trip hop notturno: Björk è stata tante cose diverse, tutte splendide. Per festeggiare il suo compleanno, ecco la nostra guida alla sua discografia

Björk nel 1995

Foto: Gie Knaeps/Getty Images

Lo confesso, sono da sempre innamorato di Björk. O almeno dal giorno in cui la vidi in televisione, 1988. Io ventenne fresco fresco, in palla con il dream pop e il gothic di Cocteau Twins, Dead Can Dance e compagnia, ero già maniaco del prog, il che mi portava a cercare sempre cose particolari nella musica, quel pizzico di “progressivo” in più. Quindi appunto gli artisti della 4AD e tutto quel pop che ancora sapeva stupire con divagazioni varie, i Tears for Fears, i Talk Talk… Pensandoci bene, pure i Duran Duran, che pure erano il massimo del mainstream non mancavano di inserire nei loro album almeno un paio di brani che deragliavano dal consueto. Col tempo avrei capito che stavo vivendo un’epoca d’oro nel quale il pop era anche questo: originalità armonica e melodica, voglia di essere oltre e non di omologarsi.

Dicevo, nel 1988, forse sulla preistorica Elefante TV che cedeva le sue frequenze a Videomusic, mi trovo innanzi al video di una band chiamata Sugarcubes, con un brano intitolato Birthday. Nel video distese di ghiaccio, un’aquila in volo, paesaggi cittadini, nuvole, foreste e sogni. E poi lei: occhi a mandorla, viso, vesti e movenze da colpo al cuore. Pensavo fosse giapponese. La canzone era una roba mai sentita, sembravano gli amati Cocteau più acidi e tribali, con lei che faceva il verso alla divina Elizabeth Fraser (che a sua volta rubacchiava da Kate Bush, altro tuffo al cuore) ma poi, quando meno te lo aspettavi, si lanciava in una serie di urla belluine, al limite della stonatura. Nessuno aveva mai cantato in quel modo, nessuno aveva quel viso, quei gesti, quella bellissima quasi-stonatura. Degli altri della band non mi fregava molto, quei Sugarcubes erano lei, quella Birthday sarebbe rimasta scolpita come brano da isola deserta.

L’album degli Sugarcubes (Life’s Too Good) però non mi fece gridare al miracolo, li mollai presto, ma rimasi innamorato. Passarono cinque anni, in un negozio di dischi la vidi: bianco e nero, mani giunte davanti a quel viso, maglione sformato, capelli scarmigliati e belli, nessuna scritta. Ero di nuovo preso all’amo. Quel disco lo attendevo, sapevo che aveva lasciato la band e che stava lavorando al suo debutto solista, che poi debutto non era, ma questo lo scoprii più tardi. Lo chiamò lo stesso Debut e c’erano pezzi magici e straordinari, 12 altre Birthday colme di forza innovativa e sperimentale, ma allo stesso modo incredibilmente pop, nel senso più bello del termine. Quello di musica che arriva, ma che non si svende.

Da quel momento ho aspettato ogni sua uscita con trepidante attesa, con la curiosità di sapere cosa avrebbe combinato la volta successiva. E non mi ha mai deluso. Nel tempo l’ho sentita fare di tutto: semplici canzoni e pièce sperimentali, mischiare il possibile e l’impossibile, trasformarsi in una ruvida rocker alternativa, in una fatata folksinger, in una raffinata chanteuse jazz, in una notturna trip hopper, in una scatenata techno girl, in una serissima compositrice di classica e avanguardia. Come Kate Bush o Peter Gabriel o, per essere più dentro l’oggi, un Arca o una FKA twigs, con Björk c’è sempre di che stupirsi, sia una canzone, una app, un video, un suono, un costume di scena, un arrangiamento… Fa parte di quella schiera di artisti che devono sì vendere, ma devono anche fare i conti con il proprio senso artistico che non gli permetterà mai di sedersi sugli allori e fare un disco uguale all’altro. Björk è costantemente alla ricerca di qualcosa che probabilmente non troverà mai, non le darà mai pace, sarà sempre divorata da quel demone che è la voglia di mettersi in gioco e coinvolgere l’ascoltatore: «Vi è piaciuto il disco precedente? Sì? Non vi ci abituate, adesso si cambia». E così via ancora e ancora nell’arco di dieci album che per fortuna la nostra è di natali islandesi e ha potuto fare quello che voleva, ha stravenduto, si è fatta la nomea di genio ed è stata apprezzata sui palchi di tutto il mondo. Pensa se nasceva in Italia…

Per festeggiare il suo “birthday” quindi (siamo a 55 candeline) ho messo in fila le sue opere, così da averle tutte davanti e sorprendermi una volta di più. È una classifica ma prendetela come un corpus unico di geniale terremoto artistico, con Björk non c’è il più brutto e il più bello, ci ha insegnato a capire cose è l’eccellenza, a non farci bastare l’usuale, a pretendere sempre la meraviglia. Björk è tutto, tutto è Björk

10. “Björk” (1977)

bjork 1977

Questo è il disco più curioso della lista, una Björk undicenne che vince un concorso canoro scolastico grazie al quale le viene data la possibilità di incidere un intero album. La vedete quella copertina? Lì c’è già tutto ciò che è diventata. Con una madre artista, un padre attivista politico e un patrigno che le scrive alcuni brani, Björk si lancia in una serie di cover (The Fool on the Hill dei Beatles, Alta Mira di Edgar Winter, Your Kiss Is Sweet di Syreeta Wright) e di pezzi originali. C’è anche uno strumentale suonato con il flauto dalla stessa. È un disco ingenuo, con arrangiamenti senza guizzi e canzoni che lasciano il tempo che trovano. Ma il seme di quella voce c’è già, la luce si intravede, ci vorrà qualche anno, ma si sente che questo non è un semplice disco-curiosità di qualche freak in fasce. Coi ricavati la nostra si comprerà un pianoforte e comincerà a comporre seriamente.

9. “Volta” (2007)

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È l’album nel quale Björk risveglia la sua anima più legata alla madre terra, al suo essere donna, a tutta l’energia (e il potere) che questo comporta nel legame con gli elementi del cosmo. Nel disco, prodotto da Timbaland, scaturisce l’amore per il folk, vengono utilizzati strumenti etnici giapponesi e cinesi, percussioni del Congo… Su tutto si avverte un clima da rituale sciamanico, nel quale la potenza femminile si scatena contro secoli di oscurantismo. C’è anche un afflato politico, come in Hope, che narra la morte di una kamikaze incinta, o in Earth Intruders, cronaca di un incubo nel quale la Casa Bianca viene travolta da uno tsunami umano. Nel disco anche duetti con Antony Hegarty e con il musicista maliano Toumani Diabaté. Di Volta si apprezza l’usuale inventiva, ma a mancare è spesso il songwriting.

8. “Biophilia” (2011)

bjork biophilia

In Biophilia esce fuori la volontà di Björk nello spingersi all’estremo con la tecnologia, dimenticandosi a volte di essere una musicista. Il disco esce anche come app album, composto da dieci applicazioni per iPad tenute insieme da un’applicazione madre. Musicalmente è apprezzabilissimo il tentativo di inoltrarsi verso territori d’avanguardia e un sound futuribile, addirittura con strumenti messi a punto appositamente per l’album, uscendo dalla schiavitù del consueto 4/4 per inoltrarsi in tempi composti come 7/4 (Solstice) e 5/4 (Mutual Core). Biophilia ha testi che traggono ispirazione da fenomeni naturali e scoperte scientifiche: i fulmini, i cicli lunari, il movimento dei pianeti, la rotazione della Terra, le cellule e i virus. Un coacervo che lascia straniti per il suo essere completamente fuori da ogni schema. Peccato che il disco si perda un poco negli effetti speciali e lasci una sensazione di molto fumo e poco arrosto.

7. “Vulnicura” (2015)

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Björk ha il cuore in frantumi dopo la fine della decennale relazione con l’artista Matthew Barney. Cerca conforto nella musica, partorisce un album che, amalgamando le parole latine “vulnus” (“ferita”) e “cura”, significa “guarigione delle ferite”. Lo apre con un pezzo struggente come Stonemilker, nel quale il dolore per la separazione si avverte in maniera quasi straziante. Con la sua voce Björk porta direttamente l’ascoltatore nelle viscere, nel sangue, nel cuore della sofferenza. Co-prodotto da Arca, artista formatosi anche sull’ascolto dell’islandese, Vulnicura è un lavoro più intimo e umano, meno attento a stupire a tutti i costi, questo lo rende un oggetto prezioso fin dal primo ascolto.

6. “Utopia” (2017)

bjork utopia

Se Vulnicura aveva rappresentato l’inferno del dopo-fine della storia con Matthew Barney, Utopia è la luce in fondo al tunnel, una luce paradisiaca. Il paradiso ha le forme di un’isola incontaminata, piena di forme di vita e paesaggi tutti da scoprire. Ancora una volta la ricerca dell’inesplorato si fa specchio nella sua musica, come esseri umani siamo in costante ricerca e così deve essere l’arte, sembra dirci Björk. Ancora co-prodotto con Arca, in quella che sta diventando una sorta di simbiosi, Utopia si muove tra folk e avanguardia, con suoni elettronici e acustici, il coinvolgimento dei sardi Tenores di Bitti, momenti ambient e spirituali. Björk lo ha definito scherzosamente il suo “album Tinder” per l’afflato di amore universale che emana.

5. “Medúlla” (2004)

Qui Björk decide di fare veramente come le pare. Fregandosene di vendite e aspettative segue solo l’istinto e decide che ha bisogno di esprimersi utilizzando unicamente la voce. In Medúlla (“midollo” in latino) lo spazio è quasi tutto occupato dalla sperimentazione sulla voce, da sola, in duetto con se stessa e con tutta una serie di prestigiosi ospiti, da Mike Patton a Robert Wyatt. Nel disco prende vita un universo di possibilità: lamenti, sospiri, sconnessioni e cacofonie, con un paio di invettive contro il partner (Pleasure Is All Mine e Where Is The Line) e una prima incursione nei temi politici (Mouth’s Cradle). La vetta è Oceania, scritta dal punto di vista dell’oceano stesso, una magia nella quale nuotano le voci di Wyatt.

4. “Vespertine” (2001)

bjork vespertine

In Vespertine il canto e il mood compositivo si fanno confidenziali. Il suo rapporto con Matthew Barney è agli inizi ed essa ne declama tutto l’ardore con testi dal contenuto sessuale più o meno esplicito (vedi Cocoon e Pagan Poetry). Poi tanto amore in Hidden Place, dove due persone possono “creare un paradiso, tramite la loro unione”, invocazioni alla “dea natura” in Aurora, quasi una preghiera nel tentativo di fondersi con il creato, un omaggio al poeta e drammaturgo Edward Estlin Cummings in Sun In My Mouth, con citazione della sua Impressions. Musicalmente tanti cori e carillon, un’atmosfera quasi infantile e un quintale di campionamenti grazie alla collaborazione con Matthew Herbert dei Matmos. L’elettronica si fonde con gli archi e con l’arpa di Zeena Parkins. Un incanto.

3. “Post” (1995)

Dopo il colpo di genio di Debut a Björk tocca bissare con qualcosa di altrettanto forte, ma non per questo simile. Le arie pop del precedente qui si diluiscono in numeri più rock, vedi l’energica Army of Me, poi subentra la techno, aiutata in questo dai servigi di Nellee Hooper. Tricky ed Howie B favoriscono invece le svolte trip hop di Possibly Maybe ed Enjoy. Ma non basta, alla nostra viene voglia di intimità e ti presenta una Cover Me con tanto di arpa e clavicembalo, poi ancora più a fondo con la minimalista Headphones. Nella baraonda di cose, stili, viaggi e irregolarità un momento di baldanzosa ironia da musical anni ’50: It’s Oh So Quiet, cover del brano di Betty Hutton che era a sua volta la cover di Und Jetzt Ist Es Still, brano del 1948 scritto da Hans Lang ed Erich Meder.

2. “Debut” (1993)

Uno dei dischi di debutto (anche se vero debutto non era) più col botto della storia. Miss Guðmundsdóttir mette da subito le cose in chiaro: canzoni sì, ma quanto di più fantasioso possibile, stimolante, che colpisca cuore e cervello in maniera immediata. Un ascolto da stordire per la varietà di stili: electro, trip hop, alternative, dance, world, jazz, house… Il tutto con un afflato pop che mai più sarebbe stato così ficcante, così meravigliosamente perfetto. Human Behaviour è un urlo tribale, in Venus as a Boy è principessa di suadenza, Like Someone in Love è una carezza, Big Time Sensuality è sesso, Come to Me è sesso e anche amore. Tutto il resto è sogno.

1. “Homogenic” (1997)

bjork homogenic

Il terzo album è la perfezione fatta disco. È ciò che mette d’accordo passato, presente e futuro dell’artista. Con tante direzioni che portano da nessuna parte e in ogni luogo. Ciò che era stato e ciò che sarà è tutto in queste dieci canzoni. Homogenic è anche più introverso dei due lavori precedenti, influenzato dal rapporto malato della musicista con Tricky, un altro campione di oscurità. C’è tanta elettronica, notturna, spaesante, si narra di vicende di stalking (So Broken, bonus track nell’edizione giapponese), c’è la tormentata Unravel, c’è Immature che parla della fine di un altro rapporto, quello con Goldie. Questo e altro in un mix di musica elettronica e orchestra marziana. Un disco che non smette di sorprendere, che ancora oggi è uscito domani.

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