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Tutti gli album dei Subsonica, dal peggiore al migliore

Sono arrivati negli anni ’90, quando fare pop elettronico in Italia era un atto quasi rivoluzionario e hanno dimostrato che un altro mainstream era possibile. Ecco 25 anni di carriera in nove dischi

Subsonica

Foto press

Anche in quest’estate a metà li trovate in giro. Festeggiano 25 anni di carriera e pure se noi stiamo seduti e non balliamo come sempre, suonano lo stesso. Mettendo in scaletta i classici, sì, ma soprattutto il disco d’esordio, quello «dalle sonorità che sembrano riscoprirsi oggi così attuali». Loro sono Samuel, Max Casacci, Ninja, Boosta e Vicio. E a vedere sul palco i Subsonica – dal vivo una delle migliori band italiane – non sembra passato un quarto di secolo da quando hanno cominciato a girare l’Italia insieme. Sono un miracolo, un paradosso temporale.

Ma in studio invece? Ecco, lì il discorso è diverso. Hanno iniziato votandosi meglio di tutti alla contaminazione, con testi particolari e schierati, prima nell’esordio di Subsonica e poi nel capolavoro Microchip emozionale. Quindi, si sono sollevati dal suolo coi grandi successi pop senza mediazione, trovando il consenso trasversale di radio e cultori con le varie Tutti i miei sbagli, Incantevole, Nuova ossessione. La dance, il groove, il pop, il funk. Chitarre e sintetizzatori. Infine, la svolta pop-rock, più cauta e collaudata, astratta dalle mode, sicuramente meno sperimentale e non sempre felice. Sono nove album in tutto, compreso quel Mentale strumentale così atipico, rimasto in un cassetto dal 2004 e pubblicato durante il primo lockdown. Li abbiamo messi in classifica.

9“Una nave in una foresta” (2014)

Va bene Di domenica, pop mezzo cibernetico che è una Incantevole 2.0, col ritornello giusto e la ritmica rilassata, “domenicale” appunto. E va bene la conclusiva Il terzo paradiso, forse il pezzo più sperimentale – se si esclude tutto Mentale strumentale, ovvio – mai prodotto della band, in cui i pensieri di Michelangelo Pistoletto affiancano quelli di Samuel e su uno spoken allucinato cresce il dualismo della casa, quello natura-tecnologia. Vanno bene, insomma, gli estremi. In mezzo, invece, c’è il loro album meno ispirato, che su un pop-rock già sentito (Specchio) e sporcato della solita elettronica innesta a volte qualche pezzo debole e utile solo – ma neanche troppo – per i live (Lazzaro, Attacca il panico che pure avrebbe potuto sviluppare un testo interessante, e invece con le sue immagini non morde) e altre una sorta di trip-hop sintetico con I cerchi degli alberi. Che vorrebbe essere un viaggio come tutto il resto del disco, ma che invece (come tutto il resto del disco, sì) al massimo fa battere a tempo il piede.

8“Eden” (2011)

Anche qui, l’ispirazione arriva a folate, seppur con qualche spunto in più rispetto a Una nave in una foresta. Spazio al compromesso: smaltite le atmosfere glaciali de L’eclissi, si cerca una coesistenza fra quei suoni e quelli da rock band quasi accantonati nell’album precedente. Non sempre ci si riesce: se l’enigmatica Eden sembra aggiungere sfumature alle sessioni del 2007, e Istrice è l’ennesimo episodio radiofonico che da quelle parti sanno progettare benone, la vacuità di alcuni testi (Prodotto interno lurido, Sul sole) fa da contraltare ad altri brani buoni solo per il pogo (Il diluvio, Benzina Ogoshi) o a ballate che seguono giusto il compitino (Quando), in entrambi i casi lontani dai loro capitoli migliori in termine di dirompenza, immagini evocate, innovazione e semplice affiatamento. Nota a margine per la cover di Up Patriots to Arms di Franco Battiato (con comparsata del Maestro) della deluxe: una versione ancora attuale, quasi alt rock, che mostra le potenzialità – comprese quelle disattese da parte degli inediti dell’LP – di quel tipo di arrangiamenti.

7“8” (2018)

Spesso – e siamo a tre su tre – liquidato come un lavoro concepito soprattutto per i live, in realtà mostra una cura negli arrangiamenti e una maturità inediti, specie rispetto a Una nave in una foresta. Ok, non c’è la dirompenza, né la freschezza degli esordi, ma sono pure passati vent’anni e altrettante mode, sempre più difficili da cogliere e reinterpretare. Per cui 8 non è maniera, opera di mestiere; più che altro, è un disco che per quanto non abbia voglia di uscire dalla comfort zone decide restarci però sporcandosi le mani. Senza strafare, ma con lucidità e classe. E allora ecco gli echi dei ’90 (Jolly Roger, un rimando al passato già dal testo), il flow – ma come riescono a far sempre centro coi feat? – di Willie Peyote nella scura L’incubo, la ieratica Respirare, la struttura a singhiozzo in stile Amorematico di Cieli in fiamme, Punto critico che è quasi un’Aurora sogna aggiornata, l’anima pop-rock che torna in Bottiglie rotte. Insomma, niente di nuovo né di straordinario, ma neanche semplice nostalgia.

6“Terrestre” (2005)

Conclusa la trilogia iniziale con Amorematico e trovato il grande successo con l’accoppiata formata da Tutti i miei sbagli e Nuova ossessione, Terrestre (il loro primo lavoro con una major, la EMI) arriva che i Subsonica non sono più la next big thing della musica italiana, ma una realtà fra quelle più in voga, che unisce ascoltatori diversi. E la risposta a questa nuova condizione è in un cambio di stile che lascia da parte il groove e la musica da club per sposare un pop-rock più democristiano con le chitarre di Casacci in vista e i synth di Boosta a impiastrare il tutto. Degli inizi restano solo eccezioni tipo Alba a quattro ruote o l’intro pressoché rétro di Corpo a corpo. Poi, dicevamo, il resto è un copione che – pur con le oscillazioni di sorta – si ripeterà pure spesso in futuro. Ma non con questi risultati: escluso il pop di classe e spettrale, specie per la voce di Samuel, dell’ennesima hit Incantevole, la lecita nostalgia per gli esordi (a causa delle fiacche Vite d’altri e Gasoline, fra i primi segni di stanchezza del gruppo) è tenuta a bada da testi che calano i soliti accostamenti natura-tecnologia e da cannonate tutto sudore come L’odore e Abitudine, che aprono alla seconda fase della band, quella che dura tutt’ora. Non all’altezza della prima, ma non per questo da buttare.

5“Mentale strumentale” (2020)

La storia la sappiamo: nel 2004, dopo l’esplosione di Amorematico e il successivo tour immortalato nel live Controllo del livello di rombo, il rapporto con la Mescal – che aveva pubblicato i loro primi album – è in scadenza, nonché logoro. Per “salutarsi”, Samuel e soci propongono quest’album strumentale e in controtendenza a Nuova ossessione e affini, che i discografici colgono come una sorta di provocazione nei loro confronti, una raccolta impubblicabile, suicida a livello commerciale. Vero, scordiamoci i pezzi di successo, ma non per questo l’LP in questione – che rimarrà in un cassetto, per essere poi tirato fuori durante il primo lockdown – non ha niente da dire. Ci sono i Radiohead – perlomeno nello spirito – di Kid A, la musica ambient, zero ritornelli facili e piuttosto strutture liquide, destrutturate, perse in sintetizzatori e voci al minimo, rigorosamente effettate. È il lato sperimentale della band, col contagocce di solito e qui invece a campo aperto, misterioso, ma lo stesso affascinante, onesto, spericolato; altro che scherzo di cattivo gusto all’etichetta.

4“Amorematico” (2002)

Il primo album sostanzialmente senza veri anelli deboli di questa classifica è quello che li impone al grande pubblico, ma senza dimenticare le radici undergroud. Il seguito di Microchip emozionale, infatti, rispetto al lavoro precedente perde un po’ di freschezza, continuando comunque a giocare coi suoni elettronici e sintetici, dance, stavolta però più strettamente negli schemi di un elettro-pop con sfumature rock e a volte alternative. Roba trasversale, insomma. Che funziona. Con collaborazioni azzeccatissime, cioè i Krisma nel singolo killer Nuova ossessione (sottovalutato il loro apporto in merito, eh) e il rapper marocchino Rachid nella cronaca nera di Gente tranquilla. E poi con vari altri passaggi brillanti, come la metropolitana Albascura, Sole silenzioso a tema G8 di Genova, lo pseudo trip-hop mistico di Eva-Eva, i singoli agli antipodi Mammifero (pop, con inciso da ballare) e Nuvole rapide, con gli archi gelidi e sintetici e il ritornello distrutto dagli effetti. La loro via alternativa e migliore al pop, ecco.

3“Subsonica” (1997)

La rivoluzione che hanno rappresentato i Subsonica è racchiusa bene nel loro album d’esordio, che pure con le ingenuità del caso, i necessari assestamenti da mettere in conto e il resto, è eterogeneo e coerente, originale, nonché zeppo di idee. In una sorta di patchanka elettronico, anche meglio dei contemporanei Casino Royale, fondono pop-rock, funk, groove, reggae e poi club culture, con testi che un po’ giocano sulla nostalgia e l’amore (Istantanee coi suoi violini sintetici, Funk Star) e spesso scelgono direttamente la militanza politica (Come se). Quindi la ritmica, che – in mano a Ninja e Pierfunk, Vicio non c’è ancora – è sempre puntuale, ballabile, mentre i suoni con Casacci e Boosta oscillano fra il nerd e il fighetto, contaminano, in un ibrido personale rispetto alle tante correnti raccolte. E, fra gli scherzi sonori che dominano Onde quadre, il reggae-manifesto indipendente di Radioestensioni, la malinconia metropolitana di Giungla nord e il pop di Preso blu, ci ritroviamo davanti a un lavoro che è già sintesi dei ’90, folgorante nella resa specie per una band di debuttanti.

2“L’eclissi” (2007)

Al secondo posto perché esce in un periodo – il post Terrestre – in cui la band sembrava (anche a ragione) aver scelto il pop-rock, perdendo in parte lo stato di grazia che l’aveva accompagnata dagli esordi al 2000. E invece: due anni dopo, a sorpresa, inverte la rotta e se ne esce col suo lavoro più crudo e meno aperto alle radio, non di facile ascolto, in cui l’elettronica è asfissiante, gelida, e i ritornelli azzeccati risentono più dei Prodigy che dell’impianto da rock band (che ritorna nella sua interezza giusto ne L’ultima risposta). Meno vario di Subsonica, ma più a fuoco, maturo, inaspettato. La formula: chitarre educate, cassa dritta, sintetizzatori impazziti. E i testi, di nuovo ispirati e con le solite immagini della casa che descrivono tanto i cliché della nostalgia (Nei nostri luoghi) quanto un rapporto malato con la tecnologia e le proprie ossessioni (Veleno), oltre che panorami da mondo al collasso. È il caso de La glaciazione, che parte con un piano martellante e poi col groove si alza da terra, diventa quasi house; oppure dell’ipotonica danza desertica Il centro della fiamma, contraltare feroce almeno quanto la voce di Samuel al notturno di Ali scure, alle impennate violente di Canenero e Piombo. Avercene, di lavori così coraggiosi fra chi mastica i numeri dei Subsonica.

1“Microchip emozionale” (1999)

E non potrebbe essere altrimenti. Amato, glorificato, rimpianto («Non siete riusciti a bissare Microchip emozionale», si rinfacciano i cinque in Benzina Ogoshi, citando le lamentele della critica), comunque inarrivabile. È uno dei fondamentali dei ’90, l’album che porta la nostra musica nel 2000. Irripetibile, perché coglie lo stato di grazia di cinque musicisti che riescono a fondere in maniera originale – tra l’altro nelle stesse canzoni, senza ragionare un po’ per compartimenti stagni come avveniva in Subsonica – quasi tutti i suoni in radio in quel momento. E questa è la teoria, s’intende. La pratica la rappresentano un insieme di brani culto, una scaletta senza intoppi, con testi impegnati (com’era d’uso all’epoca) ma anche immaginifici, non convenzionali per lessico e struttura (farsi un giro su Depre e Albe meccaniche), oltre a suoni che spaziano fra chitarre, beat e sintetizzatori. Dalle ballate elettroniche e sintetiche di Lasciati e Il cielo su Torino al groove elettro-reggae di Strade, dalla musica da club di quella roccia che è il Il mio DJ al trip di Discolabirinto (con Morgan) e alla dance atipica della stessa Depre e di Aurora sogna, fino al rock più o meno levigato di Colpo di pistola e Liberi tutti, in duetto con Daniele Silvestri. E nella riedizione Tutti i miei sbagli, che a Sanremo 2000 unisce groove, Lsd, pop e canzone d’autore. Il manifesto – insieme al disco – di una carriera.

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