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Tutti gli album dei Duran Duran, dal peggiore al migliore

La fama, le ragazzine, il divismo: qui non se ne parla. Si parla invece di musica, quella di una band su cui pochi scommettevano e che invece è rimasta. Ecco il meglio e il peggio, 40 anni dopo il debutto

I Duran Duran nel 1982 a Tokyo

Foto: Koh Hasebe/Shinko Music/Getty Images

Ebbene alla fine ci siamo arrivati. A cosa? Ma ai quarant’anni del primo album dei Duran Duran, che domande! Il gruppo sul quale nessuno avrebbe scommesso un centesimo, sovente accusato di essere una mera boy band, tacciato di pensare più ai soldi e ai cocktail che alla qualità dei dischi prodotti. E invece il tempo ha decretato chi è rimasto e chi no: i Duran Duran sono rimasti, i loro detrattori sono finiti male a bucare i palloni ai ragazzini. Perché noi avevamo 9 anni nel 1984 e mimavamo tutto l’album Arena, proprietà della sorella maggiore del vicino di casa, sognando di essere delle giovani rockstar: da lì ci siamo formati, e lì spesso torniamo per trovare ispirazione.

Già avevamo scritto a proposito degli interessantissimi lati B dei singoli, ma stavolta vogliamo fare un excursus sui loro album, uno per uno, da quello che per il sottoscritto è il peggiore album fino al migliore. Tutti insieme fanno parte di un corpus pieno di colpi di scena in una carriera imprevedibile in cui anche la monnezza ha un senso, il sapore dell’evoluzione umana.

13“Notorious” (1986)

Com’è possibile che una band new romantic si trasformi improvvisamente in un gruppetto di funk bianco? Il mistero rimane, soprattutto perché Notorious è un disco opaco che potrebbe sparire dalla discografia dei Fab Five senza problemi. A parte i due singoli come la title track e Skin Trade che mantengono alta una certa vena creativa (anche se il secondo scimmiotta troppo il sound “pelvico” di Prince), il disco soffre della crisi interna del gruppo. Che perde in un sol colpo il guitar hero Andy Taylor (comunque presente in alcune tracce) e il batterista Roger Taylor, uno perché ormai definitivamente convertito all’hard rock, mentre l’altro ne ha abbastanza del music biz e dei suoi eccessi rintanandosi in campagna. Certo, il suono è impeccabile vedendo alla produzione il grande Nile Rodgers degli Chic, già responsabile del successo di The Reflex e di Wild Boys. L’album lo bisserà, ma la band oramai è chiaramente dimezzata, sono i Duran, come suggerisce la copertina. Unica nota interessante è l’ingresso di Warren Cuccurullo, il funambolico chitarrista italoamericano una volta con Frank Zappa e poi in proprio con gli altri new romantic Missing Persons che in quel periodo erano in rotta tra di loro: il nostro però verrà preso “solo” in prova come session man fino al 1989, anno in cui entrerà ufficialmente nella band cambiandone in un certo senso le sorti.

12“Pop Trash” (2000)

Altro disco in cui la band è ridotta a trio. È il secondo album senza John Taylor, che abbandona il gruppo nel 1997. I Duran non sanno bene che fare per ritornare a sfornare delle hit, finito da un pezzo l’effetto Ordinary World: Le Bon è afflitto da blocco dello scrittore, la band decide di autoprodursi non sapendo bene dove andare a parare, per cui il disco soffre di una certa autoindulgenza che lo rende né carne, né pesce. Tradotto in soldoni, né sperimentale né pop: semplicemente si sente la stanchezza di una band scoppiata. Il che è affascinante a volte, come tutte le cose decadenti, ma non rende giustizia al gruppo, nel quale tra l’altro Cuccurullo comincia a diventare un peso un po’ troppo specifico e fuori controllo nella sua megalomania. Tanto che a guardarlo suonare dal vivo a petto nudo, capelli rasati e cappelletto alla Red Hot Chili Peppers in testa sembra un corpo estraneo in seno a dei fan dei Roxy Music; e infatti a breve verrà messo alla porta. Secondo Rhodes, vista la situazione in cui è stato registrato, Pop Trash è comunque servito a uscire da una impasse creativa forse letale: troviamo infatti alcuni brani titanici in cui si sente lo sforzo compositivo nel cercare di dire qualcosa partendo dal nulla, come la complicatissima Lady Xanax o il singolo Someone Else Not Me. Che in comune hanno un andazzo farmacologico traballante, cifra un po’ di tutto il disco: come una terapia antidepressiva che ti eccita ma non ti toglie il malessere. Ed è il difetto più grande, poiché all’ascoltatore fa proprio l’effetto di un narcotico: si dorme spesso ad occhi sbarrati.

11“Liberty” (1990)

A proposito di farmaci e droghe, Liberty esce nel 1990 ed è a tutti gli effetti un’occasione persa. Lo si sente già dall’ossessivo singolo Violence of Summer, che con il suo piano digitale traina il gruppo in una versione 90s (in senso dance) dei Velvet Underground, sulla carta interessante. Il problema è che i Duran Duran (sì, finalmente il nome ritorna quello di una volta in onore di una ritrovata coesione) cercano di dare energia eccessiva a brani che non ne hanno bisogno, soffocando così le melodie e paradossalmente rinforzando i punti deboli. John Taylor ricorda del periodo un totale annebbiamento dovuto alle dipendenza da stupefacenti, e in effetti il disco ha dalla sua un effetto “bolla di plastica” tanto che a volte sembrano anche una versione pop dei Grid, ma è un’arma a doppio taglio che li aliena dal pubblico. In pratica, una bella tela che i nostri sfregiano involontariamente mentre la trasportano da una stanza all’altra del museo (inteso come storia della band): basti appunto pensare alla ballatona My Antartica, a tutti gli effetti uno dei migliori pezzi dei Duran, o al singolo Serious in cui si ritorna a parlare di funk in chiave contemporanea, o alla contorta Read My Lips che avrebbero meritato ben altro trattamento in sede di produzione. Di interessante c’è però che in formazione entrano come membri ufficiali Cuccurullo col suo chitarrismo pirotecnico e il batterista Sterling Campbell, un mostro di perfezione ritmica che non a caso poi verrà scippato ai Duran Duran da David Bowie col quale registrerà gli album più pesanti della sua storia (Outside ed Earthling, per dirne un paio).

10“Astronaut” (2004)

Volendo essere duraniani puri, Astronaut potrebbe essere inserito tra i loro migliori album di sempre, poiché viene ricomposta la formazione originaria con il rientro in campo di Andy Taylor e Roger Taylor, cosa che in effetti farà impazzire tutti facendo schizzare il disco nelle classifiche di tutto il mondo. La verità invece è che Astronaut è un disco sì compatto come difficilmente troviamo nella loro discografia, ma anche abbastanza paraculo nel riproporre il vecchio stile Duran pompato per le nuove generazioni a suon di compressori e synth a modelli analogici con pacchianata inclusa. Il risultato è un ibrido che va bene per gli spot della Telecom Italia (vedi Reach up for the Sunrise) o per i club universitari, ma al sound non corrisponde altrettanta ispirazione nei brani, essendo a tutti gli effetti un’operazione costruita a tavolino. La cosa buona di Astronaut è però che rimetterà assieme, soprattutto dal punto di vista umano, quattro su cinque Duran. Andy Taylor infatti tornerà – purtroppo – ad avere gli stessi problemi di empatia con la band che avevamo visto nel periodo Notorious, cosa che porterà i colleghi ad allontanarlo proprio nel mezzo delle registrazioni del successivo Red Carpet Massacre. Quando si dice ritornare insieme solo per i soldi…

9“Paper Gods” (2015)

I Duran nel 2015, dopo ben cinque anni dal precedente All You Need Is Now, ritornano sulle scene forti di una convinzione: se i Daft Punk hanno fatto il botto con una roba come Random Access Memories che vede alla produzione il grande Nile Rodgers, beh, allora ci riprendiamo quello che è nostro, essendo stato il leggendario chitarrista degli Chic uno dei collaboratori più fidati del gruppo inglese. Paper Gods è una risposta a questo “modernariato” che ritorna prepotente di moda negli anni 2000 e ha degli spunti sonori interessanti nati da un mix di produttori tra i quali proprio il succitato Rodgers. Troviamo la title track settata tra il gospel e la dance, You Kill Me with Silence che è a tutti gli effetti la versione trap dei Duran, Pressure Off che rimette a nuovo le pulsioni funk del periodo Notorious con il feat della producer e cantautrice Janelle Monáe. E poi tutta una serie di brani ultramoderni fatti di synth gonfissimi a zanzara e produzione elettronica steroidale, la quale farà salire l’album ai primi posti delle chart, ma snaturerà l’identità dei Duran. Se togliete la voce di Le Bon è impossibile riconoscere alcunché dei quattro inglesi. Un bene? Un male? Ai posteri l’ardua sentenza…

8“Duran Duran (The Wedding Album)” (1993)

Un album importantissimo nella storia dei Duran Duran, quello che originariamente era il secondo omonimo della band (il primo era del debutto dell’81) forse a simboleggiare una rinascita che poi effettivamente ci fu. Wedding Album, ribattezzato dai fan così a causa della cover art che vede le foto dei genitori di ciascun membro in foggia matrimoniale, sarà l’album che riporterà il gruppo in cima alle classifiche, contro ogni algoritmo e pronostico. Un disco creato da una band collassata in cui nessuno credeva più e che quindi non ha più niente da perdere: e il risultato sarà chiaramente di cuore, diretto, efficace, tanto da farli risalire la china. I singoli estratti dal disco, come Too Much Information, il best seller Ordinary World e la spaccacuore Come Undone sono tra le prove migliori del gruppo, tanto che da sole valgono l’acquisto. Cuccurullo spazia con la sua chitarra sonica dando un apporto fondamentale alla composizione, tanto da essere probabilmente il disco nel quale riesce a calibrare perfettamente il virtuosismo che lo caratterizza con la proverbiale essenzialità del gruppo. Contiene negli arrangiamenti momenti sperimentali (ad esempio l’intermezzo Shotgun) che risentono del periodo storico “alternativo”, ma il fatto che ci sia una grande – e forse troppo ingombrante – strizzata d’occhio all’Adult Oriented Rock (con episodi dubbi come To Whom It May Concern) lo piazza in una zona interlocutoria nella produzione dei nostri. Ad ogni modo, un passo importante della loro storia che poi porterà a prove più “hard”.

7“Seven and the Ragged Tiger” (1983)

Siamo nel 1983 e i nostri sono gonfi di successo: la parola gonfi non è usata a caso, poiché ovviamente il leitmotiv degli eccessi non accenna a fermarsi (come anche confermato dalla consigliatissima autobiografia di John Taylor Nel ritmo del piacere). I nostri dopo il boom di Rio sono praticamente costretti a fare centro, e rimettendoci all’ascolto di Seven nella sua completezza col senno di poi potremmo dire che la freccetta scoccata è finita ai bordi del tabellone. Per la maggior parte il disco è composto da pezzi scialbissimi, messi su cercando di mascherarne l’assenza di ispirazione (parliamo di (I’m Looking for) Cracks in the Pavement, I Take the Dice, Of Crime and Passion). Poi però ecco The Reflex e Seventh Stranger e si vola, come neanche riescono a fare gli altri singoli New Moon on Monday e The Union of the Snake che per quanto pulsino nel cuore di ogni duraniano non riescono però a dire davvero qualcosa di nuovo – non servirà a molto chiamare come ingegnere del suono Phil Thornalley, all’epoca bassista e produttore dei Cure dei quali i Duran erano grandissimi fan. Non a caso questo disco non sarà influente quanto Arena, il live dell’anno successivo dove troveranno posto alcuni brani di Seven in una versione sicuramente più sprint e conterrà la fondamentale The Wild Boys, dagli echi burroughsiani. Comunque sia, Seven è un disco perfetto nel descrivere storicamente i pregi e i difetti di una band che all’epoca era famosa più dei Beatles, ma proprio a ragione di ciò oramai incapace di capire cosa suonare a causa delle urla delle fan a coprire tutte le frequenze mentali ancora disponibili.

6“All You Need Is Now” (2010)

Nel 2010, stabilizzatisi nel quartetto originario (senza Andy Taylor ovviamente) e reduci dal passo falso commerciale di Red Carpet Massacre, i Duran decidono di autoprodursi con l’etichetta di Nick Rhodes, la Tape Modern, e affidarsi alle major solo per la distribuzione. Scelta appropriatissima che permette alla band di lavorare senza rotture di cazzo. Il risultato è All You Need Is Now: un disco ispirato che finalmente riesce a catturare i Duran nel loro suono classico senza farlo risultare “ruffiano”. Certo, già dalla title track la band è intenzionata ad attirare le nuove generazioni, ma senza ripulirsi. Tanto che il synth storpio di apertura già sembra una dichiarazioni di intenti. Che le darà ragione, raggiungendo i primi posti delle classifiche di iTunes rilanciando i Duran come una forza ancora lontana dall’esaurirsi. L’esempio, a parte nella title track, è nella canzone manifesto “Blame the Machines, la scoppiettante Girl Panic e la clamorosa Too Bad You’re So Beautiful che non ti esce dalla testa neanche a trapanare il cranio (ne esiste una Night Version da urlo): tanto che molti hanno chiamato l’album il nuovo Rio. Da una parte l’osservazione non è errata, dall’altro l’album in se non raggiunge lo stesso grado di innovazione, ed è la pecca più grande che ci impedisce di mettere il disco tra i capolavori totali, fermo restando che sia un discone.

5“Red Carpet Massacre” (2007)

Subito dopo l’exploit di Astronaut i Duran si rimettono in studio, stavolta pensando a un disco diverso, addirittura più politico – evento totale per la band. Ma proprio durante la lavorazione, Andy Taylor diventa ingestibile e gli altri sono costretti ancora una volta a scaricarlo e, approfittando dell’idea della casa discografica di chiamare Timbaland a lavorare su alcuni brani, decidono di abbandonare il progetto iniziale e di scrivere pezzi nuovi di zecca. Il disco abortito rimarrà nell’aria col titolo di Reportage ed è ancora nei cassetti pronto a fare capolino al momento giusto. L’album che uscirà ufficialmente si chiamerà Red Carpet Massacre, titolo che è a suo modo comunque polemico su un certo modus operandi del mondo della moda e quindi (sottointeso) del mainstream a largo raggio.

Red Carpet è un disco particolarissimo che è a tutti gli effetti uno dei migliori dischi del gruppo, in quanto la mano di Timbaland alla produzione riesce a trasformare i Duran in un prodotto moderno senza però annientarne l’essenza, anzi ne rinnova l’attenzione per il groove e per la sperimentazione elettronica. Addirittura si va a pescare nel periodo in cui i nostri erano legati a un certo minimalismo synth punk. Fa fede la title track, che è praticamente la versione dei Duran di Warm Leatherette dei Normal, un pezzone violentissimo e duramente sintetico che non sacrifica per questo la vena melodica di Le Bon. Anche Falling Down, il singolo con Justin Timberlake, sembra nascere da una sincera ispirazione risultando uno dei pezzi più suadenti della storia dei Fab Five. Ma anche l’apertura di The Valley, la sensuale Tempted, la massiccia Cry Baby Cry (solo per il mercato giapponese) rappresentano momenti felicissimi: così non saranno le vendite, che coleranno a picco rendendo il disco un flop totale. Il neo infatti è da vedersi – paradossalmente – proprio nella produzione di Timbaland, la cui fama è a dir poco ingombrante e si inimica non pochi duraniani: poco importa, plaudiamo allo spirito di rischio della band che non si è piegata al prevedibile agognato dal pubblico.

4“Medazzaland” (1997)

Uscito poco dopo il disastro commerciale di Thank You, un curioso disco di cover, Medazzaland potrebbe essere considerato tranquillamente il Sgt. Pepper’s dei Duran. Il motivo è presto detto: una buona percentuale del disco è farina del duo Cuccurullo-Rhodes e inizialmente trattasi di materiale per il nuovo album della loro creatura parallela, gli interessanti TV Mania. Ne consegue un suono sperimentale, a volte indigesto, acido, sicuramente fuori dagli schemi. Il pubblico se ne accorgerà immediatamente accogliendo l’album in modo tiepido, ma a peggiorare la cosa è il cambio di casa discografica che ne mina le potenzialità promozionali. È comunque un disco senza compromessi, ispirato dall’esperienza lisergica di Le Bon con un farmaco, il Midazolam, assunto dal dentista. E quindi via alle tinte psichedeliche, quasi noise rock, con la title track, la simil industrial Big Bang Generation, con un Cuccurullo che sviluppa al massimo le potenzialità soniche del gruppo culminanti nel singolo bomba Electric Barbarella, uno dei migliori della band, del quale però viene censurato il video considerato “sessista” impendendone un sicuro numero uno in tutti i Paesi. Ma sono presenti anche struggenti ballate come Out of My Mind, diretta erede di The Seventh Stranger, deliri elettronici come Be My Icon, tutta voce distorta e allucinazioni, ma anche mischioni tra hip hop e lo fi acustico in Undergoing Treatment. Di base è anche un disco sull’assenza, sulla perdita: che sia il suicidio di Michael Hutchence degli INXS evocato da Michael You’ve Got a Lot to Answer For, o quello di Kurt Cobain in So Long Suicide, nuvole nere passano su questa montagna di lsd sonoro che prevede anche strumenti indiani effettatissimi nella grande tradizione beatlesiana. La vera mancanza è quella di John Taylor, evocata dal pezzo Buried in the Sand: il bassista, i cui problemi con la vita e le droghe stanno diventando un grosso rebus da risolvere, decide di tentare la carta solista e il rehab definitivo, lasciando però agli ex colleghi una serie di brani scritti anche da lui e altrettanti suonati col suo basso. Tanto che Medazzaland è il disco in cui Taylor è ancora presente, ma come una sorta di Syd Barrett che evapora nei suoi solchi, rimanendo però presenza fondamentale e orgiastica.

3“Big Thing” (1988)

Dopo la fuffa di Notorious, i Duran Duran sembrano avere le idee chiare: se la new wave è morta e il funk è diventato routine, c’è un intero pozzo al quale dissetarsi, quello della house music. Nell’anno in cui la New Summer Of Love si sta imponendo in Inghilterra e nel mondo a base di ecstasy e acque amare assortite, Big Thing rappresenta un esperimento importante nel cercare di esportare il suono new romantic nella nuova musica da ballo che rappresenta qualcosa di più grande di uno stile musicale: piuttosto è uno stile di vita. Se da una parte gli Happy Mondays si fanno carico dell’ibridazione con il rock, i Duran sono tra i pionieri del crossover con la wave. Esperimento tra l’altro riuscito se pensiamo al singolo I Don’t Want Your Love che riesce a essere house pur mantenendo un puro spirito duraniano post A View to a Kill, oppure la title track, vero inno e manifesto di intenzioni, il post synth pop All She Wants Is e la perfetta e vagamente acid Drug (It’s Just a State of Mind), che già dal titolo dice tutto. Non mancano stupende ballate dance progressive come Do You Believe in Shame? dedicata tra gli altri al loro produttore Alex Sadkin deceduto nel 1987. Da notare il primo ingresso di Cuccurullo e di Campbell come chitarrista e batterista in pianta stabile, anche se ancora non ufficialmente accreditati come membri a tutto tondo. Il loro apporto sarà comunque fondamentale nel dare corpo ai brani. Il disco, forse anche per il suo coraggio nel tentare nuove strade, avrà un successo moderato, ma rappresenterà per i Duran la chiusura definitiva dell’era ’80 verso nuovi lidi più rischiosi quanto stimolanti che li porteranno direttamente ai 2000.

2“Duran Duran” (1981)

Il primo album della band non si scorda mai, come il primo amore: questo contiene grandi classici come Planet Earth, Girls on Film, Careless Memories e deliri da oriente pixelato come Nightboat o Tel Aviv, il perfetto mix tra i Japan, la new wave, gli Chic e i Sex Pistols, non disprezzando spruzzate “metallare”. La working class che disegna il futuro vestendosi fico, lo stato dell’arte del new romantic: le prime censure (il video scandalo di Girls on Film), i primi grandi esperimenti su un’opera totale che vede le session pubblicitarie fotografiche, i video musicali, l’endorsement di sintetizzatori, le copertine dei dischi, l’abbigliamento, come un tutt’uno con le canzoni. Da questo momento il pop non sarà più innocente come prima, ne fa fede il chorus disumanizzante applicato alla voce di Le Bon in maniera fissa, come fosse un Auto-Tune, simbolo di una gioventù materialista e già fuori di sé, che vuole vivere come in un eterno poster patinato. Impossibile prescinderne.

1“Rio” (1982)

Il capolavoro assoluto della band arriva nel 1982 , un album che contiene praticamente solo hit single, una produzione che fa subito scuola, un’attitudine verso la sintesi programmata e verso la compattezza tra suono e poetica. Save a Prayer, Hungry Like the Wolf, The Chauffeur sono il picco assoluto di un metodo compositivo che vede (tra i primi nel pop) lanciare l’arpeggiatore del Jupiter 8 random, intorno al quale si disegna un mondo di plagi e microplagi che diventano migliori dell’originali se non proprio unici (ad esempio per Save a Prayer Morricone, per The Chauffeur i Japan di Nightporter, per New Religion il riff di chitarra di Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd), e un John Taylor che col suo fretless ricama sensualità a pacchi (come nella stupenda Lonley in Your Nightmare). Un boom di vendite, l’inizio della duranmania nel mondo e quindi anche l’inzio del declino, dello sciupare e dello sciuparsi nella frenesia di essere pionieri in tecnologia e comunicazione. Due facce di una stessa medaglia tra party, eccessi, fanatismo, la realtà che si ribalta nella fantasia, l’avanguardia fatta pop art. Travolti dal successo, i Duran Duran a stento tengono i piedi per terra. Ma anche adesso che hanno 40 anni di carriera tra montagne russe di alti e bassi li vedi ancora tenere le braccia al cielo come Taylor durante la versione live di A View to a Kill. Ancora danzano nel fuoco, e c’è da credere che lo faranno per un bel pezzo mentre noi, ovviamente, ancora li mimiamo con goduria.

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