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Tutti gli album degli Who, dal peggiore al migliore

Concept ambiziosi, hard rock prima che si parlasse di hard rock, inni generazionali: nell'arco di quasi 60 anni d'attività, Pete Townshend e soci hanno pubblicato capolavori e opere minori

Gli Who nel 1971

Foto: Michael Putland/Getty Images

Da quanto tempo non pubblicano un grande album, gli Who? Probabilmente dalla metà degli anni ’70. Ed è giusto che continuino a chiamarsi così, dopo che il quartetto originale si è dimezzato? Se ne può discutere: quando si è trattato di incidere due dischi in coppia, per dire, Robert Plant e Jimmy Page non se la sono sentita di chiamarsi Led Zeppelin. Anche senza il glamour e le megaproduzioni dei Rolling Stones, dal vivo Pete Townshend, Roger Daltrey e i loro gregari di lusso sanno ancora mettere in scena uno dei più grandi spettacoli rock al mondo, show memorabili che ci auguriamo di rivedere presto in giro dopo lo stop forzato di questo biennio. Ma su disco, e nonostante le lodi eccessive che nel 2019 hanno salutato l’arrivo di Who (destinato a riscuotere un credito d’affetto maturato in tanti anni d’attesa), sembrano annaspare da troppo tempo alla ricerca di un’autentica ispirazione, mostrandosi spesso più convinti nelle prove soliste o con altri collaboratori (per esempio, il ruspante Going Back Home che Daltrey ha registrato a fine 2013 con Wilko Johnson).

Sono sempre stati parchi, nella produzione discografica (12 album di studio in 56 anni di carriera, i primi otto tutti usciti tra gli anni ’60 e ’70), e molte delle loro cose migliori – I Can’t Explain, Anyway, Anyhow, Anywhere, Substitute, Pictures Of Lily, Magic Bus, The Seeker, Join Together, materiale prezioso e irrinunciabile per una playlist di classic rock – sono uscite solo su singolo o su antologie. Però anche sulla lunga distanza hanno saputo scatenare fulmini e saette, almeno nei primi dieci anni di vita: la mente fervida, turbata e visionaria di Townshend ha spesso dato il meglio quando ha accettato di sfidare se stessa mettendosi a confronto con concept ambiziosi, a volte astrusi e altre volte premonitori nel loro impianto narrativo, trovando una chiave geniale di espressione che gli ha permesso spesso di risultare più empatico e coinvolgente di tanti contemporanei. Gli Stones cantavano il sesso, le droghe, una generica ribellione e la frustrazione dei ragazzi insoddisfatti. Gli Zeppelin il sesso, Tolkien, le leggende celtiche, i miti nordici e i viaggi in altri continenti. Ray Davies dei Kinks osservava con mordace ironia la English way of life tradizionale. E i Beatles, finché erano in vita, cantavano di tutto. Ma nessuno come Pete cercava il dialogo e il contatto diretto con i kids, i mod che guardava negli occhi dal palco e di cui sapeva descrivere con cruda onestà e affettuosa compartecipazione i sentimenti di esclusione e di inadeguatezza, la goffaggine con le ragazze, la tenera rudezza, il rifugio e lo sfogo nelle droghe farmaceutiche e nelle zuffe di strada.

Innervati di beat, di Northern soul, di psichedelia, di music hall, di rhythm & blues e di hard rock prima che di hard rock si cominciasse a parlare, le sue melodie e i suoi sferzanti power chords erano musica elettrica per il corpo e per la mente, scariche di adrenalina e fiammate di epico romanticismo capaci di scuoterti e di farti ballare ma anche di indurti a riflettere. Rock and roll e maximum r&b per teste calde ma pensanti che spingevano a una stretta identificazione tra pubblico e performer, persino nei ’70 del rock stardom portato agli eccessi. Townshend è stato il portavoce di una sottocultura, più che di una generazione, un artista capace di sondare le nevrosi e l’indole rivoltosa della generazione britannica postbellica che fin dall’inizio – e pur disprezzando gli ideali hippie (nelle interviste ricorda spesso Woodstock come una delle peggiori esperienze della sua vita) – si è messo a ricercare con la musica, gli album e le canzoni una forma di trascendenza e di illuminazione spirituale, raccontando in seguito come forse nessun altro le crisi esistenziali delle rock star e dell’uomo comune di mezza età.

Gli Who erano per lui un veicolo espressivo formidabile, quattro personalità debordanti e diversissime tra loro capaci chissà come di trovare un terreno comune. Pete, l’intellettuale nevrotico che mulinava frenetico il braccio destro sulla sua Gibson e sfasciava chitarre, riservava di solito alla sua voce stridula e fragile i momenti più intimisti e fuori standard, affidando i pezzi più tosti e più robusti alla sua nemesi e antitesi, Roger Daltrey (divertendosi, a volte, a mettergli in bocca parole che stonavano con quella voce virile e l’immagine proletaria da bullo macho e attaccabrighe). L’irremovibile, funereo e silenzioso John Entwistle, il “bue” che sovrastava tutti per robustezza fisica e imperturbabilità, ci metteva un basso agile e tonante e qualche canzone tinta di irresistibile black humour, Keith Moon la sua folle imprevedibilità fuori dalle righe e dai righi degli spartiti, un drumming straripante e dinamitardo come quelle cariche esplosive che amava far esplodere sul palco e nelle camere degli alberghi (poi arriveranno le tastiere di John ‘Rabbit’ Bundrick, il basso di Pino Palladino, la batteria di Zak Starkey ecc., ma la potenza di fuoco del quartetto originale resterà irripetibile). L’energia devastante dei loro live è stata incisa nella roccia del leggendario Live at Leeds (1970); l’ondivaga natura delle loro prodezze in sala di incisione nei 12 album di studio che qui sotto trovate riordinati (a nostro sindacabile giudizio) dal peggiore al migliore.

12“Who” (2019)

Vado controcorrente. Roger Daltrey lo considera il loro disco migliore dai tempi di Quadrophenia, le recensioni sono state benevole quando non entusiaste e hanno salutato il ritorno del gruppo allo smalto dei bei tempi. Sarà. Il primo aggettivo che mi viene in mente per descrivere Who è un termine che fa a pugni con la storia e con lo spirito della band: blando. Il suono è troppo denso, carico e standardizzato, certe scelte produttive goffe e fuori luogo (in un paio di pezzi spunta persino l’AutoTune!) e per quanto sia apprezzabile lo sforzo di uscire dalla comfort zone i risultati raramente sono convincenti: che c’entrano, gli Who, con il pop banale da FM di Beads on One String, i ritmi latineggianti di She Rocked My World e il folk pop alla Mumford & Sons di Break the News (scritta da Simon Townshend, fratello di Pete e da molto tempo chitarrista aggiunto)? Anche i richiami all’attualità politica e agli orrori del campo di prigionia di Guantanamo – in Ball and Chain, un blues abbastanza ordinario – non sembrano molto convinti, e Townshend come spesso accade nei dischi della band piazza il colpo migliore in apertura, rivolgendosi ironicamente in All This Music Must Fade tanto agli imitatori che all’amato/odiato Roger. I due non si sono incontrati neanche una volta durante le sedute di registrazione, lavorando in studi diversi, e hanno litigato pure sulle tre superflue bonus track che Pete in autonomia ha deciso di appiccicare in fondo alla tracklist della prima edizione del disco. Alla fine la cosa più bella è la copertina zeppa di simboli e riferimenti alla cultura mod e agli anni ’60, opera del grande Peter Blake (artefice di quella leggendaria del Sgt. Pepper beatlesiano e già coordinatore di quella di Face Dances).

11“Endless Wire” (2006)

Tutti d’accordo, invece, nell’assegnare un posto basso in classifica al ritorno di Townshend e Daltrey dopo 24 anni di assenza, per la prima volta senza John Entwistle sostituito dal navigatissimo Pino Palladino in una eccellente sezione ritmica completata da Zak Starkey, il figlio di Ringo Starr. Il ronzio di synth a inizio disco rimanda esplicitamente a Baba O’Riley, ma purtroppo Endless Wire non è Who’s Next. È, invece, un disco confuso e senza direzione in cui Townshend riannoda i fili di tanti progetti lasciati in sospeso, pescando personaggi e sottotrame dal vecchio “audiodramma” solista Psychoderelict e da The Boy Who Heard Music, una weblog novella che aveva preso a scrivere a puntate sul suo sito Internet. Sempre affascinato dalle evoluzioni tecnologiche, in Fragments presenta un saggio di quella method music che ai tempi stava sperimentando con il compositore Lawrence Ball (ideatore di un software destinato a generare “autoritratti musicali” su Internet); ma privi del loro “equatore” Entwistle (la metafora è di Daltrey) i due poli opposti della band faticano a trovare la bussola, soprattutto nella mini opera un po’ inconcludente che intitola il disco, occupa la seconda parte del programma e si riaccende solo nel finale malinconico e disarmante di Tea & Theatre. Quando Townshend si mette a nudo e mostra le ferite, l’album ha un sapore autentico: succede nella bella e amara ballata acustica A Man in a Purple Dress (un attacco alle gerarchie religiose) e in You Stand by Me, un tenero ringraziamento a chi, come la compagna Rachel Fuller e lo stesso Roger, gli è rimasto a fianco dopo le infamanti accuse di pedopornografia piovutegli addosso pochi anni prima.

10“It’s Hard” (1982)

«Questo disco non sarebbe mai dovuto uscire», tuonerà anni dopo Daltrey a proposito di un LP pubblicato su pressioni della casa discografica e dei promoter che insistono per un nuovo tour mentre Townshend è assalito dai dubbi ed è in rehab per guarire dal suo alcolismo cronico. Sono gli anni ’80 e come tutti gli eroi rock and roll dei due decenni precedenti gli Who si trovano spiazzati, indecisi se aggrapparsi al classico o tentare di agganciarsi alla modernità (la copertina mostra un bimbo alle prese con un videogioco Atari, versione aggiornata del flipper fine anni ’60 di Tommy Walker). Oltre che per se stesso, Pete sembra preoccupato per lo stato del pianeta e non vuole che si pensi a lui come a una rock star distante dai problemi della gente comune: la sua penna però è inaridita e apre spazi a Entwistle (tre pezzi su dodici) trovando pochi sbocchi significativi. Un solo brano resisterà all’usura del tempo e alla deperibilità di It’s Hard, tanto da essere proposto ancora oggi in concerto: è Eminence Front, synth funk cantato da Townshend uscito anche come singolo, che sul palco l’autore descriverà come «una canzone che parla di quel che succede quando si prende troppa polvere bianca» perdendo il contatto con la realtà. Onesto e sincero, come (quasi) sempre.

9“Face Dances” (1981)

Moon non c’è più, ucciso da un’ingestione extra di pillole e da una vita vissuta con l’acceleratore a tavoletta, e la sua assenza pesa come un macigno. Il sostituto, l’ex Small Faces e Faces Kenney Jones che con gli Who condivide esperienze e vicinanza alla cultura mod, fa quello che può ma è soprattutto Townshend a dover fare i conti con uno shock emotivo che lo manda in tilt. Cala subito il suo unico asso con You Better You Bet, una pop song scoppiettante e con l’argento vivo addosso che dedica a una giovane fiamma del momento entusiasmando anche un Daltrey in gran spolvero («il modo in cui rimbalza la linea vocale» dirà il frontman «mi ha sempre ricordato il modo di cantare di Elvis Presley»). Il resto viaggia a velocità di crociera e senza grandi sussulti, tra la rilassata piacevolezza esotica di Don’t Let Go the Coat (un’ode al guru Meher Baba?), una Did You Steal My Money che prende più di qualcosa in prestito dai Police e la piacevole marcetta di How Can You Do It Alone, mentre Entwistle sembra quasi evocare lo spirito dei Black Sabbath nell’autobiografica The Quiet One (“tutti mi chiamano quello tranquillo / puoi provarci ma non riuscirai ad avvicinarmi”) e in Another Tricky Day Daltrey ribadisce che “il rock and roll non morirà mai”. Solo che, a quel punto, non ne sembra più convinto neanche lui.

8“Who Are You” (1978)

È il momento in cui la corazzata comincia a scricchiolare paurosamente e in cui i quattro (soprattutto Keith e Pete) fanno i conti con la dissolutezza degli anni ’70. Tre settimane dopo la pubblicazione Moon esala l’ultimo respiro, ma già durante le session si mostra spento e affaticato, una zavorra che pesa sulle spalle dei compagni. Pete cerca di tenere in piedi la baracca ideando densi e complessi arrangiamenti che intrecciano synth e chitarre elettriche e recuperando qualche scampolo dalla vecchia e mai pubblicata rock opera Lifehouse: tra questi la title track, uno dei pezzi più famosi in repertorio e un capolavoro di potenza, dinamica, arrangiamento vocale e riff “alla Who”, rinato a nuova vita quando nel 2000 diventò la sigla del serial poliziesco C.S.I. in tv, ispirato da “un giorno nella vita di Pete Townshend” (inclusa una sbronza al pub con Steve Jones e Paul Cook dei Sex Pistols e l’incontro con un poliziotto che lo trova in stato di semi incoscienza su un marciapiede di Soho) e trasformato in una sorta di proclama o di atto di sfida dall’interpretazione muscolare e aggressiva di Roger. L’operetta rock di Guitar and Pen, il moderno e originale blues tecnologico di Music Must Change e il pop di Had Enough non suscitano altrettanto entusiasmo, mentre Sister Disco (che di disco music non ha nulla) combina con una certa efficacia power chords e violini sintetici. Quando l’anno dopo uscirà il bellissimo Empty Glass sarà chiaro a tutti che Townshend si è tenuto le canzoni migliori per il suo progetto solista.

7“The Who By Numbers” (1975)

Spartiacque, anche temporale, tra i dischi minori e i grandi album degli Who, il sottovalutato The Who By Numbers appartiene alla seconda categoria. È l’LP in cui Townshend, alla soglia dei 30 anni, fa i conti con l’ingresso nella fase adulta e stila un bilancio, amaro, sulla prima parte della sua esistenza. Niente grandeur e maximum r&b, stavolta, ma molto calore e umanità, onestà, semplicità, suoni quasi “roots” e un umore decisamente malinconico e introspettivo. Soprattutto nelle canzoni autobiografiche che vedono Pete al microfono (However Much I Booze, Blue Red and Grey con il solo accompagnamento di un ukulele e di una discreta sezione di ottoni), mentre Squeeze Box è la hit più spensierata in catalogo e Slip Kid (un altro parto di Lifehouse) un avvertimento sulle insidie del music business al ritmo di un rock and roll vivace e percussivo. L’impeto romantico e passionale di certe ballate di Quadrophenia rivive grazie anche al lirico pianoforte di Nicky Hopkins in pezzi come Imagine a Man, Dreaming from the Waist e They Are All in Love, mentre in Success Story Entwistle racconta con beffardo cinismo le truffe del rock and roll e le parabole dei suoi protagonisti (Who compresi, ovviamente).

6“A Quick One” (1966)

È l’album più democratico degli Who, quello in cui tutti i componenti partecipano attivamente al processo compositivo (Townshend a corto di pezzi fa spazio a un brano di Daltrey, mentre Moon ed Entwistle ne firmano due a testa). Sono ancora alla ricerca di un linguaggio autonomo, i quattro, come dimostra l’inclusione di una cover recuperata dalle scalette dei concerti (Heat Wave di Martha and the Vandellas, puro suono Motown in versione piuttosto light) e di pezzi garage che tradiscono l’origine mod del gruppo e il suo amore per il rhythm & blues (Run Run Run). Ognuno dei quattro mette in mostra le sue inclinazioni: nessuno, se non Moonie, poteva concepire uno sgangherato cartoon in musica come lo strumentale Cobwebs and Strange, mentre il vocione e il basso squassante di Entwistle trasformano la filastrocca in salsa horror di Boris the Spider in uno dei più grandi successi a 45 giri del gruppo (darà anche il titolo alla versione americana, con scaletta diversa, dell’LP). Tra flauti e clavicembali che anticipano quel che verrà dopo, Townshend sfodera il meglio con l’agrodolce So Sad About Us, scritta in origine per i Merseys e in seguito ripresa da tanti altri artisti, e nei nove minuti finali di A Quick One, While He’s Away: sfidato dal manager Kit Lambert a comporre una mini opera, Pete se ne esce con una piccola e movimentata suite in sei movimenti in cui si alternano canto a cappella, jingle jangle, country & western e psichedelia e che ha per tema una bizzarra e parzialmente autobiografica storia di tradimento e perdono. Il tono è ironico (“Una sveltina, mentre lui non c’è”) ma non mancano le riflessioni moraleggianti e le pretese di emancipazione spirituale: «il rock and roll era sempre stato roba che parlava a quel che c’è sotto la cintura, ma qui c’era qualcosa di diverso».

5“My Generation” (1965)

Con (I Can’t Get No) Satisfaction, la canzone che intitola il primo album degli Who è l’inno ufficiale dei teenager postbellici che a metà anni ’60 esprimono tutta la loro frustrazione mettendo in discussione il sistema di valori ereditato dai genitori, ribelli senza causa carichi di una miscela esplosiva di adrenalina, di furia e di testosterone che minaccia di far saltare le fondamenta dell’establishment. Tutto è iconico, in quei memorabili tre minuti e 18 secondi: il riff devastante e i feebdack di chitarra, l’immortale, secco e incisivo assolo di basso, il suono della batteria catturato da 12 microfoni minuziosamente posizionati dal produttore Shel Talmy, la voce balbuziente di Daltrey (perfetta nell’esprimere una rabbia a stento repressa) e quel testo che racchiude lo spirito e lo stato d’animo di un’epoca (“spero di morire prima di diventare vecchio”). Basterebbe da sola a giustificare l’importanza storica di uno degli album manifesto del movimento mod britannico dei Sixties (confezionato con qualche aiuto esterno, compreso quello di un giovane Jimmy Page), ma c’è altro. The Kids Are Alright è una memorabile istantanea della generazione mod, e poi ci sono cover r&b di James Brown e di Bo Diddley, il doo wop che incontra il soul di La-La-La-Lies, strumentali surf (The Ox, da cui Entwistle prenderà il suo soprannome) e straordinarie vignette di vita ordinaria (A Legal Matter, in cui con la sua vocetta adenoidale Townshend impersona un ragazzo che vuole continuare a divertirsi sfuggendo alle responsabilità del matrimonio).

4“The Who Sell Out” (1967)

Townshend lo considera il primo, vero album degli Who e non gli si può dare torto. Non è una raccolta di singoli e di canzoni, non è neppure un vero concept ma piuttosto una via di mezzo. In questo senso, un disco di transizione il cui filo conduttore è rappresentato da una divertente finzione, l’immaginario programma radiofonico di un’emittente pirata londinese inframmezzato da spot commerciali che promuovono prodotti alimentari, deodoranti e creme anti acne raffigurati con gli Who come testimonial in una ironica copertina che è un piccolo capolavoro di pop art (l’uso di marchi davvero in commercio provocherà al gruppo diversi grattacapi legali). È la qualità delle canzoni a svettare, comunque, in quello che viene definito l’ultimo disco pop di un quartetto che poco dopo inizierà ad irrobustire decisamente il sound e a ingigantire le sue ambizioni: nei suoi 38 minuti abbondanti si mischiano chitarre elettriche e acustiche, rimandi agli Everly Brothers e a Simon & Garfunkel (Mary Ann with the Shaky Hand: il ritratto di una ragazza affetta da un problema fisico o un’altra variazione sul tema della masturbazione dopo Pictures of Lily?), e frizzanti, svagati pastiche come Relax, imperdibili studi di carattere come Tattoo (il tatuaggio come mezzo per conformarsi al gruppo e diventare uomini) e prove generali di Tommy (Rael anticipa Sparks). Siamo in piena psichedelia e gli Who rispondono con il phasing di Armenia City in the Sky (scritta da Speedy Keen, pupillo di Townshend e poi leader dei Thunderclap Newman) e con la formidabile I Can See for Miles, una hit inspiegabilmente mancata in cui Pete convoglia le sue paranoie sugli ipotetici tradimenti della futura moglie Karen comprimendole in quattro minuti di vortici vocali e chitarristici che l’autore descrive come il pezzo «più rumoroso, crudo e sporco» registrato fino a quel momento dagli Who spingendo Paul McCartney a scrivere e incidere Helter Skelter.

3“Quadrophenia” (1973)

La seconda, grande rock opera degli Who è un’ode romantica, epica, appassionata, acre e disincantata alla gioventù, agli inizi della band e soprattutto al pubblico che aveva iniziato a seguirla una decina di anni prima: nella figura del protagonista Jimmy, un mod disilluso dal crollo dei suoi ideali e dal tradimento delle sue figure di riferimento che medita il suicidio prima di un finale aperto e volutamente ambiguo, si riflettono i ricordi di un’epoca ruggente e disperata, frammenti di storia e fiction, i turbamenti dell’adolescenza e le liti in famiglia, le pillole anfetaminiche, il sesso e le serate danzanti, le scorribande in Lambretta e le scazzottate sulla spiaggia di Brighton, i capobanda diventati fattorini e la resa dei conti con l’età matura e il temuto rientro nei ranghi. Per rappresentare la personalità quadruplice del tormentato protagonista (una schizofrenia che diventa “quadrofenia”) Townshend affida a ogni componente del gruppo un tema conduttore dipingendo un affresco corale, potentissimo e maestoso con il mare e la pioggia in costante sottofondo, arpeggiando tra l’hard rock impetuoso di The Real Me e l’introspezione dolente di I’m One, l’esuberanza aspra e incontenibile di 5:15 e l’urlo liberatorio, mistico e catartico di Love Reign O’er Me, uno dei massimi esempi di compenetrazione tra la voce di Daltrey e la musica di Townshend nella discografia degli Who. Il chitarrista si conferma qui un compositore straordinario, creatore di piccole sinfonie rock che fanno ampio uso di sovraincisioni, sintetizzatori e fiati (arrangiati come sempre da Entwistle) aggiunti alla strumentazione rock del gruppo. Non c’è un solo momento debole. Basta essere o essere stati giovani per entrare in sintonia con questo poema musicale sulla adolescenza e i suoi tormenti.

2“Tommy” (1969)

Non la prima rock opera in ordine cronologico (la primogenitura viene generalmente attribuita a S. F. Sorrow dei Pretty Things), ma sicuramente la più famosa, assurta a paradigma del genere. Nella intricata – e abbastanza confusa – trama che racconta della storia del bambino diventato sordo, muto e cieco dopo avere assistito all’omicidio del patrigno per mano del padre reduce di guerra, Townshend affastella molti temi autobiografici e ricorrenti nella sua poetica: i traumi infantili, il bullismo e la pedofilia (rappresentati dal sadico cugino Kevin e dall’untuoso zio Ernie, interpretato da Moon), le sperimentazioni con le droghe e la ricerca di una guida spirituale, tappe di un plot vorticoso in cui alla fine si scopre che nulla cambia e tutto si ripete (recuperate integralmente le sue facoltà dopo essere diventato un campione imbattibile di flipper e avere superato il suo blocco emotivo, Tommy diventa lui stesso un guru e una macchina mangiasoldi a cui i discepoli finiranno tuttavia per ribellarsi). Funziona bene anche come parabola premonitrice sul crollo delle utopie dei ’60, anche e soprattutto grazie alla musica: meno compatto di Quadrophenia, Tommy ha però dalla sua un mazzo di canzoni formidabili, a cominciare dall’irresistibile Pinball Wizard («il pezzo più grossolano che abbia mai scritto», dirà poi il sempre autocritico Pete), mentre I’m Free è un inno sfrenato e gioioso al vitalismo e l’incalzante finale gospel rock di We’re Not Gonna Take It riannoda il filo con il tema ricorrente di See Me, Feel Me in una delle sequenze più note e amate del repertorio. Gli Who saranno coinvolti a pieno titolo anche nella versione orchestrale del 1972 a cura della London Symphony Orchestra (con Rod Stewart, Ringo Starr, Richie Havens e Steve Winwood) e nella colonna sonora del film di Ken Russell uscito nelle sale nel 1975 (con Eric Clapton, Tina Turner, Elton John, Ann-Margret, Oliver Reed e Jack Nicholson).

1“Who’s Next” (1971)

Che dai pezzi lasciati per strada da una rock opera naufragata nella sua stessa ambizione, Lifehouse (una favola fantascientifica su un futuro distopico e sul potere salvifico del rock and roll) sia uscito uno dei dischi più coesi, tosti e vibranti della storia della popular music (nessun riempitivo, 43 minuti di inebriante bellezza) resta un mistero gaudioso. Alcuni testi, letti fuori contesto, suonano criptici e forse poco comprensibili, ma la musica stordisce con una intensità, una potenza espressiva e un lirismo che ancora oggi lasciano a bocca aperta ed emozionano. Sperimentando per la prima volta con i sintetizzatori VCS3 e ARP, Townshend crea ricche orchestrazioni che non perdono un grammo in feeling e in calore e che lasciano voce, chitarre, basso e batteria in primo piano al servizio di una penna in stato di grazia. Il disco si apre e si chiude con due inni che alzano di dieci tacche la misura dello stadium rock evitando le trappole della banalità: Baba O’ Riley proietta gli insegnamenti spirituali del guru Meher Baba nel mondo dei computer e nel minimalismo sonoro di Terry Riley prima di chiudersi con una sfrenata giga condotta dal violino di Dave Arbus (in prestito dagli East of Eden); Won’t Get Fooled Again affida all’urlo viscerale di Daltrey l’espressione irosa di una rivoluzione destinata ancora una volta al fallimento (“Meet the new boss / same as the old boss”). Fitte trame di chitarre elettriche e acustiche, cambi di ritmo, di volume e d’atmosfera generano uno straordinario dinamismo sonoro nell’impetuosa Bargain e nell’estatica Behind Blue Eyes (la ballata perfetta), il piano di Nicky Hopkins porta sulle stelle The Song Is Over, il resto viaggia spedito e con il vento in faccia celebrando il potere della musica e la forza della natura, l’estasi dell’amore fisico e spirituale, la sensazione inebriante del viaggio e della libertà di movimento. Ci pensa Entwistle a riportare per un attimo tutto sulla terra con il rock fiatistico dell’ironica e grottesca My Wife, comunque uno dei pezzi migliori nel suo carnet.