Tutte le volte che David Byrne si è trasformato in un’opera pop art vivente | Rolling Stone Italia
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Tutte le volte che David Byrne si è trasformato in un’opera pop art vivente

Re del carnevale, borghese XL, uomo senza pelle: il musicista dei Talking Heads anima i suoi concerti con idee innovative e costumi brillanti. Ecco cinque trasformazioni che non si dimenticano facilmente

I Talking Heads all'epoca di 'Stop Making Sense'

Foto: Sire Records/Michael Ochs Archives/Getty Images

L’avete visto, David Byrne al Late Show di Stephen Colbert? Il 1° novembre scorso lo scozzese di New York, 69 anni, fisico asciutto, capelli argentati e aria perennemente stralunata, si è intrattenuto con il popolare conduttore televisivo per una breve chiacchierata, una scherzosa lezione di danza e una esibizione dal vivo che ha fatto il giro del web e delle testate musicali. È servita a ricordarci come il concept del suo American Utopia (prima un disco, poi un tour, poi uno spettacolo a Broadway, infine anche un film diretto da Spike Lee) sappia adattarsi a qualunque circostanza rinnovando i codici della performance musicale con i tipici ingredienti del suo ideatore: ritmo e cervello, contenuti e danzabilità, cibo per il corpo e per la mente.

Chi ha visto dal vivo il tour ne ha colto dei frammenti in rete o ha in casa il DVD sa di cosa si tratta: dodici persone in completo grigio («tutti eleganti e simili tra loro») che si muovono a piedi nudi seguendo passi e movimenti coreografati da Annie-B Parson, un ensemble di ballerini e di strumentisti (con un intero battaglione di percussionisti) che un po’ somiglia a una compagnia di danza moderna e un po’ a una marching band tradizionale di New Orleans. Sviluppando un’idea già abbozzata durante il tour con St. Vincent nel biennio 2012-2013, Byrne tiene fede alla sua convinzione secondo cui più degli effetti speciali, dei costumi, dei megaschermi e delle scenografie in uno spettacolo dal vivo «a emozionarci e a interessarci davvero sono le persone che stanno sul palco». Mettendole in primo piano, è più facile «creare una connessione viscerale ed eccitante con il pubblico», trasmettere un’idea: che in questo caso ha che fare con un senso di empatia, di armonia e condivisione.

American Utopia gli dà ragione e funziona benissimo anche in uno studio televisivo come quello di Colbert, ma non è la prima volta che Byrne ci sorprende e ci lascia a bocca aperta con le sue pubbliche esibizioni. Eccone qualche altro esempio.

1. L’abito extralarge (1983-1984)

È il momento più buffo e spiazzante dello spettacolare film concerto diretto da Jonathan Demme, i Talking Heads ripresi in azione nel dicembre del 1983 al Pantages Theatre di Hollywood in un crescendo travolgente di ritmo e dinamismo tra new wave, afro funk, salti e corse per il palco. Durante l’esecuzione di Girlfriend Is Better Byrne indossa un abito grigio assurdamente extralarge, spalle rigide e larghissime, maniche e pantaloni fluttuanti a nascondere il suo corpo elettrico e sottilissimo che si muove come una marionetta nevrotica («più che un abito è un progetto di architettura», spiegò allora la costumista Gail Blacker). L’interesse del musicista per il teatro Nō e Kabuki giapponese e per ogni forma di comunicazione visiva entra in corto circuito con la riflessione di uno stilista suo amico, Jurgen Lehl: «Sai, David, sul palco tutto diventa più grande». Compreso un anonimo completo da uomo d’affari: un modo, ha ricordato lui stesso in un’intervista concessa l’anno scorso a Rachel Syme del New Yorker, «per contrabbandare idee radicali sotto l’apparenza del conservatorismo. Se ti vesti come un professionista, forse riesci a infiltrarti e a farti prendere più sul serio». Un presupposto non troppo dissimile da quello che ha ispirato gli outfit di American Utopia, anche se qui Byrne non si propone come primo attore e non punta a catalizzare l’attenzione dello spettatore: che vaga invece senza un punto fisso di attrazione, cogliendo il quadro d’insieme che predomina sul particolare, il lavoro di squadra che mette l’ego in secondo piano.

2. Il re del carnevale (1989-1990)

Sciolti i Talking Heads, nel 1989 David Byrne pubblica il suo primo album solista Rei Momo, manifesto di un crescente interesse nei confronti della musica latina proveniente da Cuba, dalla Colombia, dalla Repubblica Dominicana e dal Brasile. Dal grande Paese sudamericano Byrne prende a prestito anche il personaggio che intitola il disco: il gaudente, corpulento e sorridente re del Carnevale a cui il sindaco consegna le chiavi della città durante il periodo delle sfrenate festività. Il tour che lo promuove è in tema con quelle atmosfere tropicali e lontanissimo dagli umori metropolitani dei Talking Heads: in camicia, pantaloni, gilet e giacche bianche David e il suo ensemble con trombe, tromboni a tiro e sassofoni, pianoforte, contrabbasso, percussioni e una cantante che indossa un fiore (bianco) tra i capelli sembrano un’esuberante orchestra dell’Avana o di Rio; ondeggiano agili tra samba e merengue, cumbia e bolero, rumba e mambo anche se lui canta in lingua inglese, è pallido come un nordico intellettuale e sembra un gringo in vacanza. Come ai tempi di Remain in Light, Byrne si abbandona alla seduzione del ritmo: ma è un ritmo morbido e flessuoso, stavolta, che non ha nulla di ancestrale e di tribale, meno nervoso e meno ipnotico. La sbornia latina proseguirà nel tour seguente, allestito nel 1991 per promuovere l’album Uh-Oh, ma con un approccio più rock, deciso e graffiante.

3. L’uomo senza pelle (1997-1998)

Il tour di Feelings, nel 1997, riserva la sua trovata shock al momento dei bis, quando David Byrne esegue una bizzarra e glaciale versione electro-industrial di Psycho Killer indossando una tuta aderente che, come certe tavole o modelli a grandezza naturale esposti nelle aule d’anatomia, riproduce le fasce muscolari del corpo umano. Riproposta anche alla tv americana, la performance sorprende e inquieta anche se l’artista ne dà una spiegazione abbastanza evasiva: «Non sono più teso, nervoso e incapace di rilassarmi come prima», dice a un giornalista americano citando il testo della celebre canzone. «Penso di essere diventato molto più inclusivo e più incline a proporre nuove idee. E non sono più così timido». Si strappa metaforicamente la pelle di dosso, mettendosi a nudo per rivelare particolari nascosti? È solo una delle tante interpretazioni possibili. Non è l’unico costume ad effetto che il musicista decide di indossare durante quel tour, comunque: lo si vedrà cantare Once in a Lifetime in completo rosa shocking di pelliccia sintetica, danzare sul ritmo del nuovo singolo Miss America indossando un kilt scozzese che ne omaggia le origini. Byrne si diverte, si traveste, si presenta come un’installazione pop art in carne e ossa, in movimento. O forse, come ha dichiarato una volta, si tratta solo di «fare pubblicità a una versione di me stesso».

4. Il cantante d’opera (2004-2005)

Alzi la mano chi si sarebbe immaginato un’icona del post punk newyorkese intonare spericolatamente (e in un italiano piuttosto incerto) l’aria di Un dì felice, eterea dalla Traviata di Giuseppe Verdi oltre a un brano dai Pescatori di perle di Georges Bizet. Succede nell’album Grown Backwards del 2004 (in Au fond du temple saint lo affianca Rufus Wainwright), ma anche nei concerti successivi in cui Byrne si porta sul palco le Tosca Strings, un quartetto d’archi femminile che lo aveva già affiancato in precedenti occasioni e che non si fa problemi a muoversi in ambiti e tra stili differenti. Con quella voce sottile, fragile e nervosa David sa bene di non essere Caruso o Pavarotti; cerca però di compensare le carenze tecniche con l’entusiasmo del neofita e dell’“uomo rinascimentale” (copyright del Time), fuori schema e “cresciuto al contrario” come lo descrive il titolo del disco. Vorrebbe celebrare quelle famose arie reinterpretandole come se fossero vecchie canzoni pop: il suo omaggio è goffo e poco riuscito, Byrne si rende conto di esporsi al pubblico ludibrio ma la sua voglia di provarci suscita quanto meno simpatia.

5. Il musicista in tutù (2008-2009)

David Byrne (con tutta la band) sul palco in tutù da ballerina classica è uno dei coup de théâtre più divertenti e sconcertanti della sua carriera di performer. Accade nel tour Songs of David Byrne and Brian Eno successivo alla pubblicazione dell’album Everything That Happens Will Happen Today, ma più che una provocazione si tratta di un omaggio anche se di difficile decifrazione: chiamato qualche tempo prima a esibirsi al Radio City Music Hall di New York, l’artista aveva voluto celebrare il corpo di ballo residente delle Rockettes e i loro spettacoli sulla falsariga del can-can francese ingaggiando per il suo concerto 30 danzatrici. Portarle in tour è evidentemente troppo costoso, e in giro per il mondo saranno lui e la sua troupe a perpetuare il tributo durante l’esecuzione di uno dei pezzi più celebri dei Talking Heads, Burning Down the House. Un surreale tocco di humour, sempre presente nella produzione di Byrne, corona un altro show dove musicisti e ballerini, rock e danza moderna si mescolano con dinamismo ed effetti irresistibili quasi come in American Utopia (lo documenta anche un film concerto diretto da Hillman Curtis, Ride, Rise, Roar).

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