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Tutta la musica di Guido Crepax

Per l’uscita di ‘Crepax a 33 giri’, il libro che raccoglie le copertine disegnate dal creatore di Valentina, Antonio Crepax racconta la vita musicale del padre: «Tutti i suoi lavori sono nati a suon di musica»

Un dettaglio della copertina di 'Crepax a 33 giri', edizioni Vololibero

Foto: Archivio Crepax

Un grande tavolo di legno, ingombro di oggetti e disegni ordinati con pignoleria da architetto (nessun genio e sregolatezza, anzi), insieme alla musica sempre nell’aria, era il fulcro dello studio di Guido Crepax – una stanza di casa con la porta sempre aperta, dove il creatore della conturbante Valentina (ma non solo) lavorava a ritmi serratissimi. Quest’immagine calda, artistica e casalinga allo stesso tempo è riportata alla memoria da Antonio Crepax – uno dei tre figli (gli altri sono Giacomo e Caterina) del maestro milanese che, insieme, ne curano il lascito artistico – in apertura di una piacevole chiacchierata telefonica. L’occasione è l’uscita del volume intitolato Crepax a 33 giri (edito da Vololibero, in libreria dal 24 novembre), un excursus dettagliato sulle tante copertine di dischi – 33 e 45 giri, ma anche audiolibri – disegnate da Guido Crepax nell’arco della sua vita.

«La musica nel suo studio era una presenza perenne: sul piatto girava un vinile dopo l’altro», ricorda Antonio, «e infatti noi figli abbiamo sempre detto che tutti i suoi lavori sono nati, in realtà, a suon di musica… evidentemente gli dava quel ritmo e quella carica che gli servivano per disegnare. Lui come gusti era un tuttologo. Il suo amore giovanile era il jazz, lo ascoltava tantissimo – forse rappresentava il 75% della sua dieta musicale. Poi c’era la classica, anche perché suo papà Gilberto era stato primo violoncello alla Scala. E infine c’era un po’ di rock e qualche cantante italiano: amava molto Paolo Conte e De Gregori. Fra le copertine che ha disegnato troviamo cose di musica leggera italiana, ma nonostante ciò la ascoltava poco – in questo frangente il trait d’union era il fratello discografico, che gli commissionava i lavori. Una sua passione era invece Dylan: lo ascoltava tantissimo. E i Beatles: era beatlesiano più che rollingstoniano (ride): li aveva portati in casa mia sorella, a cui piacevano molto, e lui era come una specie di ricettore, un collettore di stimoli, teneva le antenne drittissime per cogliere tutto ciò che potesse interessarlo».

Mentre Guido lavorava, continua Antonio, «tu entravi liberamente nella sua stanza, ti sedevi su una poltrona in pelle di quelle col poggiapiedi, ascoltavi la musica, vedevi ciò che stava facendo e si chiacchierava del più e del meno. Lui poi non era il tipo che nascondeva le cose a noi bambini… se stava disegnando qualcosa di un po’ più sexy o spinto, continuava senza problemi perché pensava: “Se ti nascondo questi disegni è come se ti dicessi di cercarli e guardarli”».

Guido Crepax, classe 1933, si avvicina ventenne al mondo della discografia (Renzo Arbore, già nel 1969, lo definì «il primo copertinista italiano», visto che fu un vero pioniere in quest’arte) grazie al fratello maggiore Franco, che lavora con Nanni Ricordi. A un certo punto, guardando i disegni di Guido, gli dice: «Perché non proviamo a fare qualche copertina, visto che in Italia i dischi sono venduti in buste orrende?». È un invito a nozze in pratica, visto che Guido già da tempo aveva iniziato a decorare le buste dei suoi dischi jazz – solitamente nere o comunque prive di illustrazioni – disegnando ritratti degli artisti che vi suonavano: veri e propri pezzi unici che mostrano da subito il suo talento straordinario.

Per il giovanissimo Crepax fare gli artwork per le copertine dei 45 e dei 33 giri è un lavoro, ma anche una passione, tanto che spesso si fa pagare – almeno in parte – in dischi. Antonio racconta: «Papà aveva un sacco di dischi e molti erano introvabili. Tanto che io a volte gli chiedevo: “Come fai ad avere tutti questi dischi che non sono in vendita?”. Lui mi spiegava che, in pratica, se li era fatti mandare come cambio merce, quando faceva gli artwork: disegnava le copertine e una parte del suo compenso lo chiedeva in dischi americani d’importazione, questo perché, per lui, possedere quei 45 e 33 giri introvabili era fondamentale. Ecco, se dovessi definirlo con due aggettivi, direi che papà era un collezionista e un tuttologo. Infatti io, qui in casa, ho tonnellate di dischi che ho ereditato da lui».

La copertina di ‘Io e Mara’ di Alberto Baldan. Foto: Archivio Crepax

Gli artwork di Crepax spaziano davvero fra tutti i generi, pur riuscendo a mantenere una sorta di identità e coerenza stilistica che li rende riconoscibili. Colpisce come, in alcuni casi, abbia utilizzato una tecnica mista a collage con risultati sorprendenti. «Papà amava il collage: se ad esempio prendi una copertina come quella di Io e Mara di Alberto Baldan (uscì come 33 e 45 giri, nda), vedi un ragazzo e una ragazza sdraiati su dei cuscini, intenti ad ascoltare un disco… ecco, i cuscini sono tutti fatti a collage, ritagliati da riviste varie». In altri casi – soprattutto nel primo periodo – è invece palese che sui disegni originali di Crepax veniva effettuato un intervento per inserire, più o meno a forza, la fotografia dell’artista di turno, con un effetto a volte tra il vintage naïf e l’ingenuo. Tanto che domando ad Antonio se questo fosse fonte di frustrazione per il padre, che vedeva il suo lavoro contaminato: «Occorre contestualizzare. Papà era un ragazzo quando iniziò a disegnare le copertine, quindi subito accettava cose che poi, man mano, avrebbe smesso di lasciare passare».

Guido viene anche assoldato spessissimo per creare le copertine dei cosiddetti audiolibri, che negli anni ’50 e ’60 avevano un florido mercato: storie, estratti di classici della letteratura, romanzi, fiabe, poesie etc. letti spesso da nomi prestigiosi (o in procinto di diventarlo) del mondo di teatro, cinema e tv. «Gli piacevano tantissimo», dice Antonio, «perché amava molto anche leggere, ma non aveva mai tempo di farlo perché lavorava come un pazzo… e in questo modo riusciva ad ascoltare libri o estratti di libri senza smettere di disegnare».

La copertina disegnata per I Cavalieri, il gruppo di Luigi Tenco. Foto: Archivio Crepax

Ma come nasceva una copertina di disco firmata Guido Crepax? «Solitamente non c’era un briefing molto accurato. Anzi, il procedimento era abbastanza selvaggio, diciamo così. Lui però era davvero curioso, raccoglieva stimoli e spunti dai dischi, ma in linea di massima c’era parecchia libertà da parte sua. Ti faccio l’esempio del 45 giri de I Cavalieri – il gruppo di Tenco da giovanissimo – del 1959. Lo zio aveva detto: “Tenco bisogna caratterizzarlo bene, perché è molto promettente”, ma nulla di più. E allora papà – che fra l’altro lavorava continuamente, a un ritmo forsennato, e non aveva tempo per pensare troppo a ogni copertina che doveva realizzare – disse: “Loro si chiamano I Cavalieri, io so disegnare molto bene i cavalieri medioevali… perché no?”. L’idea piacque, perché in quel modo la copertina era del tutto dissociata dal contenuto del disco e si giocava su quello».

Antonio ribadisce più volte che i ritmi della produzione di queste copertine erano quasi una follia da catena di montaggio: «A quel punto la bravura diveniva l’abilità di inserire in ognuna dettagli, piccoli elementi caratterizzanti e unici. Ad esempio, se guardi alcune copertine di jazz – che sicuramente lo vedevano molto più partecipe e ispirato, vista la sua passione per il genere – noti degli elementi speciali. Ce n’è una molto bella di Bix Beiderbecke (The Legendary Bix: 1927, nda), dove si vede lui seduto sul letto con intorno decine di bottiglie vuote – Bix era alcolizzato – in una posa del tutto informale, colto in un momento assolutamente privato. Poi un’altra di Jerry Mulligan (The Jerry Mulligan Quartet Plus Lee Konitz, nda) in cui lui è disegnato addirittura sdraiato per terra mentre suona il sax… e mi piace molto anche quella di Lee Konitz (Lee Konitz Vol. III, nda) in cui c’è lui ritratto con in mano gli occhiali, si appoggia e sembra stanco. Come fossero tutti attimi rubati alla quotidianità degli artisti».

La copertina di ‘Nuda’ dei Garybaldi. Foto: Archivio Crepax

Arriviamo poi, inevitabilmente, a parlare di una delle copertine più belle e importanti del prog e del rock italiano. Disegnata proprio da Guido Crepax, ormai assurta a status quasi leggendario, è quella di Nuda dei rocker genovesi Garybaldi, la band guidata dal chitarrista hendrixiano Bambi Fossati. «Per questo lavoro non ci furono grandi indicazioni, solo una telefonata con il gruppo», spiega Antonio. È un artwork molto particolare, perché si apre a libro, in tre parti: l’esterno immortala un nudo, di schiena, di Bianca – altra eroina di Crepax, caratterizzata da storie erotico-lisergiche stranianti – mentre l’interno è un vero e proprio fumetto che si dipana su tre tavole nelle quali l’autore usò porzioni dei testi dell’album per i dialoghi. «Dietro a quest’idea di copertina così articolata c’è il genio dello zio Franco: lui era bravissimo in queste cose. Ricordo benissimo che papà raccontava che lo zio aveva detto: “Per questi Garybaldi dobbiamo creare un oggetto che faccia impazzire la gente, devono volerlo tutti”. E Maurizio Cassinelli (batterista della formazione originale, nda), con cui poi ci siamo incontrati, molto onestamente ha ammesso: “La copertina di vostro padre ci ha aiutato non poco a livello di vendite”. Diciamo che è uno dei casi in cui è palese il valore aggiunto di un manager discografico della pasta di mio zio quando era in CGD: ovvero un manager che non era solo un direttore commerciale, ma riuniva in sé più figure e si occupava anche di marketing. Certo, alla fine doveva rendere conto a Piero Sugar sui numeri, però faceva anche cose che, a livello economico, erano incognite assolute. Diciamo che erano tempi molto belli che però – e non voglio fare il nostalgico – sono decisamente finiti».

I disegni originali dell’esterno copertina e due delle tre tavole interne di Nuda sono da qualche tempo in possesso di Giampiero Mughini, che ha acquistato il prezioso lotto in un’asta. Manca però l’originale della tavola numero uno, di cui si sono perse le tracce, come del resto di tantissimi altri disegni originali di Crepax. Spiega Antonio: «Diciamo che, approssimativamente fino alla fine degli anni ’70, la consuetudine era che tutte le illustrazioni per i libri, per le riviste, per i dischi – eccetto le tavole a fumetti, che erano qualcosa che rimaneva proprietà personale dell’autore – rimanessero all’editore. Mentre lo dico mi sanguina il cuore, perché per questo motivo noi dell’Archivio Crepax non l’abbiamo in originale una grande parte della produzione di papà, a livello di artwork vari e copertine di dischi. Moltissimo è andato perduto nei mille rivoli delle vicende delle case editrici fra archivi, cantine, traslochi, pulizie… senza contare che a volte capitava che qualcuno trovava quei vecchi disegni, se li portava a casa e poi provava a venderli, spesso a una frazione del loro valore reale».

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