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Trip spaziali, i Genesis in giapponese, folk nordico: 10 capolavori dimenticati del prog

Chi l’ha detto che il miglior progressive arriva solo da Italia e Inghilterra? Suite, cambi di tempo, atmosfere classicheggianti arrivano da ogni parte del mondo: iniziate il viaggio da questi dischi

Gli olandesi Earth and Fire di Jerney Kaagman

Foto: Gijsbert Hanekroot/Redferns

Il prog è un genere a diffusione mondiale. Non c’è angolo del pianeta che non abbia ospitato artisti che hanno messo in campo la propria idea offrendo sfumature e punti di vista differenti. Se quella inglese e quella italiana restano le scuole più acclamate, non bisogna dimenticare il contributo alla causa offerto da Francia, Spagna, Sud America, Canada, Giappone. In ognuno di questi Paesi hanno operato (e operano tuttora) formazioni che hanno inciso autentici capolavori in grado di competere con quelli più blasonati usciti in Inghilterra e in Italia.

Il calderone sarebbe immenso e i luoghi del mondo dove andare a cercare numerosi (ci sono persino gruppi groenlandesi e indonesiani). Meglio buttare giù una lista dei 10 indispensabili, quelli da avere a tutti i costi che serviranno poi da trampolino per le successive ricerche. Dagli inevitabili seguaci del sound sinfonico di Genesis, Yes e King Crimson a coloro che si spingono in territori più jazzati, sperimentali, dark, acustici, elettronici…

A parte Regno Unito e Italia, la lista non comprende formazioni americane (c’è da aprire un capitolo a parte) e tedesche (già affrontate in un precedente articolo sul kraut rock) e si concentra solo sull’epoca d’oro: gli anni ’70.

“Le cimetière des arlequins” Ange (Francia, 1972)

Gli Ange sono per la Francia quello che per noi sono la PFM, il Banco o Le Orme. Uno dei gruppi rock più celebrati, con un buon numero di album di successo e grandi tour. Una delle caratteristiche principali degli Ange è il cantato teatrale di Christian Decamps, sorta di Peter Gabriel più intenso e melodrammatico che ama mettere in scena personaggi al limite della follia. Le cimetière des arlequins è il secondo parto della band, con atmosfere a volte macabre (nell’interno di copertina i componenti della band sono ritratti in piccole foto funerarie su lapidi) e una musica che segue la scia dei primi King Crimson e dei Genesis, ma sa spingersi anche nella scia del cantautorato di Jacques Brel, qui omaggiato con la ripresa della sua Ces gens-là. Nel resto del disco si alternano momenti di pazzia pastorale (L’espionne lesbienne, dissacrante già dal titolo), grandi aperture di Mellotron (De temps en temps) e momenti nei quali la musica si fa tesa e oscura. Emblematica a tal proposito la title track finale, una Musical Box in salsa francese con Christian alle prese con un vero teatro dell’assurdo.

“Si todo hiciera Crack” Crack (Spagna, 1979)

Un disco che gli amanti del prog più sinfonico e lussureggiante adoreranno. I Crack provengono da Gijón, nella parte settentrionale della penisola iberica, e il loro unico album Si todo hiciera Crack è uno dei gioielli del rock progressivo. Sette brani tra continui cambi di tempo e grandi interazioni tra tastiere, chitarra e flauto. Il cantato in lingua madre aggiunge passionalità a una musica dalle forti ascendenze mediterranee, non distanti da quelle della PFM. Non mancano però echi degli onnipresenti Genesis e scorribande flautistiche degne dei Jethro Tull. Da segnalare la doppietta killer di Descenso en el Mahëllstrong e della mini suite Marchando una del Cid, due autentiche perle prog, con tutti gli elementi al posto giusto che non mancheranno di mandare fuori di testa gli appassionati.

“Pevnina detstva” Dezo Ursiny (Repubblica Ceca, 1978)

Dežo Ursiny è uno tosto. Un personaggio che già dagli anni ’60 con grande coraggio rifiuta di trasferirsi in Germania per sfruttare il successo che sta ottenendo (nasce infatti come cantante pop) e preferisce rimanere in patria, cantare in inglese e subire le limitazioni del regime comunista, andando presto incontro al boicottaggio. Nel 1978 la svolta: si decide a usare la lingua madre e mette in musica una serie di testi scritti dal poeta Ivan Štrpka. Pevnina detstva è il risultato di questa collaborazione, un album che fa a meno del pop per inoltrarsi in territori vicini a band quali Van Der Graaf Generator e certo jazz-rock da cortina di ferro. Cinque lunghi brani tra tastiere elettroniche, clavicembali, archi e fiati. Con la voce espressiva e potente del leader e un gruppo di fuoriclasse ad accompagnarlo. I 18 minuti della suite Ostrov sono pura goduria progressiva.

“Song of the Marching Children” Earth and Fire (Olanda, 1971)

Gli Earth and Fire riescono a unire gli ultimi fuochi della psichedelia americana (Jefferson Airplane su tutti) con le istanze classicheggianti che sempre più stanno prendendo piede nel Regno Unito. Song of the Marching Children, loro secondo album, nasce in un momento nel quale il gruppo sta ottenendo un certo successo in ambito pop con il singolo Memories. L’album svolta però verso altre direzioni e anticipa il sound sinfonico dei Renaissance aggiungendovi momenti lisergici e stregoneschi, soprattutto grazie alla voce della fascinosa Jerney Kaagman e al Mellotron di Gerard Koerts. La sabbatica Storm and Thunder e la variegata suite che da il titolo all’album (che occupa l’intera facciata B) sono le punte di diamante in un disco che farà felice chi del prog ama i tratti più favolistici e sognanti.

“Haikara” Haikara (Finlandia, 1972)

Gorghi psyco-hard, folk scandinavo, jazz, rock, musica dodecafonica, echi dei King Crimson e Van Der Graaf più malati. Quella degli Haikara è una musica dura, senza alcuna concessione alla commercialità. Prova ne sono i 10 minuti conclusivi di Manala, che a un inizio basato su un delicato flauto contrappone poco dopo una serie di stacchi allucinogeni, che tra momenti di pieno strumentale e altri di calma rarefatta continuano a squassare la mente dell’ascoltatore. Nel frattempo Vesa Lattunen declama i suoi testi nella spigolosa lingua finnica. Sempre di più il tema principale del brano cerca di venire allo scoperto nel marasma zappiano e alla fine vince, riportando al clima sereno dell’inizio. Un’alternanza schizofrenica tra buio e luce che contraddistingue interamente l’esordio di questi finlandesi fuori di testa.

“Si on avait besoin d’une cinquième saison” Harmonium (Canada, 1975)

Album tra i più eleganti e raffinati del movimento prog, il secondo dei quebecchesi Harmonium è una vera prelibatezza per chi ama i climi pastorali dei Genesis di Trespass e del Mike Oldfield di Hergest Ridge e Ommadawn. Gli Harmonium però sono anche un gruppo dalla forte personalità, prova ne è il leader Serge Fiori, cantante, polistrumentista, a tutt’oggi una delle figure di riferimento della musica canadese. Fiori e i suoi nel 1975 riescono nel miracolo di offrire un disco quasi completamente acustico che incanta immediatamente. La vetta di Si on avait besoin d’une cinquième saison sono i 17 e passa minuti di Histoires sans paroles, suite strumentale in cinque movimenti di una bellezza abbacinante, dotata di un luminoso tema principale più volte ripreso con varie sfumature e di tutto uno scintillare di chitarre acustiche e Mellotron che trasportano direttamente nel paradiso del prog.

“Pictures” Island (Svizzera, 1977)

Dalla luce al buio totale. Dalla Svizzera tedesca gli Island registrano il loro unico album, Pictures, in Italia, sotto la produzione di Claudio Fabi (padre di Niccolò, produttore di PFM e molti altri) nel 1977. È un momento di riflusso, il prog è moribondo e cerca di alleggerirsi dagli orpelli, in giro ci sono il punk e la disco. Ma gli svizzeri se ne fregano e partoriscono un album unico e particolarissimo. Ancora sotto una grande influenza dei Van Der Graaf Generator, dei Genesis e dei Gentle Giant, ma traslato in una dimensione dark che più dark non si può. La musica contenuta in Pictures è disturbante, ossessiva, orrorifica… Pare la colonna sonora delle pagine più nere di Lovecraft. La splendida copertina curata dal maestro visionario H.R. Giger (già al lavoro con gli ELP e futuro creatore di Alien) non fa che rafforzare il senso di inquietudine del quale è permeato il lavoro. Da ascoltare assolutamente, ma non a luci spente e da soli.

“10000 anos depois entre Venus e Marte” José Cid (Portogallo, 1978)

10000 anos depois entre Venus e Marte è uno di quei dischi che oggi quasi commuovono per l’ingenuità del messaggio, visualizzato dagli splendidi disegni della copertina apribile. Si narra di un viaggio interstellare alla ricerca di un nuovo pianeta da colonizzare, dopo che la Terra è stata distrutta dall’egoismo dell’uomo. José Cid, che al di là di questa parentesi prog è uno dei cantanti più noti e celebrati in Portogallo, si toglie lo sfizio di raccontare la storia in musica tirando fuori un enorme armamentario tastieristico: Mellotron, Hammond, pianoforti assortiti, Moog e altri sintetizzatori di ogni tipo. Una vera manna per gli amanti del sound ’70 duro e puro. A mettere in scena l’opera lo aiutano un paio di musicisti, ma il palco è tutto per lui e per il suo space prog tanto naïf quanto deliziosamente irresistibile.

“Four Moments” Sebastian Hardie (Australia, 1975)


Questo è per coloro che adorano i Camel e che sono facili a struggersi ascoltando i bending di Andy Latimer o quelli di David Gilmour. Al di là dei paragoni (che sono sempre utili, ma che rischiano anche di non dare il giusto risalto alle reali peculiarità di un artista) i Sebastian Hardie sono una band dotata di grandissimo talento, sia compositivo che strumentistico. Il leader Mario Millo (di origini italiane) è un sopraffino cantante nonché un chitarrista che non teme il confronto con i due master sopra citati. Four Moments, album di grande successo in Australia, è sopratutto la suite omonima che copre l’intera prima facciata: morbida, suadente, languida come un cocktail al tramonto in qualche spiaggia tropicale, con quella chitarra che è come una freccia infuocata che si conficca dritta nel cuore.

“Shingetsu” Shingetsu (Giappone, 1979)

Il Giappone vanta una scuola prog di grande pregio, con centinaia di band e una larga schiera di ottimi album. Tra i tanti spicca l’omonimo esordio degli Shingetsu, disco in tutto e per tutto debitore delle atmosfere care ai Genesis. Certo, c’è il problema del cantato in lingua madre, che però nel caso dei nostri è assolutamente affrontabile. Makoto Kitayama compie alla grande il suo lavoro con una vocalità duttile, figlia del trasformismo canoro di Peter Gabriel. La band alla sue spalle nel frattempo fa faville con passaggi da brivido tra momenti acustici e altri più intensi, con i consueti cambi di tempo, i tastieroni, ecc. L’originalità in questo caso si fa spesso da parte a favore di un certo citazionismo, ma bisogna anche essere bravi a citare e in questo gli Shingetsu sono maestri. Ascoltare il meraviglioso brano d’apertura (Oni) per credere.