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Tragico, comico, eroico, inconfondibile Shane MacGowan

Grazie ai racconti di chi lo conosce bene, la biografia autorizzata ‘A Furious Devotion’ traccia un ritratto sfaccettato del cantante dei Pogues, eroe irlandese in terra d'Inghilterra, re di dissolutezza, poeta punk

Foto: Paul Natkin/Getty Images

Non dev’essere facile scrivere la biografia dell’uomo che ha messo assieme musica tradizionale irlandese e punk, un suono che Noel Hill dei Planxty ha definito una volta come «un brutto aborto». Come se non bastasse, Shane MacGowan è famoso per la droga, per l’alcol e per quanto detesta le interviste. E anche questo è molto punk.

I fatti non sono mai stati la cosa più importante della narrazione attorno a MacGowan. Ora però qualcuno cerca di metterli in fila. A Furious Devotion: The Life of Shane MacGowan del giornalista britannico Richard Balls è il racconto più completo dell’uomo e del mito. Nella biografia di quasi 400 pagine uscita da poco in lingua inglese Balls tenta di separare la realtà dalle leggende. «Alcuni misteri non saranno mai risolti, ma non mollo, voglio separare la verità dal mito per capire fino in fondo quest’uomo schivo e complesso», scrive l’autore.

Figlio di emigrati dall’Irlanda, MacGowan è nato e cresciuto in Inghilterra e ha passato le estati e le vacanze della sua infanzia nella contea di Tipperary in Irlanda, dove viveva la famiglia della madre, composta da devoti repubblicani. Ora vive a Dublino, ma conserva l’accento inglese. Dice d’essere irlandese perché è stato in Irlanda che ha fatto le esperienze formative per il suo carattere e la sua musica. Se è vero che alcuni tradizionalisti si sono detti sconcertati di fronte alla miscela sonora dei Pogues di MacGowan, altri grandi musicisti come i Dubliners e Christy Moore ne hanno colto subito le virtù.

Prima di unirsi ai Pogues all’inizio degli anni ’80, MacGowan era una presenza fissa nella scena punk londinese. Si faceva chiamare Shane O’Hooligan e pogava come un pazzo nelle prime file dei concerti. Dopo essere stato dimesso da un ospedale psichiatrico quand’aveva suppergiù 19 anni, racconta Balls, aveva trovato la sua vocazione nel punk. Aveva una fanzine e veniva intervistato dalla stampa mainstream. Divenne famoso dopo che qualcuno gli aveva strappato un pezzo d’orecchio a un concerto dei Clash. Con la sua ragazza Shanne Bradley aveva fondato i Nipple Erectors (o Nips).

Anni dopo John Lydon (vale a dire Johnny Rotten dei Sex Pistols) ha messo in dubbio l’attaccamento dell’uomo alle sue radici, scrivendo nella sua autobiografia che MacGowan aveva sostituito i vestiti con stampata la Union Jack che metteva ai concerti dei Sex Pistols col tricolore irlandese solo dopo essere entrato nei Pogues. Nel documentario di Julien Temple Crock of Gold: A Few Rounds With Shane MacGowan, MacGowan replica dicendo che a Lydon dev’essere sfuggita la scritta sulla fronte “IRA”. Tipico di Shane.

Il punk sarà anche stato una gran bolgia, ma all’inizio degli anni ’80 essere un irlandese a Londra non era affatto facile. Come nota Balls, i Troubles in Irlanda del Nord erano al picco e l’IRA metteva bombe nella capitale e in altre città inglesi. «La discriminazione era diffusa», scrive. «Chiunque avesse un accento irlandese era considerato automaticamente un tipo sospetto e perciò molti volavano basso. Non Shane. Lui era orgoglioso delle radici irlandesi e non le ha mai tenute nascoste». Gli è spesso capitato d’essere picchiato subito dopo essere entrato nei Pogues, non si capisce bene se per le prese di posizioni pro IRA, per l’aspetto bizzarro o per la lingua lunga.

Pur vivendo nel bel mezzo del ciclone punk, MacGowan ascoltava musica irlandese. All’inizio degli anni ’80 ha iniziato a suonare con gli amici Spider Stacy e Jem Finer (entrambi inglesi) in un gruppo folk da cui sono poi nati i Pogues. La prima canzone che ha scritto per il gruppo è Streams of Whiskey, un omaggio allo scrittore irlandese Brendan Behan e al superalcolico che lassù chiamano “water of life”. E insomma, la band aveva sua sua identità fin dal primo pezzo.

Presto i Pogues, che all’epoca si facevano chiamare Pogue Mahone (versione inglesizzata dell’espressione irlandese che sta per “baciami il culo”), cominciarono a fare concerti in mezza Londra. Balls ne racconta l’ascesa propiziata da un mix di tradizione ed energia feroce che nessun altro aveva. Qualcuno ne metteva in dubbio l’irlandesità, ma come scrive l’autore, «ai Pogue Mahone non interessava far parte d’una scena. Nessun altro, a parte i Dexys Midnight Runners, faceva musica irlandese e l’idea di mescolare canzoni tradizionali e ferocia punk è di Shane».

Non c’è falso formalismo nelle parole del produttore Steve Lillywhite, che ha lavorato a due dischi dei Pogues e che considera MacGowan irlandese tanto quanto San Patrizio. In buona sostanza, secondo Balls la scrittura di Shane e la musica dei Pogues hanno a che fare con l’esperienza d’essere irlandesi a Londra, e quindi con l’esilio e la nostalgia d’una patria mitica che qualcuno ti ha sottratto. È nostalgia nel vero senso della parola, un dolore derivante da una vecchia ferita che si desidera guarire. È la voce della diaspora irlandese, e tuttavia è diventata parte del DNA della stessa Isola di Smeraldo. Perché come Gerry Adams, ex leader del Sinn Féin e convinto sostenitore dell’unificazione, dice a MacGowan verso la fine di A Crock of Gold, «più sento le tue canzoni e più penso che abbiano ampliato la consapevolezza che avevamo di noi stessi, che abbiano espanso il nostro senso d’irlandesità e reso la nostra cultura più profonda».

Nel prologo, Balls racconta il primo incontro con MacGowan fuori da una tavola calda a Londra. MacGowan non è uno che concede facilmente interviste, quell’incontro però era stato favorito dall’attore irlandese Paul Ronan, amico di Shane e padre di Saoirse Ronan. È il 2012. I segni dell’alcol e delle droghe che l’uomo ha ingerito per decenni sono evidenti. MacGowan non sta granché bene. Non è ubriaco, ma si muove con difficoltà e lo scrittore lo deve aiutare persino ad accendersi una sigaretta. A un certo punto il cantante va in bagno. Dopo una lunga attesa Balls lo raggiunge e scopre che MacGowan si è chiuso dentro e non riesce più ad aprire la porta. Nonostante tutto, Balls lo trova affascinante. «È evidente che si tratta di un uomo intelligente e colto, con una cultura enciclopedica», scrive. «A volte si fa prendere dalla rabbia, ma è uno di compagnia».

Nell’arco di due anni, Balls passerà molto tempo con Shane, anche se non sempre il cantante è in vena. «Passano giorni e notti», scrive di una volta in cui è stato nel 2018 nell’appartamento del cantante a Dublino, «e non è nell’umore giusto di parlare». Trascorre invece del gran tempo guardando la tv – ama i film di gangster e i western. Il bicchiere è sempre a portata di mano.

Balls ha intervistato anche gli amici di MacGowan, i suoi famigliari, tra cui la moglie Victoria Mary Clarke, e i musicisti che hanno suonato con lui, molti dei quali non hanno mai parlato prima dell’amico. Ha anche passato del tempo nella casa di famiglia a Tipperary con la sorella dell’artista Siobhan MacGowan, a sua volta scrittrice e utilissima per raccontare il contesto e la visione d’insieme.

Il ritratto che ne fanno amici e famigliari è quello d’un bambino dotato di un’intelligenza precoce. A 12 anni già leggeva Dostoevskij, Sartre e Joyce, uno dei preferiti anche del padre. Pur essendosi trasferita in Inghilterra per lavoro, la famiglia era rimasta molto irlandese. Il talento creativo è stato evidente fin da subito. Ha vinto una borsa di studio per la prestigiosa scuola di Westminster grazie alla capacità di scrittura, ma ne è stato cacciato dopo essere stato sorpreso a spacciare droga. È l’inizio della ribellione del giovane MacGowan. La madre Therese, donna bella e carismatica un tempo desiderata dal poeta irlandese Patrick Kavanagh, non riusciva ad adattarsi alla vita in città ed ebbe un esaurimento nervoso. Anche Shane ha avuto il suo, così come una certa famigliarità con l’LSD.

Nel 1984 i Pogues s’erano già fatti un nome tale da attirare l’attenzione dei giri giusti e firmare per la Stiff Records. Secondo Spider Stacy il debutto Red Roses for Me è arrivato molto vicino a catturare l’essenza del gruppo. Le canzoni danno l’impressione che Shane scriva da una vita per i Pogues. «Potevano essere lette come canzoni sull’Irlanda, ma anche su Londra», spiega Finer. «I luoghi, i nomi, i bar, i caffè le strade compongono una mappa di Londra secondo Shane MacGowan. E anche questa è una cosa che la gente non coglie. È una Londra irlandese. È Londra filtrata attraverso lo sguardo di un outsider irlandese. Quasi tutti noi della band eravamo in modo o nell’altro emarginati. Si cresceva un poco alienati. Mio padre è ebreo e perciò sono cresciuto sentendomi chiamare col nomignolo Yid. Anch’io mi sentivo “altro” e questa cosa creava una chimica speciale nel gruppo».

Uno dei primi fan della band è stato Elvis Costello, che li ha chiamati per aprire un suo tour, per poi innamorarsi di (e alla fine sposarsi con) Cait O’Riordan, che avrebbe poi lasciato i Pogues. È il periodo in cui l’unione del gruppo s’incrina. Shane arriva in ritardo ai concerti e non c’è modo di trovarlo. «Per tre volte ci hanno quasi cacciati dal tour», dice MacGowan a Balls. «Io ho scritto “IRA” su una fiancata del bus che portava l’amplificazione e Spider “UDA” (Ulster Defence Association) sull’altra… Non ci hanno cacciati solo perché il tipo era innamorato di Cait. E perché gli davamo credibilità di strada» (è stato durante quel tour nell’84 che l’IRA tentò di assassinare Margaret Thatcher).

Costello ha poi prodotto il secondo album dei Pogues Rum, Sodomy, & the Lash e la band ha cominciato a fare tour come headliner spinti dal manager Frank Murray, che in passato s’era occupato dei celebri Thin Lizzy. I due hanno cominciato a battagliare. Intanto la scrittura di MacGowan migliorava e diventava più sfaccettata come dimostra A Pair of Brown Eyes.

La vita in tour però stava lasciando il segno e MacGowan è finito in ospedale (il primo di tanti ricoveri) per una polmonite. Alla fine del 1985 la band era tra le preferite della stampa britannica e nel 1986 era in tour negli Stati Uniti davanti a platee sold out e turbolente. Per produrre il terzo e forse migliore album del gruppo If I Should Fall from Grace with God Murray chiamò Steve Lillywhite.

Mentre sempre più membri del gruppo contribuivano alla scrittura, la band si dedicava a musiche sempre più varie. Nella tracklist del disco c’era anche Fairytale of New York. Scritta da MacGowan e Jem Finer, è diventata una delle canzoni natalizie più popolari del XXI secolo nel Regno Unito, a giudicare dai dati della società di collecting PPL. Mai così popolari, i Pogues intensificarono il tour, un punto di svolta. Intanto però aumentava l’abuso di droga e alcol e la salute mentale di MacGowan si deteriorava. «Nei cupi mesi successivi» scrive Balls «le persone intorno a lui hanno notato un cambiamento inquietante nel suo comportamento. Il fratello che Siobhan conosceva e amava stava per sparire».

Pur volendo mollare alla fine di quel tour, MacGowan rimarrà coi Pogues per altri due album. Non era nello stato adatto, assumeva quantità esorbitanti di LSD e tra i suoi passatempi c’era conversare col fantasma di Jimi Hendrix. Quando i Pogues furono invitati ad aprire sei concerti di Dylan nel 1989, MacGowan non si fece vivo. Era chiuso nell’appartamento di un amico a Londra, strafatto. La band ha suonato senza di lui, non è chiaro se His Bobness abbia notato l’assenza.

MacGowan è stato scaricato dal gruppo durante il tour giapponese del 1991. «Sul palco era un problema, barcollava, sbagliava gli attacchi, biascicava le frasi, rovinandone la reputazione di grande live band», scrive Balls. «Doveva finire».

A quel punto l’eroina era una presenza fissa della sua vita, insieme ad altre vecchie passioni come metanfetamine, acidi e alcol. MacGowan ha poi fondato una band chiamata Shane MacGowan and the Popes. Il loro primo album The Snake è stato ben accolto, conteneva influenze irlandesi e rock classico. Anche se non contiene i pezzi migliori di MacGowan, ci sono cose ottime come The Snake With Eyes of Garnet, dedicata al poeta ottocentesco James Clarence Mangan, un forte contributo alla tradizione ribelle della musica irlandese.

Nonostante non abbiano pubblicato granché nel XXI secolo, MacGowan e i Pogues continuano a ispirare e influenzare più generazioni. Bruce Springsteen l’ha definito «un maestro» in un’intervista dell’anno scorso al Late Late Show. «È un grande», ha detto. «Sono convinto che tra un centinaio di anni saremo tutti dimenticati. La musica di Shane, invece, verrà ricordata e cantata ancora».

Joseph Cleary, professore di inglese a Yale e autore di diversi scritti sulla letteratura irlandese, ha scritto sull’Irish Times che MacGowan è l’ultimo poeta Spailpín. Si riferisce a voci scomode e ribelli come Mangan e Behan, gente che scriveva di esilio e tempi duri.

Il perdurare del fascino di MacGowan, però, si spiega meglio con la potenza della sua musica. Nonostante tutto l’alcol, la droga, le risse e il sesso di cui si parla nelle canzoni, c’è un’innegabile presenza, una voce tenera che parla direttamente al cuore.

Balls rivela una storia che gli è stata raccontata da Ingrid Knetsch, appassionata devota ai Pogues e fondatrice del fan club internazionale del gruppo. Quando gli ha chiesto cosa attrae le persone nella musica del gruppo, Knetsch ha risposto: «Shane è l’eroe che li guida nell’oscurità. La sua voce li conforta nei momenti difficili e li aiuta a celebrare quelli belli. Un soldato croato mi ha scritto una lettera durante la guerra con la Serbia: “Quando sono in trincea e ascolto la voce di Shane, non ho più paura delle bombe”. Mi veniva da piangere. E anche Shane s’è messo a piangere quando gliel’ho fatta leggere».

Da Rolling Stone US.

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