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Tra i ragazzi dell’Astroworld: «Cadevi e la gente se ne fregava»

Rolling Stone è tornato sul luogo della tragedia per parlare con chi era presente al concerto e ora lascia fiori o cerca gli oggetti che ha perso nella calca. «La gente moriva e nessuno faceva niente»

Il memoriale improvvisato all'Astroworld

Foto: Arturo Olmos per Rolling Stone US

Erano due anni che Evan Pond non andava a un concerto. Il ragazzo, 16 anni da Toronto, era pronto per un weekend catartico a Houston, Texas, all’Astroworld Festival di Travis Scott, un momento di svago dopo un anno e mezzo senza musica live a causa della pandemia. E invece eccolo alla fine del weekend su un marciapiede dov’è stato improvvisato un memoriale.

«Bastava che una persona spingesse perché si producessero ondate sul fronte del palco, sui lati, di dietro», ricorda Pond di quel che ha visto al festival dove venerdì, durante il set di Scott, sono morte otto persone nella calca. «Cadevi e la gente continuava a spingere. Saltavano persino sui carrelli del pronto soccorso. In certi momenti non riuscivo a respirare. Una trauma. Mi guardavo attorno e vedevo gente portata fuori, ragazzi svenuti, persone che piangevano chiedendo aiuto. È stata una follia».

All’NRG Park ci sono anche altre persone che esprimono il loro cordoglio, c’è gente che cerca di recuperare qualcosa agli oggetti smarriti, qualcuno tenta di vendere magliette che nessuno vuole comprare dopo quel che è accaduto. Sulla rete metallica che circonda il sito del festival ci sono cartelli, collanine luminose a forma di cuore, peluche, t-shirt, foto dei ragazzi morti. Sul marciapiede bruciano candele, ci sono piccole bibbie, c’è un foglietto che dice: «Nessuno dovrebbe morire così».

Pond non è che uno dei tanti ragazzi che sono tornati sul sito dell’Astroworld per piangere e rendere omaggio ai morti di venerdì. Li vedi tristi e confusi mentre ripensano a quella tragica sera e domandano che cosa avrebbero potuto fare organizzatori e pubblico per evitare la tragedia.

«Tutti hanno giocato un ruolo», dice Pond. «La gente era fuori controllo, le persone avrebbero dovuto sapere quel che facevano. Ma che razza di gente è quella che continua a spingere e spingere e spingere dopo che qualcuno cade a terra? Anche il personale avrebbe dovuto fare di più. Mi pare fossero in pochi e che non facessero granché».

Molti altri ragazzi presenti la pensano come lui. Parlano con Rolling Stone di disorganizzazione, di un posto dove i fan s’accalcavano uno sopra l’altro pur d’avvicinarsi al palco. E intanto la sicurezza e gli addetti di Astroworld non facevano granché per calmare gli animi.

Live Nation e gli organizzatori non hanno risposto alla nostra richiesta di commenti, ma secondo il dipartimento di polizia di Houston c’erano 528 agenti sul posto, oltre a 755 addetti alla sicurezza chiamati da Live Nation.

Sabato 6 novembre è stata aperta un’indagine per determinare la causa della tragedia e capire perché la folla fosse fuori controllo e perché non vi fossero vie di fuga, come dice il capo dei pompieri di Houston Samuel Peña. Secondo voci non confermate qualcuno colpiva le persone con una siringa e il capo della polizia di Houston Troy Finner ha detto che un poliziotto è stato rianimato col Narcan dopo essere stato punto al collo da un ago.

Le cose hanno cominciato a girare per il verso sbagliato fin dal principio, con le file ai banchi del merchandising trasformate in una calca informe. Quando Scott è salito sul palco, medici e infermieri già raccoglievano ragazzi privi di sensi e praticavano la rianimazione cardiopolmonare. Tutte le persone con cui abbiamo parlato hanno capito che qualcuno era morto molto dopo la fine dell’evento.

«Se questo è l’inferno, non voglio andarci»

Demarkus Bullock ha 28 anni, abita a Houston e venerdì sera era al festival. È tornato all’NRG Park due giorni dopo per cercare di trovare il telefono che ha perduto nella calca. Se n’è accorto, ma non ha voluto chinarsi per raccoglierlo per non essere calpestato. Ricorda che la gente s’ammassava verso il palco prima dell’inizio del concerto di Scott. Stando lì in mezzo alla folla sembrava d’affondare nelle sabbie mobili.

«Era come stare in fondo al mare: vedi la superficie, ma non riesci a nuotare per raggiungerla. Io ce l’ho fatta ed ero in iperventilazione. Qualunque persona sana di mente sarebbe andata nel panico. Non avevo spazio nemmeno per le braccia, riuscivo a malapena a respirare. Spingevano tutti. Se questo è l’inferno, non voglio andarci».

Jarrod Bone, un diciannovenne di Houston, è andato al festival col fratello Zach, 23 anni. I due ora sono in fila agli oggetti smarriti. Sapevano che il pubblico sarebbe stato particolarmente turbolento ed erano preparati al mosh pit tipico dei concerti di Travis Scott, ma una cosa del genere non ha precedenti. Jarrod ricorda varie persone svenute attorno a lui; le ha aiutate a rimettersi in piedi e a portarle fuori dalla calca facendole passare sopra le teste della gente, tipo crowdsurfers.

«Eravamo costretti ad andare dove andava la folla», dice Jarrod. «Ti spingevano da una parte e dall’altra, a volte ci si muoveva in linea orizzontale. Ho visto portare fuori un tizio, avrà avuto 18 o 19 anni, e la gente gridava: “È svenuto! È svenuto!”. Era incosciente, l’abbiamo portato tipo crowdsurfing fino agli addetti alla sicurezza. Sarà successo due o tre volte, avrò aiutato cinque o sei persone ad arrivarci».

Anche Andreas Compean, un ragazzo di Dallas di 22 anni, ha aiutato a far uscire dalla calca alcune persone. Era vicino al palco e ricorda d’aver visto varie ragazze nel panico, in lacrime mentre cercavano di muoversi o anche solo respirare.

«Io riuscivo a respirare solo tirando su il collo», ricorda. In mano ha un mazzo di fiori arancioni che ha lasciato vicino alle transenne, dove ce ne sono già centinaia. «Ho tirato su una ragazza e il marito che stavano dietro di me, ci sono voluti cinque minuti solo per voltarmi. Dovevo tenere le braccia sul torace per proteggere le costole, altrimenti m’avrebbero schiacciato. La calca era incredibile. Credo avessero venduto troppi biglietti, oppure qualcuno è entrato di straforo. Ho saputo dei morti solo quando sono arrivato a casa. È triste, ma la cosa non mi ha sorpreso».

«Quei ragazzi sono morti a un passo da noi»

Non tutti erano al centro del caos. Chi è rimasto in fondo, come il quarantenne di Laredo Carlos Cuevas, sapeva benissimo che più avanti il pubblico era ammassato, ma non era in grado di vedere che cosa stava succedendo di preciso.

Eppure ha passato l’intera giornata con una «sensazione d’inquietudine». La coda per il merchandising, dice, era pazzesca già alle 10 del mattino. Mentre torna a casa, pensa alla sorte di Rudy Peña, una delle vittime, anche lui di Laredo.

Peña aveva 23 anni, giocava nella squadra di football del liceo e frequentava criminologia al Laredo College. «Come faccio a descriverlo? Era dolcissimo e responsabile, c’era sempre per tutti», dice la sorella Jennifer. «Gli piaceva stare con amici e famiglia. Si dava sempre da fare. Sorrideva sempre. Mi chiedeva consigli e questa cosa l’adoravo».

Ripensando a quel che è accaduto, Cuevas trema al solo pensiero di quanto fosse vicino al cuore della tragedia. «Era una giungla, c’erano medici e poliziotti ovunque, ma nessuno faceva niente. Gli addetti alla sicurezza se ne stavano lì impalati. Non avevano idea di quel che stava accadendo. La gente moriva lì, a pochi metri di distanza, e noi ci divertivamo senza sapere nulla».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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