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‘Torneremo ancora’ non è il testamento di Franco Battiato

Escono un inedito e un album dal vivo con la Royal Philharmonic Orchestra. L’amico e collaboratore Juri Camisasca: «Franco ha bisogno di stare in pace, pregherei i fan di calmarsi»

Esce un album dal vivo con un inedito di un artista. Fin qui, in teoria, niente di strano. L’artista, uno di quelli che non ha realmente bisogno di promozione, non è presente alla conferenza stampa presso la casa discografica. Ma anche questo, già visto succedere. Da decenni Adriano Celentano e Mina mandano avanti i collaboratori più fidati. L’artista non appare pubblicamente da un po’, avendo avuto dei problemi di salute – alcuni dei quali riportati serenamente dalle cronache giusto due anni fa: una doppia frattura a femore e bacino. Che non sarebbe un festino a 30 anni, figuriamoci a 74. E quindi, è anche comprensibile la scarsa voglia di darsi in pasto ai media, quelli sociali e quelli asociali.

Tuttavia l’uscita di Torneremo ancora di Franco Battiato avviene in un clima che diversi fattori rendono più anomalo di così. Tanto per cominciare, a settembre c’era stato il raduno di un centinaio di fan davanti alla casa dell’artista in Sicilia, nella speranza di un cenno, un’epifania, una rassicurazione. Poi, qualche giorno fa, il sito Fanpage ha pubblicato un’intervista allarmante a Roberto Ferri, musicista e autore (vincitore di Sanremo ’83 con Sarà quel che sarà di Tiziana Rivale), che ha lavorato sporadicamente con Battiato e aperto due suoi tour (Rolling Stone aveva ricevuto l’intervista e deciso di non pubblicarla, ndr). Si apriva con le parole: «Cercano di tenere in vita qualcosa che è già morto». E rincarava la dose rivelando l’esistenza di un brano scritto insieme, intitolato Io non sono più io, il cui testo non è da meno del titolo: «Mi ritrovo a fissare il muro (…) Ho bisogno di sognare quello che non riesco a fare ed il mio sentirmi male mi fa credere anche in Dio».

C’è altro? Sì: mettiamo sul piatto già che ci siamo anche il fatto che la precedente casa discografica, la Universal, ha annunciato proprio in questi giorni una edizione deluxe in vinile dei tre album delle serie Fleurs.

Ed ecco che il testo dell’inedito Torneremo ancora, in strofe come «La vita non finisce, è come il sonno; la nascita è come il risveglio, finché non saremo liberi», sembra andare un po’ oltre le consuete riflessioni spirituali del Maestro: onestamente, chi volesse pensare a un testamento artistico avrebbe diversi elementi per corroborare la tesi.

Un video che viene mostrato prima dell’ascolto dell’album porta un minimo di conforto: Battiato viene mostrato in studio, con l’aria un po’ provata, comunque non nella forma con cui era apparso durante i concerti con la Royal Philharmonic Orchestra dei quali il live è testimonianza. Pino “Pinaxa” Pischetola, da parecchi anni sound engineer di Battiato, cerca di delineare una situazione complicata. «Franco non sta sufficientemente bene per essere qui oggi, ma non posso nemmeno dire che sta male, se non altro perché l’ho sentito al telefono e mi dice che sta bene. L’album lo abbiamo sistemato a casa sua, nell’home studio che ha allestito da parecchi anni. Da amico posso dire che abbiamo letto di tutto, senza poter commentare. Quanto a Roberto Ferri, non userei il termine “collaboratore” di Franco Battiato. Perlomeno, io lavoro con Battiato da più di vent’anni e non mi risulta».

Il brano di cui ha parlato Ferri comunque esiste, conferma il manager Francesco Cattini. «Ma era stato pensato per un altro artista. Torneremo ancora, invece, nasce su impulso di Caterina Caselli, che ci aveva chiesto un pezzo per Andrea Bocelli che poi però non lo ha utilizzato. Quindi, siccome quello che Franco incide non rimane in un cassetto ma finisce su disco, eccolo ora. La voce è stata registrata nel 2017, gli archi sono stati incisi dall’orchestra londinese nel maggio di quest’anno con il Maestro Carlo Guaitoli a dirigere come nel tour».

Per approfondire le sensazioni legate alla canzone che dà il titolo all’album, Torneremo ancora, abbiamo sentito il suo coautore, Roberto “Juri” Camisasca, amico e collaboratore storico di Battiato fin da quando i due si incontrarono in caserma nei primi anni ’70. «Sicuramente è un brano piuttosto intenso, ma è nato discutendo sul problema dell’immigrazione. Inizialmente si chiamava I migranti di Ganden; lo avevamo iniziato con l’intenzione di affrontare la questione, ma poi ci siamo resi conto che sviluppare il concetto in forma politica non risuonava col nostro percorso artistico. Così lo abbiamo trasformato in un discorso sull’universalità della migrazione, delle anime e delle persone, del resto siamo tutti migranti fin quando non torneremo a casa alla nostra dimora ultima, come ci insegnano diverse religioni e discipline, a partire da quelle orientali. Testo e musica sono scritti in parti uguali, come sempre quando io e Franco abbiamo lavorato insieme».

Camisasca, che è uno sperimentatore sia dal punto di vista musicale che personale (accanto al suo curriculum discografico c’è quello spirituale di monaco ed eremita) ridimensiona l’idea di testamento artistico: «Credo sia semplicemente una canzone che testimonia la sincerità della propria ricerca interiore». Chiedergli se lui e Battiato si sono visti di recente suscita una garbata risata. «Abito a 50 metri da lui, stamattina abbiamo fatto colazione insieme. Mi ha invitato anche a restare a pranzo, ma avevo dei lavori da fare in casa. Ha bisogno di stare in pace e pregherei i suoi fan di calmarsi». Tra l’altro, Camisasca a novembre pubblicherà un nuovo album, Laudes, nel quale è presente una nuova versione di Nomadi, altro brano firmato insieme, che Battiato ha incluso in Fisiognomica. E questo, per il momento, è quanto.

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