Tornare a ballare al Club to Club è stata un’esperienza impagabile | Rolling Stone Italia
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Tornare a ballare al Club to Club è stata un’esperienza impagabile

C0C The Festival as a Performance è stata una quattro giorni di grande musica elettronica, talk, installazioni. Ci ha ricordato che un festival dev'essere anche comunità, aggregazione, cultura: il report

Caterina Barbieri sul palco di C2C

Foto press

Da dove deve ripartire, nelle nuove economie pandemiche, un festival come Club to Club (C2C) che nel 2019 aveva raggiunto le 30 mila presenze arrivando ad ospitare nelle ultime edizioni headliner del calibro di Aphex Twin, Kraftwerk, Battiato e James Blake? Come si può rimodulare un festival internazionale di tale portata senza snaturarlo, con le nuove normative vigenti? Qual è il presente e il futuro dei grandi eventi della cultura musicale in Italia, oggi?

Sono queste le domande a cui ha dovuto rispondere C0C The Festival as a Performance, il primo grande festival della stagione al chiuso, una quattro giorni torinese di concerti, dj e live set, installazioni sonore e talk, che nel weekend appena passato ci ha fatto riassaporare il concetto di festival come comunità, aggregazione, cultura. La prima edizione in presenza, dopo due proposte in digitale, era di per sé una splendida notizia che il pubblico ha ripagato mandando la rassegna in sold out in pochi giorni. L’evento era troppo ghiotto: quattro serate da quattro performance (tranne sabato in cui si arriva a cinque) a un prezzo iper-competitivo (11,50 euro a giornata, compreso di costo di commissione) in controtendenza con un sistema che, in questo momento, sta colmando le perdite di capienza con prezzi spesso fuori scala (un concerto singolo di un artista si aggira sui 25/35 euro).

Per riuscire a costruire un festival con così poco preavviso (il via libera del governo è arrivato ad un mese dall’evento), il C2C ha dovuto abbandonare alcune delle proprie certezze per ripartire dai propri capisaldi (line up mista tra esteri e italiani, network, sponsorship) e dalla rete di contatti costruita in questi due decenni di lavoro. Già dalla scelta di mantenere il nome delle edizioni digitali, C0C The Festival as a Performance, il festival ha voluto evidenziare questa dimensione di provvisorietà, un segnale per ricordarci che queste atipicità, queste eccezionalità non sono e non saranno la nuova normalità, ma esclusivamente delle misure necessarie in un momento di crisi in cui ripensarsi è un atto di dovere civile.

Caterina Barbieri. Foto press

Il festival, a causa delle nuove normative, ha quindi traslocato la sede principale dal Lingotto alle OGR – Officine Grandi Riparazioni, hub di innovazione e arte già utilizzato per diversi eventi firmati C2C, garantendosi una capienza del 50% di quasi 1400 persone, ben lontano dalle possibilità e dalle economie pre-pandemiche. La line up si è quindi venuta a formare attorno ad artiste e artisti di orbita C2C, progetti affascinanti e molto differenti tra loro, a inaugurare finalmente la riapertura delle frontiere dello scambio culturale internazionale. Le serate sono quindi diventate dei percorsi sonori organici con una varietà di mood e colori diffusa, un trekking acustico che dall’ambient delle performance di apertura (Beatrice Dillon, Space Afrika, Lyy Sünnœtty Pækkülyttï, Stefania Vos) aumentava di intensità nell’arco del tempo (Koreless, Caterina Barbieri, Ripatti, Tirzah) fino a giungere ai grandi dj set notturni affidati a Bill Kouligas, Skee Mask, Dj Nigga Fox, Kelman Duran & Mana, momenti ultimi di liberazione tramite movimento sonico a cui si accedeva dopo aver attraversato vari stadi d’ascolto e di coinvolgimento emotivo e intellettuale.

E quindi come è andata questa edizione di passaggio del C2C? Se di sabato sera, in un festival di elettronica, o meglio, di avant pop, ci sono 1400 persone che nel peak time (tra mezzanotte e l’una) non rumoreggiano smaniose di cassa dritta, ma restano (pre)disposte ad ascoltare la performance catartica di Caterina Barbieri, un viaggio ambientale tridimensionale nell’iperspazio modulare, qualcosa di solido è stato costruito nella semina degli anni precedenti. Perché è proprio questo il punto, il pensiero dietro C2C: cultura genera cultura, e c’è sempre un modo, una soluzione, per poter far cultura, qualsiasi siano le condizioni dell’universo al di fuori del dancefloor. Questo approccio è auto-esplicativo – fornendo un altro esempio – nel set conclusivo del festival, quello di Dj Nigga Fox di domenica, dove il pubblico è esploso in un ballo corale selvaggio sotto la club music sperimentale e deviante del producer e dj angolano-portoghese, musica che verrebbe probabilmente vista con sospetto in più della metà dei club italiani (e qui si potrebbe aprire un ampio discorso sulla staticità culturale della club culture in Italia), ma che qui è vissuta per quello che anatomicamente è: musica da ballo. Spiego meglio. Estasiato dai ritmi di Nigga Fox, ho mandato un video del suo set a un’amica, una dj milanese che suona nei principali club del capoluogo meneghino musica latin e black, che mi ha risposto: «Che bombetta, ma che musica difficilissima però». Mi sono quindi domandato: perché il pubblico di C2C la stava ballando come se fosse la cosa più semplice del mondo? Perché di fatto lo era, ma solo la cultura e l’educazione all’ascolto possono insegnarci a comprendere il contesto sonoro di un dj per tradurlo nel suo atomo più elementare: il ritmo. E, di conseguenza, la danza intesa come movimento personale in un contesto collettivo. Questo è l’atto culturale che C2C sta portando avanti da vent’anni con ottimi risultati: un’educazione alle possibilità altre del suono.

Il set d DJ Nigga Fox. Foto press

Costruire cultura non è un gesto estemporaneo, ma una programmazione, una rimodulazione costante del proprio pensiero e dei propri obiettivi che, certo, parlano al contemporaneo con l’intento di travalicarlo. Pensare ed edificare un festival come C2C, in un periodo pandemico di cecità burocratica e legislativa è un atto di fede e di fiducia nel valore della cultura, quanto la manifestazione di una progettualità che gioca in anticipo sulle possibili occasioni a disposizione e che ha l’umiltà di ripensarsi piccolo e intimo, nonostante un passato recente glorioso. Se, fino ad oggi, C2C dava l’impressione di essere diventato oramai una macchina troppo grande, troppo complessa e con costi eccessivi per essere ripensata su scala ridotta e al di fuori degli spazi del Lingotto, nella doppia edizione digitale e, soprattutto, in questa prima edizione possibile post-lockdown, C2C è riuscito a raccontarsi come un’entità moderna e fluida capace di rimodellarsi negli spazi possibili dall’imprevedibilità della situazione odierna. Una dimostrazione chiara di capacità e intelligenza organizzativa rara, un esempio virtuoso che travalica i confini del Paese.

Nella proposta culturale, nella line up e nel pensiero alla base, C2C si realizza ancora una volta come il festival europeo d’Italia. Per fortuna – questa volta – ce lo siamo tornati a godere, in presenza, senza mascherine, ballando.

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