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Tori Amos: «Quando la democrazia è in pericolo, gli artisti devono reagire»

In un’intervista al New Yorker la cantautrice racconta la genesi del nuovo libro ‘Resistance’ e che cosa ha imparato dai concerti che ha tenuto in Russia all’epoca della crisi ucraina

Tori Amos

Foto: Girlie Action

Gli artisti hanno la responsabilità di fare qualcosa quando la democrazia è in pericolo? È la domanda che Tori Amos si pone in un’intervista col New Yorker pubblicata in occasione dell’uscita il 5 maggio del suo libro Resistance: A Songwriter’s Story of Hope, Change, and Courage.

In un passaggio in cui si parla delle elezioni del 2016 che hanno portato Donald Trump alla presidenza, la cantautrice americana spiega: «La gente mi scrive e mi racconta le sue esperienze. C’è chi vede tutto nero ed è psicologicamente provato. Vuole mollare. Il sovraccarico informativo può risultare effettivamente demoralizzante. È in questi frangenti che artisti e scrittori possono contribuire dando alla gente ciò di cui la gente ha bisogno. A volte si tratta di un po’ di gioia e distrazione dal senso di panico. Anche nei tempi più bui, i nostri antenati hanno tratto qualcosa di buono dall’arte, una specie di manna spirituale o, come direbbero gli inglesi, una qualche stronzata che serve per tirare avanti. Ci siamo fatti tutti la domanda: a che serve? Sono qui per accendere una scintilla e farvi alzare il culo. Tutti gli artisti devono far qualcosa in questo momento».

Amos racconta di un concerto che ha tenuto in Russia nel 2014, dopo l’invasione dell’Ucraina. «Russi e ucraini mi mettevano in guardia, mi spiegavano com’erano sopravvissuti alla propaganda russa (…) Putin voleva ricostruire una variante dell’Unione Sovietica. Il fatto che l’Ucraina stesse stringendo un patto con l’Europa era inaccettabile per lui, per i suoi oligarchi, per chi guadagna dalle loro politiche. L’Occidente e i suoi valori erano il nemico. Ma non poteva distruggere la democrazia da solo. Lui e i senatori americani che fanno un sacco di soldi grazie al suo autoritarismo non avrebbero certo annunciato l’intenzione di sopprimere la democrazia. Non è diverso dal modo in cui opera chi abusa in famiglia, la maniera in cui esercita il controllo sulle vittime. Non è che arriva e ti dice: ti terrò lontana da tutto ciò che ti è caro e sostituirò i tuoi pensieri con i miei, facendoti credere che siano tuoi».

Nell’intervista Tori Amos parla anche dei suoi fallimenti, in particolare quello del primo album Y Kant Tori Read che l’ha portata a scrivere Little Earthquakes, delle muse (dice di averne 11), del rapporto con le canzoni, della psicanalisi, di come la musica sia un “club per ragazzi”, della morte della madre e dell’insegnamento che le ha lasciato: «quando certa gente prende il potere bisogna agire, per non dire un giorno: io c’ero quando è finita la democrazia in America, ne sono stata parte». L’intervista del New Yorker si trova qui.

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