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‘This Much I Know to Be True’ racconta la lotta di Nick Cave con il caos

Il film di Andrew Dominik, al cinema dal 23 al 25 maggio, contiene performance fuori dal comune dei pezzi di ‘Ghosteen’ e ‘Carnage’ e offre la possibilità di entrare nel mondo di un artista che cerca di dare un senso al mondo

Foto press

La scossa più forte arriva quando sentiamo Nick Cave pronunciare queste parole: «Ora sono molto più felice di prima, il che non significa che non debba lottare, ma per me la cosa più importante non è la felicità, è avere il senso delle cose». Sappiamo che quel senso delle cose è stato di nuovo stravolto dalla recente morte del figlio Jethro Lazenby, sappiamo che l’uomo che sta parlando ne è perfettamente ignaro e questo fa apparire la sua versione fragile, illusa e fuori controllo.

In effetti in This Much I Know to Be True (nelle sale italiane il 23, 24 e 25 maggio) Nick Cave sembra avere meno controllo del suo universo rispetto a quanto abbiamo potuto osservare nei precedenti documentari. Considerato la naturale prosecuzione di One More Time with Feeling del 2016, il lavoro dietro la cinepresa di Andrew Dominik cattura un arco temporale a cavallo tra il 2020 e il 2021. Il rosario delle scene è scandito da ampie parti di musica. Vengono eseguiti brani tratti da Ghosteen e Carnage, gli ultimi due album firmati da Nick Cave e Warren Ellis, con e senza i Bad Seeds, che avrebbero dovuto essere eseguiti in un lungo tour mondiale, rimandato causa Covid.

Anche se abbiamo imparato a guardare Nick Cave da un’inquadratura laterale mentre esegue alla perfezione brani recenti in un contesto post industriale o nelle quinte di un teatro, circondato da una rotaia per le carrellate, è sempre emozionante assistere a questi piccoli spettacoli, compreso quello in cui appare Marianne Faithfull in tutta la sua generosità, prostrata dalla malattia, che si stacca dall’ossigeno per i pochi istanti necessari alla sua esibizione.

Tuttavia, le scene che rimangono più impresse sono quelle che separano i live – conversazioni, backstage, interviste – che sono parecchie, tutte incredibilmente interessanti e significative. Sappiamo bene quanto per Nick Cave sia praticamente impossibile dire qualcosa di banale, questa volta però emerge anche parecchio Warren Ellis e la simbiosi creativa tra i due artisti, rendendo ancora più vivace il racconto, soprattutto quando il protagonista è proprio Ellis.

Le riprese al Battersea Arts Center. Foto press

In una scena centrale i due si rimpallano commenti a distanza rispetto alla nascita di nuovi brani: Nick Cave si lamenta del fatto che è diventato praticamente impossibile per lui portare un pezzo fatto e finito in studio, a meno che non decida di costringere con la forza Warren Ellis ad ascoltarlo, prendendogli la testa fra le mani e urlandogli in faccia, cosa che, per stessa ammissione di Ellis è particolarmente complessa. Lui arriva in studio e si chiude a giocare con i suoi strumenti in postazione, Nick Cave non può fare altro che assecondarlo e seguirlo, finché non si ritrovano insieme in un luogo incantato dove nascono le canzoni. Un luogo incantato, ma governato dal caos. A un certo punto qualcuno sconvolto dice «cazzo inquadra il suo desktop», la telecamera si affretta a spostarsi sullo schermo del MacBook di Ellis, completamente disseminato di cartelle, saranno un migliaio, ammassate in 13 pollici di schermo, senza un millimetro quadro rimasto libero. Il musicista prova a balbettare qualche giustificazione pettinandosi la lunga barba, sostenendo che sì, c’è un sacco di roba che ogni tanto salta fuori, ma a quel punto noi non possiamo fare altro che pensare a chissà quanti capolavori rischiano di andare persi in quel disordine.

Nick Cave rimane il perno attorno al quale ruota la narrazione, che è basata sugli agenti esterni, sulle conseguenze di quello che accade e a cui è costretto ad adeguarsi, dal flusso creativo di Ellis al Covid, che lo ha costretto a «reinventarsi scultore di ceramiche, come consigliato dal governo». Queste scene di apertura valgono di per sé il prezzo del biglietto: Nick Cave in camice bianco mostra 18 ceramiche – bellissime, ancora non mi spiego come sia riuscito a farle – che raccontano la storia del Diavolo, dalla nascita alla morte, passando per l’adolescenza, le guerre, il matrimonio, il sacrificio del primo figlio, il perdono. Mi ha ricordato un altro documentario straordinario, David Lynch: The Art Life, incentrato sulla vita artistica del regista, che da ragazzino giocava con gli animali morti, descrivendola come se fosse l’attività più innocente del mondo.

Abbiamo modo di conoscere il processo dietro a Red Hand Files, il blog in cui Nick Cave risponde alle domande più disparate dei suoi fan, una comunità bellissima. Lo sentiamo parlare di dolore, di suicidio e di morte, lo sentiamo parlare di controllo sulla propria esistenza, di sanità mentale, di colpa, di vergogna, lo vediamo ragionare sulle risposte e sappiamo per certo che non c’è nulla di architettato, sappiamo per certo che sta esprimendo i suoi pensieri, a seguito di una lunga riflessione.

Cave in ‘This Much I Know to Be True’. Foto press

C’è poi uno dei passaggi conclusivi, che intervallano l’esecuzione degli ultimi brani: «Penso che mi definirei in maniera diversa adesso rispetto a qualche anno fa. Mi sarei definito un musicista o uno scrittore, ma sto cercando di svezzarmi dalle definizioni per quello che è il mio mestiere. Sto cercando di vedermi come un marito, un padre e un amico e un cittadino, che fa musica e scrive cose». Lo vediamo in videochiamata con il figlio Earl scambiarsi saluti, baci e parole di conforto, ci racconta della sua fragilità in quanto padre e quanto artista, descrive un momento di grande intimità, in cui si trovava rannicchiato in posizione fetale, impossibilitato ad alzarsi per andare a suonare, mentre il figlio al telefono cercava di infondergli la forza per farcela, riuscendoci infine.

Negli ultimi dieci anni Nick Cave ha aperto un sentiero tra la sua esistenza e le nostre, come pochi altri artisti della sua caratura sono riusciti a fare. Il che è assurdo se pensiamo a quanto sia costante il bombardamento di post o dirette su Instagram. Ci dimostra come continuare a raccontarsi attraverso dischi, film, blog, libri, fuori dal formato 9:16 delle stories, mantenendo la dignità artistica del suo lavoro, preservandolo dalla sciatteria dei social, lo stiano rendendo ogni volta di più trascendente. Perché è questo che vogliamo dalle icone, non la realtà, non l’autenticità, ma l’immortalità e Nick Cave ci è riuscito da un pezzo. La musica è solo un accessorio, anche se intarsiato d’oro.

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