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‘The Wall’, storia del tour che ha distrutto i Pink Floyd e cambiato le regole della musica dal vivo

Quarant'anni fa Roger Waters, Mark Fisher e Gerald Scarfe immaginavano lo show rivoluzionario a cui si sono ispirati tutti, dagli U2 a Madonna. «Avevamo due idee: costruire un muro sul palco, e bombardare il pubblico»

I Pink Floyd in concerto nel 1980

Foto: Getty Images

Quarantanni fa, dalla Memorial Sports Arena di Los Angels partiva l’ultimo tour dei Pink Floyd con Roger Waters, il più ambizioso che lui, David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright hanno mai intrapreso, quello di The Wall

Delle tre parti di quel progetto (album, tour e film), la seconda era sicuramente la più imponente e di più difficile realizzazione. «Inizialmente avevo due immagini», ha detto Waters, «una era quella di costruire un muro sul palco, l’altra era quella di bombardare il pubblico con qualcosa. Mi piaceva l’idea che le persone fossero al centro dell’azione, anche se come vittime. Mi rendevo conto che c’era qualcosa di macabro e perverso nell’avere un sistema di amplificazione che poteva arrecarti danno, con il pubblico che lottava per sedersi proprio di fronte ad esso in modo da poter essere danneggiato il più possibile. È da lì che cominciò a generarsi l’idea di Pink trasformato in un demagogo nazista».

La cosa incredibile di The Wall era proprio che, al di là della carica di angoscia, nichilismo, disperazione e violenza di cui era permeato, Waters aveva toccato così tanti temi e lasciato aperte così tante porte da potersi trasformare facilmente in un bacino potenzialmente infinito di idee, su cui ognuno poteva far lavorare la propria mente anche dopo che l’opera era giunta a compimento. Sia al manager Steve O’Rourke che alla EMI, tuttavia, l’idea di vessare un pubblico che aveva pagato molti soldi per vedere la propria band preferita non piaceva affatto, se non altro per paura di eventuali cause legali.

La scelta ricadde dunque sulla costruzione del muro, un’idea visionaria che avrebbe cambiato per sempre l’idea di intrattenimento musicale. Ad essere ambiziosa era l’idea di portare in giro per il mondo una scenografia di quel genere. Inoltre, alcune persone vicine a Waters si accorsero presto di un paradosso: se The Wall era nato proprio dal senso di alienazione di Roger nei confronti delle masse che frequentavano i suoi concerti, cosa sarebbe successo nel momento in cui quel malessere si fosse trasformato a sua volta in un tour? Si trattava forse del disperato tentativo di Waters di sublimare i propri demoni? Il rischio maggiore era che, con la band allo sbando, i deliri di onnipotenza del loro genio creativo finissero per avere il sopravvento, portando la band alla distruzione e forse persino sul lastrico.

Il lato economico della faccenda era infatti tutt’altro trascurabile: un conto era immaginare di costruire ogni sera un muro immenso che potesse dividere il pubblico dai propri beniamini, un altro quello di mettere in piedi un meccanismo dai costi impossibili da recuperare. Il meno convinto di tutti era proprio O’Rourke che, calcolatrice alla mano, decretò in anticipo il fallimento economico dell’operazione. A Waters, però, la questione economica interessava fino a un certo punto: voleva riproporre la storia di Pink per com’era sceneggiata e, visto che questa ruotava intorno alla creazione di un muro, non lasciò spazio a chiunque avesse pareri contrastanti (alla fine il tour toccò solo cinque città fra Stati Uniti ed Europa, nel 1980 e 1981, con molte repliche in ogni arena).

Mentre la band suonava, un gruppo di operai avrebbe costruito un muro che sarebbe poi crollato nella seconda parte dello show. Convocato il designer inglese Mark Fisher, Waters, Bob Ezrin e Gerald Scarfe, genio capace di rendere reali gli incubi del concept, si misero quindi al lavoro. «Iniziavamo la giornata alle 8.30 del mattino a casa di Gerald, guardando le sue animazioni, e poi parlavamo con Fisher della scenografia. Abbiamo trascorso un sacco di tempo pensando ai mattoni e facendo in modo che, se fossero caduti in avanti, nessuno sarebbe rimasto ucciso». A differenza degli altri Pink Floyd, relegati ormai a poco più di semplici comparse, Scarfe ebbe totale carta bianca: «Conoscendo il personaggio pare incredibile, ma Roger mi permise tutto. Avevamo lo stesso humour cinico e la cosa contribuì alla riuscita della collaborazione».

Con The Wall i Pink Floyd alzarono ulteriormente l’asticella in un campo in cui venivano già considerati dei pionieri. Opere di architettura che nascevano al momento, esplosioni, aerei che volavano sopra al pubblico: nessuno prima di Waters aveva concepito uno spettacolo del genere abbinato a un concerto pop e qualunque artista, da lì in avanti, avrebbe guardato a quello come all’unico punto di riferimento possibile. Da Michael Jackson, a Madonna, fino agli U2 e ai Muse, per citare solo una delle band contemporanee che dal punto di vista scenico non fa altro che riproporre quello stilema.

Nonostante le difficoltà e le tensioni, anche Mason e Gilmour hanno ricordato con affetto l’esperienza: «Fu divertente, eccezionale, ma all’inizio fu incredibilmente difficile da fare», ha ammesso David. «Sembrava di essere in un enorme teatro. Dopo un po’ conoscevo tutto a memoria come un orologio. Non si poteva mai rischiare di farsi un drink prima dello spettacolo, era tutto così preciso che non potevo permettermi di lasciar vagare la mente. Se mi fossi perso una battuta, tutto sarebbe andato fuori sincronia. Mi è piaciuto moltissimo, ma non è una cosa che avremmo potuto fare a lungo, perché musicalmente era piuttosto limitante».

Chi non si divertì per niente fu Rick Wright che, cacciato da Waters durante le registrazioni del disco, accompagnava la band da semplice turnista. «In realtà», ammise in seguito O’Rourke, «Rick ha vissuto molto male quei concerti, ma fu l’unico a guadagnarci. Era uno stipendiato come chi costruiva il muro, quindi ricevette fino all’ultimo centesimo. Cosa che non avvenne per gli altri membri». A conti fatti, sia Waters che il manager ebbero ragione: se dal punto di vista scenico The Wall divenne l’antesignano di tutti gli spettacoli cui ancora oggi assistiamo, da quello economico fu un disastro totale e, probabilmente, contribuì ad accelerare il processo di distruzione dei Pink Floyd. D’altra parte, non si poteva avere tutto dalla vita.

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