‘The Dark Side of the Show’ ci ricorda che la musica è un lavoro | Rolling Stone Italia
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‘The Dark Side of the Show’ ci ricorda che la musica è un lavoro

Il docufilm con Manuel Angelli disponibile su RaiPlay racconta la crisi dei mestieri che rendono possibile un concerto. Con un difetto: fa appello più all'emotività che alla ragione

Manuel Agnelli con gli Afterhours

Dal docufilm 'The Dark Side of the Show'

Qualche giorno prima che il governo, lo scorso 20 maggio, varasse il Decreto Sostegni Bis che include tra le altre cose alcune misure rivolte ai lavoratori dello spettacolo, usciva il docufilm The Dark Side of the Show, uno dei tanti tentativi dell’ultimo anno e mezzo di portare l’attenzione sulle pesanti conseguenze delle chiusure legate all’emergenza sanitaria sulla filiera dello spettacolo e in particolare sui lavoratori del comparto che già prima dell’emergenza godevano di ben poche tutele.

Il progetto ideato da Maximarte e diretto da Francesco Dinolfo, disponibile su RaiPlay, lo fa raccontando le persone dietro ai mestieri, andando a scandagliare il microcosmo dietro ai grandi eventi, l’umanità dietro allo show. Nell’onda emotiva su cui viaggiano i racconti dei singoli e la solenne voce narrante di Manuel Agnelli – da tempo tra le personalità più impegnate nelle battaglie a tutela dei lavoratori della filiera dello spettacolo – non emerge però perché e come queste persone siano state dimenticate, perché i cosiddetti invisibili sono effettivamente invisibili. The Dark Side of the Show fa insomma appello all’emotività cercando di suscitare empatia raccontando i mestieri e le persone che li esercitano, ma non i reali problemi di chi lavora nello spettacolo. Il risultato è che alla fine del docufilm ci sentiamo solidali nei confronti dei professionisti dello spettacolo senza sapere perché.

Non che da un docufilm ci si aspetti di conoscere i dettagli delle proposte di riforma del settore, ma il rischio è che un prodotto di questo tipo si vada ad aggiungere ai tanti appelli generici che parlano al cuore ma non alla ragione. Chiarissimo che le professioni dello spettacolo sono fatte da una marea di preziose specializzazioni delle quali si conoscono a stento i nomi, chiarissimo che nascono per la maggior parte da una passione smodata e che si sottopongono a ritmi di lavoro ai limiti dell’umana tollerabilità, chiarissimo che senza di loro i concerti dei nostri artisti preferiti nemmeno esisterebbero e chiarissimo, ma più per il tono della narrazione che per altro, che qualcosa non va: ma dove sta esattamente il problema, che ovviamente c’è?

Sarebbe stato bello chiederlo alle persone intervistate, insieme ai dettagli, ampiamente presenti, del loro lavoro e della loro storia. Avrebbe permesso al pubblico di ragionare su quello che alla fine della visione sembra quasi essere esclusivamente un problema di mentalità del Paese in generale. Che ci sta anche, ma un passo in più avrebbe portato a un altro livello il racconto. Quando, ad esempio, uno dei backliner all’Arena di Verona – il docufilm trae spunto degli eventi che sono stati organizzati nell’anfiteatro nel settembre 2020 – spiega che di grandi criticità nel settore ce ne sono sempre state e che la pandemia le ha solamente portate alla luce non c’è alcun tipo di approfondimento. Perché non provare a raccontare queste criticità? Perché i lavoratori dello spettacolo sono risultati tra i più svantaggiati?

La risposta la si trova andando a cercare in autonomia quanto emerso sull’argomento, dai tavoli istituzionali ai flash mob: sulla sostanza The Dark Side of the Show non dà neanche qualche vago indizio. Per quanto possa essere significativo dare voce e valore alla storia di ciascuno, se l’obiettivo del progetto era contribuire alla comprensione del problema non è stato raggiunto, portando semmai a una blanda sensibilizzazione che passa interamente per canali emozionali e per vie indirette: se mi raccontano di queste persone con tono drammatico il problema dev’essere serio. Serio quanto e serio perché sta interamente a me scoprirlo.

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