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Te la ricordi Videomusic?

Il vj Clive Griffiths racconta in un libro l'epopea della prima tv musicale italiana: gloria e cazzate, avventure e produzione artigianale dell'MTV fatta in casa perché quella vera costava troppo

Foto: Zach Vessels/Unsplash

«Sai che è nata una televisione che trasmette musica 24 ore su 24?». Per un ragazzino di prima media che da non molto aveva iniziato ad appassionarsi ai divi pop di metà anni ’80, una domanda come questa era fantascienza pura. Il mio amico Gualtiero, di un anno più grande (cosa che a quell’età conta molto) e già appassionato di jazz, me la lasciò cadere tra una partita e l’altra di Manic Miner, videogame allora molto in voga al quale stavamo giocando sul suo ZX Spectrum.

Mister Fantasy di Carlo Massarini aveva chiuso i battenti da pochi mesi. In compenso era nata Deejay Television, ma andava in onda solo dalle due alle due e mezza del pomeriggio, troppo poco per chi a quell’ora, riscaldando il pranzo lasciato dalla mamma, aveva fame anche di musica. La televisione fondata nel 1984 da Marialina Marcucci e Pier Luigi Stefani, folgorati dal successo di canali tematici come Cnn e ovviamente Mtv durante un viaggio sulla East Coast, invece, sfamò una generazione di appassionati di musica oggi almeno cinquantenni a suon di video e concerti di quasi tutti i generi musicali, con un occhio di riguardo per le superstar del periodo e per una new wave che, parzialmente esaurita la sua spinta iniziale, stava legittimamente passando all’incasso. Il tutto, non scordiamolo mai, in un’epoca pre Internet, in cui per scoprire musica nuova ci si doveva affidare alla radio, e per avere notizie sui propri beniamini c’erano solo i mensili specializzati, con l’inevitabile ritardo dovuto alla loro periodicità.

A raccontare la generazione Videomusic ci ha pensato Clive Griffiths, uno dei veejay più amati dell’emittente, con il suo Videomusic – I nostri anni ’80 (Eclettica), libro di 400 pagine con un sacco di immagini a colori che sono un vero tuffo nell’epoca.

Interpellato dalla stessa Marcucci, Bob Pittman (presidente di Mtv) era stato lapidario: per fare una Mtv italiana servono cinque milioni di dollari. Meglio allora costruirsela in casa. A firmare gli assegni è Guelfo Marcucci, padre di Marialina e facoltoso industriale farmaceutico. Inizialmente l’accordo è per dare a tutti lo stesso stipendio: veejay e tecnici prendono un milione e 600 mila lire al mese. Circa 800 euro attuali, ma a metà anni ’80 è decisamente un buon stipendio, anche considerando che i veejay, forti della loro popolarità, possono poi arrotondare con serate in discoteca ed eventuali ruoli da testimonial di prodotti. Videomusic trasmette dal Ciocco, una struttura alberghiera in provincia di Lucca, tra la Garfagnana e il versante modenese dell’Appennino. Gli studi sono piccoli e angusti, ricavati in un sotterraneo accanto alla lavanderia. Per il momento ci si può accontentare, e alla mezzanotte del 1° aprile 1984 il video di All Night Long di Lionel Ritchie inaugura le trasmissioni. A condurre, assieme al connazionale Rick Hutton, c’è Clive. Che pochi minuti dopo, presentando un video di Agnetha Fältskog, ex degli ABBA, ha la bella idea di dire che è un buon momento per andare in bagno perché la canzone fa cagare. Si capisce subito che Videomusic non è una tv ingessata (per usare un eufemismo) e lo stile disinvolto e basato sull’improvvisazione caratterizzerà tutti gli anni ’80 dell’emittente.

La neonata Videomusic ha il merito di portarci in casa le immagini di un mondo lontano e affascinante. Gli Wham! cantano Last Christmas e le ragazze innamorate di George Michael sognano di passare il Natale con lui in una baita sulle alpi austriache. Meno di due anni più tardi io incappo nello stratosferico video di un cantante che ho solo sentito nominare. La canzone è un tributo alla sua passione giovanile per la black music della Stax e dell’Atlantic, si intitola Sledgehammer e grazie a essa scopro un album meraviglioso come So di Peter Gabriel.

A metà anni ’80, quello delle star britanniche e americane è un mondo lontano anni luce dalla provincia italiana, ma pure da una presunta città scintillante come Milano. Persino l’italiano parlato con forte accento inglese da Rick & Clive ha un che di esotico e per molti Videomusic diventa la porta d’ingresso a qualcosa di sconosciuto. Basti pensare a un’iniziativa come lo Spandau Ballet Day del 10 novembre 1986, con tutti i video della band, che in quel momento era popolarissima, e lunghi servizi su una giornata passata in limousine in giro per Milano a fare shopping. Chicca finale: la trasmissione in diretta di buona parte del concerto di Firenze, in violazione delle leggi sull’emittenza che consentivano solo alla Rai di trasmettere in diretta.

Per poter andare in onda in tutta Italia, Videomusic doveva infatti registrare le sue trasmissioni su videocassette, duplicarle e inviarle alle emittenti locali che trasmettevano i vari programmi tutti alla stessa ora. Decisamente macchinoso, ma è lo stesso metodo utilizzato ai tempi anche dalla Fininvest di Silvio Berlusconi. Pochi giorni dopo, quello degli Spandau Ballet al PalaTrussardi di Milano sarà il primo concerto della mia vita. Nel frattempo, grazie ai video di Bring On the Dancing Horses e The Lodgers, non certo le migliori canzoni nella storia dei rispettivi autori, scopro l’esistenza di due band chiamate Echo and The Bunnymen e Style Council, e che il leader di questi ultimi viene da un trio chiamato The Jam. Gruppi che saranno per sempre tra i miei preferiti, e che avrei incontrato comunque, prima o poi. Ma grazie a Videomusic la cosa avviene prima, e il giorno dopo a scuola posso parlarne con i miei compagni, che hanno ascoltato per la prima volta la voce di Bruce Springsteen guardando il video di We Are the World.

E mentre registriamo su cassetta album e compilation per gli amici o la ragazza del cuore (non a caso uno dei primi sponsor di Videomusic è la Basf), i più tecnologici mettono i video su videocassette vhs, anche se non in tutte le case c’è ancora un videoregistratore. Di solito poi ogni famiglia possiede un televisore solo, piazzato in salotto. E per chi, in preda ai primi impulsi sessuali, non riesce ad accedere ai mitologici film notturni di emittenti come Telereporter perché teme di svegliare tutta la famiglia, anche un video come Girls on Film dei Duran Duran (o il meno noto Imagination di Belouis Some) rappresenta un valido surrogato

«L’ho visto su Videomusic» diventa una specie di frase-passaporto, anche per il mondo di Hollywood. Spesso all’epoca il videoclip traina film che diventano grandi successi al botteghino, anche italiano. Basta pensare a What a Feeling di Irene Cara per Flashdance, Ghostbusters di Ray Parker Jr per l’omonimo film, You Can Leave Your Hat On di Joe Cocker per Nove settimane e mezzo o Take My Breath Away dei Berlin per Top Gun. Tutti video più efficaci di qualsiasi trailer.

Per i molti che non hanno ancora l’età (e la disponibilità economica) per girare per concerti, Videomusic rappresenta il battesimo della musica live. Primo concerto registrato e trasmesso: i Talk Talk al Tenax di Firenze, il 15 maggio del 1984. Seguono negli anni decine di musicisti diversissimi tra loro: da BB King agli Psychedelic Furs, passando per le principali band di casa nostra, Litfiba e CCCP su tutte, con un occhio di riguardo anche alla musica proveniente da Paesi fino a quel momento lontani dalla tradizione rock, con i concerti di artisti come Mory Kante, Ofra Haza e Youssou N’Dour. E il flop, dal punto di vista televisivo, del concerto di Cheb Khaled al Palazzo dei Congressi di Firenze nel 1987. Organizzato dal ministero della cultura francese, ai tempi presieduto da Jack Lang, il live avrebbe dovuto contare sulle riprese di Videomusic. Peccato che per errore qualcuno abbia pigiato il tasto “play” invece di “rec”, con successiva figura barbina con i funzionari francesi, incaricati di portare il nastro a Parigi per mostrare la proficua collaborazione con gli organizzatori italiani.

Decisamente avventuroso, invece, il viaggio a Baghdad nel 1992, per riprendere il concerto di Franco Battiato nel teatro nazionale, in solidarietà con il popolo iracheno messo in ginocchio dall’operazione Desert Storm (la prima guerra del Golfo) e dalle sanzioni economiche. Dopo l’atterraggio in Giordania, venti ore di pullman senza i vetri dei finestrini, tra posti di blocco in mezzo al deserto e una burocrazia che obbliga ad apporre un timbro ministeriale su ciascuno dei nastri di Videomusic. Per non parlare dei mezzi tecnici noleggiati in loco per le riprese, per forza di cose obsoleti rispetto agli standard occidentali e anche non esattamente sicuri, tra un filo scoperto e l’altro.

Sempre a proposito dei concerti di Videomusic, nel libro di Clive il regista Leonardo Conti racconta anche i momenti in cui i musicisti che sarebbero dovuti salire sul palco non sono stati esattamente collaborativi. Non tanto il Paul McCartney un po’ vanesio ma autoironico («Niente primi piani! Non ho più vent’anni») ma per esempio i Nirvana in piena esplosione di Nevermind, che «non ci tenevano affatto a essere simpatici e riuscivano benissimo nell’intento: una trattativa estenuante per posizionare le telecamere, poi mille eccezioni e limitazioni per decidere quali fossero i confini precisi degli operatori mobili sul palco. Generalmente un fatto di ordinaria amministrazione, ma qui si eccedeva in maniera quasi ostile per noi». E poi, durante il concerto, l’immagine della band risulta sfocata, ma solo in alcuni punti. Che succede? Dopo minuti di controlli febbrili effettuati con una certa agitazione, si scopre che il vapore acqueo prodotto dal sudore e dal fiato di tutta la folla presente al Castello di Roma ha fatto appannare gli obiettivi delle telecamere. Senza dimenticare che è stata Videomusic a portare in Italia i concerti di Madonna di fine estate 1987 («Siete caldi?!?!?»), cedendo alla Rai il diritto di trasmettere il live di Torino con i suoi tredici milioni di telespettatori.

Ma Videomusic è stata anche molto altro, e non solo musica. Nel 1987 Andrea Pazienza disegna e racconta la sua vita durante la trasmissione Crazy Time, che lo riprende nelle campagne della sua Montepulciano. Due anni più tardi, nell’estate del 1989, un altro genio pop, Keith Haring, viene intervistato mentre realizza un grande murale a Pisa, sulla parete del convento dei Servi di Maria. Andrea Pazienza se n’è andato da un anno, e anche Haring morirà di lì a poco, ucciso dall’Aids non ancora trentaduenne. La malattia ha già mietuto migliaia di vittime, e all’appuntamento pomeridiano di Hot Line viene invitato anche Ferdinando Aiuti, immunologo che di lì a poco, in risposta alla teoria secondo cui il virus dell’Hiv si può trasmettere con un bacio, decide di comune accordo con la ragazza di baciare una propria paziente sieropositiva durante un congresso a Cagliari. Un reporter fotografa la scena e l’immagine fa il giro del mondo.

Clive lascia Videomusic il 21 dicembre 1990. Gli anni ’80 sono finiti, e con essi la fase “artigianale” della prima tv musicale italiana. «Partita come una bottega con dentro una banda di extraterrestri, capitati quasi per caso, era diventata un’azienda con dipendenti e con tanto di cartellino da timbrare e ferie programmate. E al posto di Rock Report stava arrivando un telegiornale».

Arriveranno un nuovo proprietario, Vittorio Cecchi Gori, e nuovi conduttori, da Red Ronnie a Mixo, fino alla trasformazione in TMC 2 del 1997. Nello stesso anno nasce Mtv Italia ma questa, come si suol dire, è decisamente un’altra storia.