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«Taylor Hawkins era grande perché aveva superato se stesso»

Lino Gitto, il batterista dei Winstons, racconta perché Hawkins era importante per la band. Ne racconta lo stile energico e la capacità di mettersi al servizio delle canzoni. «Chissà perché Dave Grohl aveva voluto alla batteria una versone atletica di Kurt Cobain»

Foto: Griffin Lotz per Rolling Stone US

Mi hanno chiesto di parlare di Taylor Hawkins perché entrambi, nel cervello, abbiamo lo stesso Cubo di Rubik da risolvere, ma entrambi siamo daltonici. A quanto pare lui non ha fatto in tempo a risolverlo… Mi hanno anche chiesto di parlare del suo drumming e della sua concezione della musica e quando ho saputo che ha iniziato a suonare la batteria ispirato da Roger Taylor (il batterista dei Queen), come me, ho capito che non era solo il batterista biondo dei Foo Fighters, ma un musicista a tutto tondo.

Immaginatevi un ragazzo cresciuto musicalmente tra gli ‘80 e i ‘90 che ascolta i Queen. Io venivo spesso preso in giro perché quelli erano gli anni in cui la tecnica era più importante del sound. C’erano i Dream Theater, i Primus, i Rage Against the Machine che puntavano sul virtuosismo. Invece lui era uno di quelli al servizio della canzone. La cosa che mi ha colpito di Dave Grohl è che sembrava aver voluto una specie di Kurt Cobain alla batteria. Anzi, una versione atletica ed edonistica di Kurt: biondo come lui e allo stesso tempo incasinato di testa. Forse Grohl voleva sistemare le cose del suo passato? Chi lo sa…

I Winstons: Lino Gitto, Roberto Dell’Era ed Enrico Gabrielli

Comunque come batterista non è che fosse così geniale. Il suo set era classic rock e a quanto pare può essere riassunto così: 6/8 i concert toms (senza pelli), Tim da 13, Floor da 16 e 18, cassa da 24 (in alternativa la 22), Grestch Custom Series. Però aveva energia da vendere, un grande carisma e sapeva fare gruppo, era il vero collante e motivatore della formazione. Questa è la figata di una band. Se i Foo Fighters fossero stati un sommergibile, Taylor avrebbe rappresentato la sala motori in grado di spingere il veicolo selvaggiamente a velocità supersonica.

La sua caratteristica principale era sicuramente l’essere una rock star americana. Cosa può voler dire rispetto alle star europee? Che, per esempio, in Europa puoi scegliere un solo “male” per tentare di schiaffeggiare i tuoi mostri interiori. Droga o alcolismo, magari. Negli Stati Uniti invece trovi tutto in ogni dove: dalle armi agli psicofarmaci, oppioidi e non solo, che provocano estrema dipendenza. Puoi organizzare, insomma, la tua “sintomatica” (ovvero un lenitivo usato per curare ogni minimo sintomo) con grande facilità e nella più totale legalità. Eppure, a prima vista Taylor non sembrava affatto una persona con tante dipendenze. Aveva un sorriso smagliante che sembrava quello dei Bee Gees di Stayin’ Alive, solo che aveva tutto, dentro e fuori di sé. Forse perché era americano? O forse soltanto perché si era inconsciamente annoiato a cercare di risolvere il suo Cubo di Rubik.

Se dovessi segnalare una sua esibizione simbolica, su tutte, deciderei quella nella quale canta con i Doors. Per un americano è un onore. Vuol dire che sei uno figo vero. Vorrei ricordare questo aspetto, più che il “batterismo” fine a se stesso. Era grande perché aveva superato se stesso.

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