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Svolte pericolose: quando le pop star cambiano stile

Taylor Swift non è certo la prima a scegliere nuovi generi e arrangiamenti per un album. Ecco chi l’ha fatto prima di lei, da Lady Gaga a Miley Cyrus passando per Diplo e Pink. Non sono tutte storie a lieto fine

Lady Gaga

Foto: dal video di 'Million Reasons'

Il nuovo album di Taylor Swift, Folklore, ha lasciato sbalorditi fan, detrattori e critici non solo per l’uscita a sorpresa (è stato annunciato solo 16 ore prima della pubblicazione) e per i numerosi record che ha già stracciato (80 milioni di ascolti nelle prime 24 ore, quasi un milione di copie vendute nei soli Stati Uniti nella prima settimana), ma anche e soprattutto per il repentino cambio di genere. Durante il lockdown, l’ex stellina del country riconvertitasi al pop ha fatto una sorta di inversione a U, togliendo dalle sue canzoni la patina scintillante e il superfluo e dando loro un sapore alt rock intimista e minimal che permette finalmente di apprezzare al meglio il suo talento di autrice, oltre che di cantante.

Il cambiamento, che pure da un punto di vista di marketing poteva sembrare rischioso, le ha fatto davvero bene, permettendole di esplorare nuovi orizzonti e di farsi conoscere e rispettare da un pubblico del tutto nuovo e diverso. Una lezione che ha imparato da molti altri musicisti che l’hanno preceduta e che a un certo punto della loro carriera, spesso all’apice, hanno deciso di cambiare decisamente direzione, per sempre o solo per lo spazio di un album. Quale sarà la prossima mossa di Taylor, solo il tempo ce lo dirà; nel frattempo, ecco alcuni artisti che hanno avuto il coraggio di fare un salto nel buio prima di lei.

Snoop Dogg


Probabilmente il più poliedrico tra gli alfieri del cambiamento: dopo i brillanti esordi come enfant prodige del gangsta rap, ha deciso che la scena hip hop gli stava un po’ strettina. Negli ultimi dieci anni, ha dato alle stampe un album reggae (Reincarnated, con lo pseudonimo di Snoop Lion; i maligni sostengono che la sua conversione al rastafarianesimo dipende dal fatto che molti Paesi permettono agli adepti di assumere marijuana per motivi religiosi, cosa che risulta molto comoda nei lunghi tour internazionali), un album funk (7 Days of Funk, con lo pseudonimo di DJ Snoopadelic e in compagnia di Dam-Funk) e uno gospel (Bible of Love). Se 7 Days of Funk è effettivamente un progetto molto interessante, diciamo che gli altri sono abbastanza dimenticabili. Consolatevi, però: pare sia in arrivo anche un disco di ninnananne, e no, non è una battuta. 

Miley Cyrus


In origine, nessuno avrebbe sospettato che la protagonista della serie per bambini Hannah Montana nascondesse delle reali velleità artistiche; e invece. Per scrollarsi di dosso l’aura innocente di ex stellina Disney nel 2013, a 21 anni ha pubblicato l’album Bangerz, pesantemente influenzato dalla scena urban non solo in termini di sound, ma anche di immaginario ed estetica (vedi la sconfinata passione per il twerking, un tipo di ballo per cui ha destato scandalo, non tanto in virtù delle sue movenze conturbanti, ma perché non si era mai vista una popstar così bianca e con un culo così piatto che si lanciasse nell’impresa). A stretto giro sono seguiti altri due cambi repentini di rotta: prima un disco a tinte psichedeliche con i Flaming Lips (Miley Cyrus & Her Dead Petz), poi un ritorno al country, il genere di suo padre Billy Ray (Younger Now). I risultati di ognuno di questi esperimenti sono stati molto incoraggianti, e tuttora Miley non ama le etichette e le definizioni, perciò chissà cosa ci riserverà il suo prossimo lavoro.

Diplo


Per la serie “Forse non tutti sanno che”, Diplo non ha cominciato facendo EDM. Ha iniziato a produrre nel periodo in cui era un dj nelle serate underground di Philadelphia, dopo essersi fatto una cultura su tutti i generi di derivazione elettronica, e nel 2004 ha dato alle stampe il suo album di debutto, Florida, che è a tutti gli effetti un disco trip-hop. Molto considerato e amato tra i cultori del genere, oltretutto, anche perché vanta perfino la collaborazione di Martina Topley-Bird, una delle muse dei Massive Attack. Le produzioni milionarie per i giganti del pop e la sua band, i Major Lazer, sarebbero arrivati solo qualche anno dopo, e alle sue origini malinconiche non è più tornato, ma mai dire mai. Quest’anno Diplo ha pubblicato un album country-pop con lo pseudonimo (o meglio, con il suo nome all’anagrafe) Thomas Wesley. L’operazione è riuscita peggio della precedente, però: la maggior parte delle recensioni di Diplo Presents Thomas Wesley, Chapter 1: Snake Oil erano piuttosto negative.

P!nk


Passata alla storia come una delle più note interpreti del pop-rock da classifica, in realtà P!nk (che allora si faceva chiamare semplicemente Pink) per questioni di posizionamento discografico ha cominciato con l’R&B, prima come componente di un trio, le Choice, e poi con un album solista nel 1999, Can’t Take Me Home. Nonostante il disco avesse avuto un grande successo di pubblico e l’avesse lanciata nella stratosfera come vocalist potente e versatile, tanto da essere inclusa nella super hit Lady Marmalade insieme alle allora infinitamente più famose Christina Aguilera, Mya e Lil Kim, non si sentiva rappresentata da quel sound. E infatti già nel suo secondo album, Missundaztood del 2001, si è riappropriata di chitarre e batterie grazie anche alla collaborazione con Linda Perry, leader delle 4 Non Blondes.

Lady Gaga


Nota per i suoi look haute couture ed estremi e per la sua spiccata vena pop, nel 2016 Lady Gaga ha fatto qualcosa di molto simile a Taylor Swift, abbandonando per un po’ i lustrini e le produzioni iper-costruite per lasciarsi influenzare da rock e country. Joanne nasce da un periodo di crisi ed è dedicato a una delle figure più importanti della sua storia familiare, la zia paterna, morta giovanissima per una malattia autoimmune prima ancora che Gaga nascesse. Anche le tematiche affrontate nei brani sono molto più intime e personali, e il look adottato meno artificioso: nonostante l’intera operazione potesse sembrare una forzatura, il progetto è stato accolto con grande calore della scena country. Come sappiamo, però, si è trattato solo di una divagazione artistica, perché il suo lavoro successivo, Chromatica, va da tutt’altra parte. D’altronde, non era la prima volta che Lady Gaga provava a esplorare generi diversi: nel 2014, dall’incontro con il crooner Tony Bennett, è nato Cheek to Cheek, un album di standard jazz in versione rivisitata che, pur non essendo rivoluzionario, aveva fatto molto apprezzare lo spessore vocale dell’artista.

Nelly Furtado


Se avete l’impressione di non avere sue notizie da un po’, non è perché Nelly Furtado abbia smesso di cantare. Semplicemente, ha deciso di abbandonare il pop mainstream e la musica urban per dedicarsi al genere che predilige attualmente, ovvero l’indie pop. Dopo il grande successo di massa dei primi anni ’00, infatti, si è presa una lunga pausa dall’industria discografica e ha lavorato con etichette e produttori indipendenti come l’inglese Mark Taylor. Il primo frutto di questo nuovo corso è The Ride, un album del 2017 che è un piccolo gioiellino e da cui non è stato volutamente estratto alcun singolo: «Voglio che la gente presti attenzione a tutte le mie canzoni allo stesso modo», ha dichiarato Nelly.

Kate Nash


Quella di mollare il mondo del pop per darsi a generi di nicchia è una passione tutta femminile, a quanto pare. Tra le artiste che hanno fatto questa scelta c’è l’inglese Kate Nash, che in patria e non solo era considerata uno dei nomi più promettenti, tra quelli che avrebbero avuto una chance di scalare le classifiche. Dopo due album di buon successo (Made of Bricks del 2007 la vedeva contendersi lo scettro di reginetta pop con Lily Allen, per intenderci), Kate si è lanciata nel rock indipendente, pubblicando due album e un EP finanziandosi tramite crowdfunding. Le recensioni non sono state tutte positive, a dire il vero, ma lei non molla e soprattutto non è intenzionata a smettere di sperimentare: di recente ha rivelato che il suo prossimo progetto è pesantemente influenzato dalla musica tradizionale irlandese. Nel mentre ha trovato anche il tempo di recitare nella serie Netflix Glow, nei panni di Britannica.

Darius Rucker


Il suo è un caso davvero emblematico negli Usa, anche se in Italia è quasi sconosciuto. Nei primi anni ’00, il cantante di Hootie & the Blowfish (Only Wanna Be With You) era un raffinato cantante neo soul che omaggiava le radici black e la tradizione R&B. Un bel giorno è stato folgorato dal genere musicale più bianco che c’è: il country. E ora è uno dei pochissimi cantanti country afroamericani ad avere ottenuto fama nazionale, dischi d’oro e di platino, premi e riconoscimenti. Dichiara che non tornerebbe mai indietro: «Il mio mondo è questo ora». E gli intenditori dicono che è un mondo in cui è destinato a fare ancora molta strada.

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