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Stress da pandemia? Ascoltate Esperanza Spalding

La suite ‘Triangle’ mette assieme canzone pop, jazz, musica indiana. Nasce in un laboratorio in cui collaborano musicisti e ricercatori. Scopo: usare la musica per combattere i traumi

Esperanza Spalding

Foto: Azha Ayanna Luckman/Andrea C. Nieto/Emilianna Vazquez

Poco più di un anno fa Esperanza Spalding ha creato il Songwrights Apothecary Lab, un gruppo di lavoro aperto e transdisciplinare che serve a musicisti e autori per inglobare nelle loro opere pratiche e conoscenze terapeutiche. Non poteva immaginare che la prima forma di disagio con cui si sarebbe confrontata sarebbe stato lo stress da pandemia. Il primo frutto sonoro di quel laboratorio è una suite di 17 minuti titolata Triangle. Divisa in tre parti chiamate Formwela, è pensata per aumentare il benessere psico-fisico di chi l’ascolta. Nate da un lavoro che ha coinvolto esperti di varie discipline, dalla musicoterapia alle neuroscienze, le tre composizioni mirano a «alleviare la tensione e il dolore derivanti dall’essere chiusi in casa». Sembra una cosa da scienziati pazzi o da fulminati new age e invece è un bell’esempio di sincretismo musicale dentro cui stanno la canzone pop, il jazz, la musica carnatica indiana. È evidente che Esperanza Spalding crede nelle parole di John Coltrane: «se uno dei miei amici sta male, suono un certo pezzo e lui guarisce».

Qualcuno ha detto che amiamo Promises di Floating Points e Pharoah Sanders perché è un’esperienza sonora significativa, però rassicurante, perché è un flusso musicale che può essere ascoltato in sottofondo riscoprendo il piacere della contemplazione in un periodo in cui siamo chiusi in casa, spesso di fronte a uno schermo. Al contrario, la suite di Spalding esige la massima attenzione per essere apprezzata.

Nella prima parte, Spalding canta su bordoni vocali, coppie di note di pianoforte e il suono materico di un contrabbasso le istruzioni per raggiungere una senso di calma «simile a quella di un tempio». Formwela 2, progettata per ridurre l’aggressività interpersonale, è in buona parte basata sul canto della vocalist e dottoranda a Harvard Ganavya Doraiswamy. Nella terza parte, dove appare il suono strano ed esaltante del sax di Wayne Shorter, la meditazione lascia spazio a un trasporto gioioso e all’invito al cambiamento. Triangle finisce esattamente come è iniziata: selezionando l’opzione “ripeti” del lettore, non si avrà alcuno stacco fra la fine e l’inizio della suite.

L’idea di esplorare il rapporto fra musica e benessere psico-fisico e di farlo con spirito collaborativo è nato dopo che Spalding s’è presa una pausa dall’attività di professor of practice ad Harvard per dedicarsi alla scrittura con Wayne Shorter dell’opera Iphigenia. Il jazzista era malato, ma come ha raccontato la musicista al New York Times è rifiorito durante il lavoro, «una pianta avvizzita che viene finalmente annaffiata e si trasforma sotto i nostri occhi». È con questo spirito che la musicista ha affrontato Triangle, suite nata dall’idea che nella vita di ognuno di noi e anche in quella collettiva ci sono traumi non affrontati e che la musica può aiutarci a lenire il dolore che ne deriva.

«La musica» ha detto Esperanza Spalding a Vogue «è un mezzo potente, profondo, penetra la psiche». Lo fa normalmente: in tanti possono raccontare di un qualche beneficio prodotto dall’ascolto di un disco in un periodo brutto della loro vita. Senza sconfinare nella musicoterapia, Spalding intende fare leva su questa capacità. E intende farlo per lungo tempo. In autunno, le tre Formwela saranno inserite in un album nato nel contesto del laboratorio e intitolato Available at Songwrightsapothecarylab.com (è così che lo si trova sulle piattaforme di streaming). Sul sito del S.A.L. troveranno posto anche altri frutti del lavoro che Spalding intende fare con esponenti di altre discipline. In estate, Covid permettendo, la musicista aprirà a New York un laboratorio pop-up.

In un mondo in cui il successo è direttamente proporzionale al talento, Esperanza Spalding sarebbe venerata come Taylor Swift o Beyoncé. Dieci anni fa vinse il Grammy come Best New Artist battendo Justin Bieber, Drake, Mumford & Sons, Florence and the Machine. Lì per lì quella scelta fu presa come un’espressione del conservatorismo della Recording Academy che prediligeva una jazzista in erba che faceva musica rassicurante a disruptors e superstar del pop. Col senno di poi, è stata una decisione lungimirante. È chiaro oggi che Spalding è l’erede dei grandi eclettici americani, il suo pensiero s’è fatto via via più complesso e interessante, e così la sua musica. Oggi lei insegna ad Harvard, Bieber usa Martin Luther King per cantare quanto ama la moglie e quanto si sente incompreso.

Da alcuni anni, Spalding preferisce imbarcarsi in lavori concettuali che pubblicare dischi tradizionali. In Emily’s D+Evolution ha interpretato un alter ego per inscenare un metafora di liberazione dai dogmi culturali. Ha scritto, inciso e prodotto un disco chiamato Exposure in diretta web nell’arco di appena 77 ore, per poi pubblicarlo in 7777 copie fisiche. Le canzoni del suo disco più recente 12 Little Spells sono dedicate ognuna a una parte del corpo umano. Attualmente, oltre a Iphigenia la cui scenografia sarà curata dal grande architetto Frank Gehry, sta lavorando a un mockumentary con Brontë Welez e la San Francisco Symphony. A Harvard ha fondato il Sonic Healing Lab, versione accademica del Songwrights Apothecary Lab che nella primavera del 2020 ha dato vita a un progetto presso l’ospedale Boston Hope, dove gli studenti hanno composto musica per i degenti partendo dalle loro storie.

In Triangle Esperanza Spalding evoca l’esperienza dei mistici del jazz, ma al posto di evocare una chiesa, come quella fondata per John Coltrane, si appoggia alla ricerca scientifica. E non smette di fare canzoni, che restano il suo linguaggio prediletto, nonostante il tentativo di piegarlo, smontarlo, sabotarlo, espanderlo. Per diventare grande come Joni Mitchell, da cui è stata influenzata, le manca la capacità di scrivere classici. Non ne ha mai composti e non sembra interessata a farlo. La stimolano di più l’idea di creare luoghi dove confrontarsi con altre teste pensanti e lo studio delle funzioni della musica. In un mondo in cui tutti ascoltano canzoni, ma pochi sembrano averne davvero bisogno, Esperanza Spalding si pone una domanda che nessuno fa più: a cosa serve davvero la musica?

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