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Stormzy è la testa pensante del rap inglese

È il simbolo della generazione nata nel Regno Unito, ma priva delle opportunità riservate a chi è di discendenza anglosassone. Nel nuovo album ‘Heavy Is the Head’ mischia rap e gospel. E lo fa meglio di Kanye West

Stormzy con il giubbotto anti-lama di Banksy

Foto: un particolare della copertina di 'Heavy Is the Head'

Il titolo dell’ultimo album di Stormzy, Heavy Is the Head, è tratto dal detto “heavy is the head that wears the crown”, ovvero “la testa che indossa la corona è pesante”. Storpia leggermente un verso dall’Enrico IV di Shakespeare: “Inquieto giace il capo che porta la corona”. È un’espressione talmente famosa, in Gran Bretagna, che il celeberrimo film biografico del 2006 sulla regina Elisabetta II, The Queen, si apriva proprio con questa frase. Tirare in ballo sia il Bardo che la dinastia Windsor per parlare dell’ultimo album di un rapper ventiseienne nato e cresciuto alla periferia di Londra potrebbe sembrare quantomeno eccessivo, ma non è certo questo il caso. Stormzy è davvero un re, anzi, un king nel suo campo. È la voce della gioventù nera, come dice nella canzone che riprende il titolo del disco, Crown. “Don’t comment on my culture, you ain’t qualified / Stab us in the back and then apologise / If you knew my story, you’d be horrified” (“Non commentare la mia cultura, non sei qualificato per farlo / Ci pugnalano alle spalle e poi si scusano / Se conosceste la mia storia, ne sareste inorriditi”), afferma mentre snocciola tutti i suoi traguardi. Ed è vero senz’altro.

Negli ultimi anni, Stormzy è diventato il simbolo di un’intera generazione che, pur nata nella civilissima Inghilterra, non ha mai avuto le stesse opportunità e la stessa visibilità di chi può vantare antenati anglosassoni. Cresciuto in una famiglia di origini ghanesi, prima di arrivare al successo di giorno era un operaio in una raffineria e di notte si faceva il mazzo nel circuito grime, un sottogenere del rap tipicamente inglese, conquistando un ascoltatore per volta. Un bel giorno succede una cosa bellissima; anche questa sembra uscita da un film (Love Actually, in questo caso) ma è accaduta davvero. Più o meno attorno a Natale del 2015, quando si è già fatto una certa reputazione, ma per il grande pubblico è ancora un illustre sconosciuto, lancia una sfida ai suoi fan: quella di fare arrivare Shut Up, il suo ultimo singolo appena entrato nella top 40, in testa alla classifica per la settimana di Natale. È praticamente impossibile, perché negli stessi giorni esce anche il singolo della vincitrice di X Factor che, come qui, ha una potenza di fuoco praticamente imbattibile. Ma Gesù Bambino – e non Babbo Natale, tra poco vedremo il perché – ci mette una mano, e il miracolo accade: non arriva alla n° 1, ma quantomeno batte la reginetta di X Factor, piazzandosi appena più in alto di lei nella top 10. Da allora, si può dire che la carriera di Stormzy sia stata un trionfo dietro l’altro. Vincitore tra le altre cose di due Brit Awards, sei MOBO Awards, un MTV EMA Award e un BBC Music Award, con l’album rivelazione Gang Signs & Prayer è riuscito ad arrivare praticamente ovunque, compreso al festival di Glastonbury, come headliner, indossando un giubbotto anti-lama decorato con il simbolo della bandiera inglese e creato apposta per lui da Banksy. Si tratta, spiegheranno poi, di una protesta contro l’ondata di violenza giovanile che negli ultimi anni affligge Londra, dove bande di adolescenti armati di coltelli assaltano i loro coetanei in una spirale insensata di sangue e terrore.

Nel frattempo sono successe molte altre cose belle: Stormzy ha scritto un libro, aperto un’etichetta, finanziato una borsa di studio per ragazzi indigenti, istituito un concorso letterario e molto altro ancora. Ma soprattutto, venerdì scorso ha pubblicato Heavy Is the Head, la cui foto di copertina è stata di recente esposta alla National Portrait Gallery di Londra, a ulteriore testimonianza della sua rilevanza culturale. L’album è il perfetto anello di congiunzione tra il rap e il gospel, con buona pace di Kanye West, che ha tentato di fare lo stesso ma non arriva neanche lontanamente a trasmettere la stessa devozione e lo stesso fervore. “Father God, you brought me down to build me up” (“Dio Padre, mi hai abbattuto per ricostruirmi”), dice con grande umiltà e consapevolezza in Rachel’s Little Brother. E anche a livello di sound, l’influenza della sua fede si sente: in Rainfall, ad esempio, riprende il ritornello di un classico del modern gospel anni ’90, Shackles delle Mary Mary. Non mancano brani più travolgenti, muscolari e spettacolari, come la hit Vossy Bop o il sicuro successo Own It con Ed Sheeran e Burna Boy. Sono però soprattutto le tracce più riflessive e commoventi, come Do Better o Lessons, a colpire al cuore. E in un periodo in cui i fan della musica hip hop vogliono soprattutto verità, passione e profondità – come dalle nostre parti ha dimostrato il trionfo di Persona di Marracash – sicuramente Stormzy e la sua testa pesante (e pensante) arriveranno molto lontano.

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