«Un bel po’ di gente ha un sacco di cose da dire su di me», dice Yungblud nel nuovo episodio del podcast Rolling Stone Now. «Questa cosa non mi butta giù, la trovo anzi divertente. Mi piace leggere i commenti su di me, mi danno la carica».
Yungblud è stato uno dei rocker più controversi del 2025 e potrebbe restare tale anche nel 2026. Ha attirato l’attenzione di un sacco di molto rocker della vecchia scuola grazie a Idols, l’album in stile volutamente classic rock che ha gli ha fruttato due nomination ai Grammy, lo ha portato a esibirsi al concerto finale di Ozzy Osbourne, a pubblicare un EP con gli Aerosmith, a rifare la sua Zombie con Billy Corgan e gli Smashing Pumpkins. Allo stesso tempo, è stato aspramente criticato. «È rock visto attraverso un filtro di Instagram», ha detto Justin Hawkins dei Darkness, dando voce a chi si è irrirato perché Yungblud si sarebbe «posizionato come un erede naturale di Ozzy pur non avendo nulla a che fare con le cose davvero importanti che ha fatto» e che le sue pose sono «roba da School of Rock. È l’ultimo di una lunga serie di – mi dispiace dirlo – poser».
Al concertone Back to the Beginning Yungblud ha cantato Changes di Osbourne e nel podcast racconta che «è stato come Davide contro Golia: le 20 mila e passa persone che c’erano non avevano la minima di idea di chi cazzo fossi. E direi che tra le 15 mila e le 20 mila persone mi odiavano e mi consideravano un poser. E poi c’erano circa 5000 o 10 mila persone a cui invece piacevo. Ma ero pronto, perché avevo appena fatto un disco in cui mi ero guardato dentro. Sono salito sul palco e ho scoperto come espormi, rinunciare all’ego, mettere da parte ogni insicurezza e dire semplicemente grazie al mio eroe».
I contatti con Osbourne non sono cessati col concerto di Birmingham. «È stata l’esperienza emotiva più forte della mia vita. Nelle tre settimane prima della sua morte ci siamo sentiti al telefono, ci siamo scritti, eravamo in sintonia. Cercavo di conoscere a fondo una persona che ho amato da quando avevo 2 anni. L’uomo su cui, di fatto, ho scritto un disco: su di lui, Freddie, Mick, Bowie. E subito dopo l’ho perso. È come se avessi manifestato tutta questa roba mentre scrivevo l’album. È stato un viaggio assurdo».
Yungblud sta lavorando a due nuovi dischi, ovvero un progetto nuovo con Andrew Watt e la seconda parte di Idols che promette che arriverà «a breve» e si aprirà con una canzone intitolata I Need You to Make the World Seem Fine. «La prima parte di Idols» spiega «parlava di riappropriarsi di sé e spiccare il volo. La seconda parte è più realistica: come stai nel mondo dopo avere scoperto chi sei? È un disco un po’ più cinico».
Promette che il prossimo album prodotto da Watt sarà più grezzo di Idols. «Quello era massimalista, ora vogliamo fare un disco minimalista, vogliamo davvero che suoni live, da band. Potremmo addirittura evitare di usare il click mentre registriamo. Ho ascoltato Jeff Buckley, Chris Cornell e Scott Weiland, cose tipo gli MTV Unplugged del ’93, i Nirvana, gli Stone Temple Pilots. La mia frase preferita di Bowie è: prendi l’ultimo album che hai fatto e vai nella direzione opposta». La sua formula: tre minuti di una canzone, cinque accordi e la verità.
Oggi Yungblud dice che il suo disco del 2022 «non raccontava un viaggio, non c’era un percorso, non aveva un’identità precisa. Avevo dato ascolto a troppa gente, ho fatto quel che gli altri volevano che facessi invece di pubblicare quello che volevo io. Col senno di poi, posso dire che mi ero perso, ma mi ha portato fino a Idols. Ha rappresentato un campanello d’allarme». Non ha mai desiderato di essere in una band proprio perché da solo può prendere tutte le decisioni in autonomia visto che «con l’arte non si deve scendere a compromessi. Quando ho ascoltato le opinioni altrui, la mia arte è diventata una merda».
È stato dopo l’uscita di Hello Heaven, Hello che molti rocker della vecchia scuola lo hanno chiamato, da Brian May dei Queen a Joe Perry degli Aerosmith. Quando è andato in Florida per incontrare quest’ultimo, il chitarrista gli ha detto che lui e Steven Tyler stavano meditando di tornare in studio dopo il problema alle corde vocali del cantante. Li ha pregati di coinvolgerlo in qualunque modo, loro gli hanno chiesto se poteva fare una cosa simile al suo album, che «richiama il passato, ma è anche completamente nuovo». Al primo appuntamento, dice Yungblud, «si scopa o ci si detesta. Nel nostro caso, tempo due ore ed è saltata fuori My Only Angel».
Il futuro? A dicembre ha partecipato a un grande evento aziendale della holding Eldridge Industries pieno di star, da Anthony Kiedis e Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers a Slash e Duff McKagan dei Guns N’ Roses. C’era anche Eddie Vedder dei Pearl Jam, col quale Yungblud ha legato. «È una fonte di ispirazione enorme, soprattutto a livello vocale. Potremmo scrivere qualcosa insieme in futuro».












