Una volta era la città: Detroit, Londra, Bristol, Berlino. Il club giusto, il negozio di dischi, la radio pirata, un gruppo di persone dello stesso quartiere. Poi nasceva una storia da raccontare. Oggi siamo iperconnessi, ma non per forza più vicini. Una scena può nascere anche senza che ci si incontri mai davvero: può stare su SoundCloud, partire da un radio show, un canale Telegram, da un sample mandato via DM su Instagram alle 4 di mattina.
Gli Yawning Portal, duo londinese formato da Jess Mai Walker e Joseph Ware, sono un buon punto di partenza per capire questo tipo di scenario post-reale. Fanno un pop che non vuole essere davvero pop, ambient che sembra ricordarsi avere un corpo, club music che non per forza deve finire in un drop, voci che entrano ed escono come apparizioni fantasmatiche. Insomma, quella zona lì. Chiamarla elettronica sperimentale farebbe comodo, ma la verità è che la musica del duo cerca di fuggire volontariamente da una definizione rigida o bacchettona.
Il 3 luglio porteranno Anywhere – Extended, la dimensione live del loro album di debutto, al LOST Music Festival, che torna dal 3 al 5 luglio e come di consueto al Labirinto della Masone, poco fuori Parma (in line-up anche Debit, KeiyaA, Ulla, Saint Abdullah & Eomac, Jabu, Foodman). Il labirinto, va detto, sembra il contesto metaforico perfetto per loro: un live fatto di deviazioni, versioni aperte e pezzi che cambiano forma in un posto costruito apposta per perdersi.
Li abbiamo intervistati prima del loro arrivo in Italia, partendo proprio dall’immagine iniziale: cosa resta di una scena musicale quando non ha più un indirizzo preciso? «Penso che la nostra musica non esista fisicamente in un posto», dice Ware. «È più qualcosa che nasce ed esiste su Internet». La scena in senso classico però non è sparita: ha solo smesso di abitare un vero luogo. Come aggiunge Ware: «A livello fisico può sembrare tutto molto isolato. Poi vai in tour, suoni con qualcuno che fa qualcosa di simile, all’improvviso capisci che quella cosa da qualche parte c’era già. Solo che non abitava ancora una stanza concreta».
Walker parla di «inter-referencing continuo: artisti che condividono riferimenti, si citano, si campionano, si passano materiali senza bisogno di scrivere un manifesto». E la chiama «unintentional world building», una costruzione involontaria di mondi. A un certo punto il paragone che fanno è con J Dilla: non tanto, ovvio, per una somiglianza sonora diretta, ma per quel modo di citare collaboratori, amici, riferimenti vicini, fino a trasformare una rete di scambi in un suono riconoscibile.
Da lì nasce Anywhere, loro debutto per YEAR0001, label e creative studio svedese più vicina a un incubatore di progetti indipendenti che a una casa discografica vecchia maniera. Non è un album arrivato per mettere ordine all’improvviso in una serie di uscite sparse: ci lavoravano da circa tre anni, dopo un primo EP uscito ormai cinque anni fa. Un disco lungo, fluido, pensato più come un mix continuo che come una raccolta di canzoni (il loro programma su NTS Radio, Under Sleepy Moon, funziona del resto con lo stesso approccio creativo).
«Abbiamo sempre lavorato con questa idea di long continuous mix. Aveva perfettamente senso pensare il nostro primo album allo stesso modo». Il risultato è un disco poco amico della forma singolo, e ancora meno della spotifizzazione dell’ascolto: ogni brano dovrebbe reggersi da solo, funzionare subito e possibilmente non chiedere troppa attenzione. Walker non ci gira troppo intorno: «Sì, la maggior parte del disco è decisamente e volutamente anti-single come formato, ma è la natura del progetto». Poi i singoli sono usciti comunque, perché anche la musica che prova a deviare deve sedersi, sorridere e fare la foto di rito. Ma poi va certamente altrove.
E al contrario dello scroll compulsivo cui siamo abituati anche durante la fruizione musicale, Anywhere funziona davvero quando lo si ascolta intero. I brani non stanno fermi al loro posto: una voce ricompare, una texture sopravvive quanto decide lei, un impulso trance si scioglie in ambient e poi torna più avanti, cambiato. Il punto non sono solo i picchi, ma le transizioni. Cioè quella parte della musica che l’ascolto algoritmico tende a trattare come il corridoio tra due stanze più importanti. Qui, invece, spesso il corridoio è la stanza. Torna allora il paragone con l’IDM anni ’90 o la braindance: materiali riconoscibili, spesso da pista, spostati in una zona più obliqua, da ascolto attento più che da uso immediato. Non nostalgia Warp, ma continuità di metodo: prendere un linguaggio comune e sabotarlo. Finché diventa personale.
Una parte del disco nasce anche da una distanza reale: Walker ha vissuto per un periodo nel Midwest degli Stati Uniti, mentre Ware era rimasto a Londra. Durante la Covid-era, si spostava spesso in macchina per ascoltare musica, immaginava un lungo viaggio e la sua soundtrack ad accompagnare quei momenti paranormali. Anywhere non è però il loro “disco dell’isolamento” ma più il racconto di quanto succede quando sei tra posti diversi e nessuno sembra davvero definitivo (anywhere, appunto). Una volta In Iowa, una volta In Orion, all’interno si muovono coordinate vere, inventate, terrestri o no, poco importa, incursioni a sorpresa di altri attori (Oli XL e Innerinnerlife, in Silver Plated ed Eternity Sunrise). Il suono sembra ragionare per spostamenti più che per destinazioni, in quella zona cerebrale in cui il viaggio conta più dell’arrivo.
I riferimenti ci sono e non vengono nascosti: PC Music, Sophie, A.G. Cook, Elysia Crampton, persino Massive Attack. Ware lo dice apertamente: «Penso che l’album abbia molti riferimenti, tutti molto ovvi. E no, non proviamo a nasconderli». Il punto, però, non è fare name dropping fine a sé stesso. È capire cosa succede quando, come accade qui, quei riferimenti non sono una moodboard ma diventano nuovo linguaggio.
Walker a un certo punto tira fuori una definizione, poi prova quasi a rimangiarsela: post-pop. «Forse non metterla nel titolo», dice scherzando. In realtà però diventa un indizio. Non è hyperpop, non è PC Music dieci anni dopo, non è la solita roba “decostruita” perché chiamarla così sembrerebbe più intelligente. In una lettura piuttosto condivisibile, Walker dice che secondo loro «PC Music prendeva il pop e lo lucidava fino alla sua versione più brillante, artificiale, quasi abbagliante. Nel nostro lavoro succede il contrario: le strutture pop vengono rese instabili, più intime, meno riconoscibili. Però restano emotive: è elettronica, ma non c’è paura della melodia».
E poi, tiene a precisare, il flirt sonoro con il pop non è qualcosa di ironico: «Può diventare un gesto totalmente sincero, dipende da che strada prendi a livello sonoro», dice. Gli Yawning Portal difatti non lo trattano come una rovina da guardare dall’alto di una ricerca più digitale, né come un oggetto kitsch da maneggiare con le pinze: lo prendono sul serio (ma poi, certo, lo deformano a loro piacimento). Il punto è che oggi anche dire pop significa indicare una cosa sempre meno stabile: «Internet lo ha reso quasi impossibile da definire. Non esiste più un centro condiviso alla Michael Jackson, semmai una costellazione di nicchie, micro-linguaggi».
Lo stesso vale per la voce. Nei primi lavori, tra EP ed esperimenti per il radioshow, il sampling era più evidente: frammenti vocali presi da altrove, spostati, trasformati. In Anywhere la presenza umana è più vicina, meno fantasma. È un passaggio naturale per un progetto cresciuto dentro una cultura in cui campionare, editare e condividere era la grammatica base. A un certo punto, però, parlare attraverso le voci degli altri non basta più.
E quindi il live: Anywhere – Extended non è una versione allungata dell’album, né la classica esecuzione “fedele”: «Stiamo usando l’intero album come una sample library di noi stessi. Dal vivo lavoriamo sugli stem, li spostiamo, li riassembliamo. Un elemento del secondo brano può finire nell’undicesimo, una parte può cambiare funzione, un passaggio può aprirsi all’improvvisazione. Per noi è più divertente se è un po’ più free form». Il cortocircuito è proprio lì: se prima il sample era il mondo attorno, adesso lo sono loro stessi.
Il futuro, dicono, potrebbe essere più collaborativo. Finora Yawning Portal è stato un mondo a due, intimo e quasi autosufficiente. Ora c’è voglia di aprire la stanza, far entrare altre persone, vedere cosa succede quando quel linguaggio incontra sensibilità diverse: «Chissà, magari mandiamo qualcosa a Madonna», scherzano. È una battuta, ma spiega bene le cose: Anywhere parla di una generazione cresciuta senza una coordinata stabile, eppure ancora affamata di contatto, scambi laterali, mp3 mandati a orari improbabili per confrontarsi su idee, dall’altra parte del mondo. Non serve più un punto reale sulla cartina.
Gli Yawning Portal hanno fatto un album che non vuole funzionare subito, non vuole diventare mood e non sembra interessato a stare comodo. In un momento in cui tutto deve essere tagliabile, nominabile e playlistabile, fa una cosa semplice: se ne frega di durare, cambia forma, non arriva mai del tutto. Può essere Anywhere.










