Paul McCartney & Wings, non erano solo stupide canzoni d’amore | Rolling Stone Italia
Ricominciare da zero

Wings, non erano solo stupide canzoni d’amore

Da domani in streaming su Prime, il documentario ‘Man on the Run’ racconta l’avventura dell’altra band di Paul McCartney, ma anche la storia con Linda. Quando la gente scuoteva la testa: ma davvero Macca è diventato così?

Wings, non erano solo stupide canzoni d’amore

Paul McaCartney

Foto: Linda McCartney/MPL Archive LLP

«Ogni volta che qualcuno parla male di Paul McCartney mi viene da dargli ragione», dice una voce fuori campo all’inizio di Man on the Run. La voce è quella di Paul McCartney ed è un bel modo per dare il via a un’immersione nella storia dei Wings. Man on the Run è il documentario di Morgan Neville dedicato a uno dei capitoli più singolari della storia di Macca, ovvero i Wings, la band anni ’70 fondata dopo lo scioglimento dei Beatles. Per molto tempo è sembrato un argomento tabù che lui stesso ha sostanzialmente cercato di cancellare, il momento più deriso e meno rispettato della sua carriera, quando è diventato il Beatle che ha sbagliato.

Ora McCartney è finalmente pronto per riappropriarsi dei Wings e della loro storia. Man on the Run, che uscirà domani su Prime contemporaneamente alla colonna sonora, è il ritratto intimo di una superstar del rock che pur sapendo quali sono le aspettative della gente, ha deciso di ricominciare da zero, solo per il gusto di farlo. «Noi non lavoriamo la musica», spiega nel documentario, «noi la suoniamo. Sono un playaholic!».

In tutto Man on the Run ricorre una domanda: perché mai Paul si è messo in testa di fare le cose nel modo più difficile? Perché ha messo in piedi una nuova band con degli hippie scontenti che continuano a lamentarsi dei suoi modi da maniaco del controllo? (Non potevano informarsi prima?). Perché non si limita a fare i pezzi dei Beatles? C’è un aneddoto fantastico: nell’estate del 1974 Paul va a Nashville e dice al chitarrista Jerry Reed che i Wings torneranno sulla strada e quello risponde che «se fossi Paul McCartney, me la comprerei quella strada».

Quando i Fab Four si sono sciolti, il mondo voleva che Paul continuasse a fare il Beatle. E lui era l’unico uomo sulla Terra a non volerlo. Doveva trovare la sua voce, da solo. Così è andato nella sua fattoria in Scozia con la nuova moglie Linda McCartney. Con lei e con alcuni perfetti sconosciuti ha formato i Wings e fatto concerti improvvisati e senza pretese. Caricava la band sul furgone, si presentava in una università a caso e chiedeva agli studenti, sbalorditi, se quella sera poteva esibirsi. Per anni si è rifiutato di cantare i classici dei Beatles. Quello che faceva sembrava senza senso.

In realtà aveva seguito un saggio consiglio di Linda: «Perdiamoci». È precisamente quello che han fatto loro due più i loro musicisti, confusi quanto chiunque altro su perché stavano facendo quello che stavano facendo. Sembrava che McCartney facesse apposta a fare incazzare la gente come è successo col singolo del 1972 in cui canticchiava la filastrocca Mary Had a Little Lamb. Non è piaciuto a nessuno, men che meno agli altri Wings. «Mary aveva un agnellino del cazzo?», sbotta uno dei membri nel documentario. «Ma sei impazzito?».

Denny Laine, Linda e Paul McCartney. Foto: Clive Arrowsmith/MPL Communications Ltd

La controversia maggiore era però relativa alla scelta di Paul di coinvolgere la moglie nella band. «Non sono qui perché sono una grande tastierista», ammette Linda in una scena, «sono qui perché ci amiamo». Che John e Paul sciogliessero i Beatles per formare nuove band con le loro mogli, le cui competenze musicali andavano da “la apprezzeremo col tempo” a “ma stiamo scherzando?”, è stata una delle loro mosse rivoluzionarie, anche se nessuno all’epoca la pensava così. I fan hanno deriso Linda e Yoko per tutti gli anni ’70 sfiorando e spesso oltrepassando la misoginia. Entrambe erano avanti anni luce rispetto ai loro tempi, “Mother Superiors who jumped the gun”.

All’epoca John Lennon ha preso in giro Paul nell’attacco How Do You Sleep? (“Salti su quando mamma ti dice qualcosa”, da che pulpito…). Mick Jagger ha detto con aria sprezzante che non avrebbe mai messo la sua donna nella band, una frase che ha colpito McCartney nel vivo. Lui però vedeva Linda come un’artista, una delle fotografe più rispettate e di maggior successo nel mondo della musica, ed era orgoglioso di aver conquistato una partner realizzata. Si pensi al momento di Get Back in cui la presenta a un cameraman vantandosi che anche Linda è una cameraman. John e Paul erano orogliosi delle carriere artistiche autonome già avviate da parte delle moglir, cosa che, diciamolo, nessun altro rockettaro maschio della loro generazione poteva dire.

È esilarante vedere nel documentario i musicisti dei Wings lamentarsi di non aver avuto abbastanza spazio creativo. Ma erano gli anni ’70 e loro, mestieranti assunti per fare da spalla a un certo Paul McCartney, potevano dirsi scioccati di non avere lo stesso trattamento riservato all’uomo che aveva scritto Hey Jude, per non parlare del Beatle che spiegava a George Harrison come suonare la chitarra.

«Vuole che siamo tutti normali, tutti uguali», brontola uno dei batteristi della band. «Ma non siete normali e uguali, perché lui è la superstar mondiale e tu sei un nessuno e pure brutto». A dirla tutta, è una lamentela che si presta a un «e allora?» più fragoroso dell’accordo finale di A Day in the Life.

Eppure Paul credeva davvero nella democrazia interna alla band, anche quando significava lasciare agli altri spazio per cantare e scrivere canzoni mediocri come Medicine Jar. Immaginate di andare a vedere il tour di Wings Over America nel 1976 e ritrovarvi Denny Laine che canta una cover di Simon & Garfunkel (nel disco dal vivo sembra quasi di sentire la gente che va al bar). C’è una bellissima foto dei Wings che i fan adorano e che è stata scattata nelle Highlands scozzesi, presso la fattoria di famiglia. Ci sono Paul e la band che giocano a pallone mentre la musa canina Martha insegue la palla. L’espressione di un compagno di band dice tutto: pensavo di suonare con un Beatle, fare il giro del mondo, divertirmi con le ragazze, perché mai sono qui a giocare col cane del capo?

Paul McCartney: Man on the Run - Official Trailer | Prime Video

Ram nel 1971 è stato accolto quasi universalmente come uno dei peggiori album mai realizzati. Perfino Ringo Starr ha detto che «non credo che ci sia una sola bella canzone, ho l’impressione che Paul abbia buttato via il suo tempo, fa cose sempre più strambe». Persino Mr. Octopus’ Garden ha detto basta quando è arrivata Uncle Albert/Admiral Halsey.

Per tutti il capolavoro dei Wings è Band on the Run, mentre Ram è stato considerato allo stesso livello artistico di Martha che tossisce una palla di pelo. Ci sono voluti quarant’anni prima che il mondo della musica decidesse che Ram invece era un discone art rock, al punto che oggi è quasi più celebre di Band on the Run (in quanto a me, sono uno da Venus and Mars: Love in Song, baby).

Qualche anno fa sono andato a un concerto di McCartney a Brooklyn, dove ha presentato la gemma anni ’70 Letting Go chiedendo se c’erano fan dei Wings in sala. La coppia di ventenni accanto a me ha cacciato un urlo. Mi hanno spiegato che la prima band di Macca era forte, sì, ma erano i Wings il loro vero amore (gliel’ho raccontato in un’intervista, è una storia che ha ripreso nel suo libro dell’anno scorso). Come ogni storia dei Beatles, anche questa cambia sempre, prende sempre nuove direzioni.

Paul ha preso decisioni sorprendenti prima dei 30 anni, una cosa che nessun altro nei suoi panni avrebbe fatto. La più grande è ovviamente Linda. Aveva solo 26 anni, era una star ricca e affascinante. Con groupie a volontà e tutta una vita davanti, McCartney si è innamorato follemente di lei e ha deciso che era quella giusta. Si è convertito alla monogamia da un giorno all’altro, senza ripensamenti, anche se non era mai stato fedele a nessuno in vita sua tranne che a John. Gli anni ’70 sono stati l’apogeo degli eccessi da rockstar – un’epoca che Paul ha contribuito a creare – eppure ha passato il decennio in una fattoria a crescere i figli. Sono rimasti inseparabili fino alla morte di lei per cancro nel 1998. La prima notte che hanno passato lontani è stato quando lui è finito in prigione in Giappone, arrestato all’aeroporto di Tokyo per possesso di cannabis. Era il 1980.

Le scelte di Paul negli anni ’70 – la nuova band, la moglie, Mary Had a Little Lamb – erano una specie di barzelletta e lui sapeva che la gente rideva. John lo prendeva in giro. Mick lo prendeva in giro. George… be’, potete immaginarlo. Ma a lui non importava. Paul e Linda sono le uniche rockstar anni ’70 le cui foto in tour li ritraggono mentre spingono passeggini in aeroporto invece di stringere bottiglie di Jack Daniel’s, genitori con bambini piccoli al seguito ed enormi sorrisi stampati in faccia che nemmeno il consumo sovrumano di erba può spiegare.

È questo il bello di Man on the Run: per molti versi è una storia d’amore, eppure è profondamente misteriosa. Alla fine si rivela una di quelle silly love songs, quelle stupide canzoni d’amore che vanno avanti finché non sembrano più stupide, perché l’amore non lo è.

Da Rolling Stone US.