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‘Waterworld Music Festival’ racconta il concerto più difficile di Salmo

Il documentario disponibile da oggi su Prime Video mostra le sfide, i trionfi, il lavoro per organizzare il live sull’acqua della scorsa estate. È un racconto epico

Salmo. Foto: Gabriele Micalizzi

Quello che noi spettatori vediamo di un concerto è solo una parte. È il risultato finale, l’insieme di un’infinità di variabili che vanno a creare lo spettacolo che è stato pensato per il pubblico. Ma dietro le quinte, e prima dell’evento, c’è tutto un lavoro che non vediamo. Un lavoro enorme, fatto di insicurezze, di indecisioni, paure, entusiasmi, rischi, scelte difficili…

Tutto questo è tanto più vero quanto più il concerto è grande, quanto più il progetto è difficile: sono tutto sommato poche le cose che possono andare storte, a livello organizzativo, in un concerto chitarra e voce in un piccolo club; altra cosa è quel che riguarda le produzioni gigantesche nei grandi spazi, con un vero e proprio cast, luci, scenografie, centinaia di persone dietro le quinte.

Un esperimento ancora più difficile è stato quello realizzato quest’estate da Salmo, a Cala dei Sardi, per il festival MINI Presents Waterworld. Sì: il concerto con il gigantesco palco montato in mezzo al mare e le barche intorno da cui guardare lo spettacolo – sicuramente lo avrete visto in giro. Noi ci siamo stati e ve lo abbiamo raccontato qui.

Ma c’è tutta una parte che non abbiamo potuto raccontarvi, per ovvi motivi, che è quella del dietro le quinte. Un dietro le quinte che per forza di cose comincia molto tempo prima del giorno fatidico. A farlo per noi ci ha pensato un documentario che si può vedere da oggi su Prime Video, prodotto dalla Red Carpet (Gruppo ILBE, Iervolino and Lady Bacardi Entertainment) in collaborazione con Lebonski 360, per la regia di Giorgio Testi.

Nella sua ora e mezza di durata c’è spazio per tutto: i dubbi, le incertezze, il trionfo, la soddisfazione, la famiglia, gli amici. Le telecamere seguono il rapper di Olbia, che a Cala dei Sardi è proprio nato e cresciuto, e il suo staff (che nella maggior parte dei casi corrisponde alle persone a lui più care) sin dai primissimi momenti di questa pazza idea che è stato “il concerto sull’acqua”.

Waterworld è anche il titolo di un noto film, non passato alla storia per il suo grande successo ma per essere stato un flop clamoroso, e ci è voluta una certa assenza di scaramanzia per decidere di battezzare proprio in questo modo un progetto così complesso e ambizioso (ma del resto Salmo è lo stesso che la parola Flop l’ha direttamente utilizzata per intitolare il suo ultimo album). E anche in questo festival le cose che potevano non funzionare erano davvero tante, visto che si trattava di un esperimento pressoché mai tentato prima.

Nel film vediamo tutte queste preoccupazioni (come quella per il meteo, una variabile decisamente non controllabile in alcun modo), le infinite prove, le discussioni, le cene, i lavori, e infine la riuscita di un progetto a dir poco ambizioso. Ma non è tutto, ad emergere è anche l’aspetto umano: il documentario non presenta una voce fuori campo, ma le parole che si sentono sono quelle di chi è stato direttamente coinvolto nei lavori. In primis la formidabile squadra di portuali addetti all’allestimento della piattaforma.

Altri veri e propri coprotagonisti, insieme al rapper-mattatore, sono sicuramente suo fratello Sebastiano (vera mente organizzativa del progetto) e lo stage manager Alessio Martino. Il fratello di Salmo, a lui legato da un rapporto strettissimo, è la sua vera controparte. È il rapper stesso a dichiararlo esplicitamente: «io mi occupo dell’arte, e lui di tutto il resto». Sebastiano in compenso ci racconta che la star di casa è sempre con la testa al progetto successivo, e quindi che lui e il suo staff devono sempre rincorrerlo per stare al passo con le sue nuove idee.

Questo è testimoniato anche dal fatto che nel documentario, in alcuni momenti non preponderanti ma decisamente interessanti, si vede anche una sorta di backstage del recente Flop, che all’epoca dei fatti non solo non era ancora uscito ma non era nemmeno stato annunciato. Eppure Salmo, che pure stava lavorando anima e corpo a questo concerto mastodontico, nel frattempo era con la testa anche su quello.

Foto: Gabriele Micalizzi

La visione del film è piacevole, strutturato com’è tra momenti di intervista e il vero e proprio dietro le quinte, fatto anche di momenti leggeri: vediamo Salmo girare per la sua Olbia a bordo di un fantastico Cub, o festeggiare la vittoria agli Europei facendo i caroselli in macchina come ogni tifoso che si rispetti, ma ci viene mostrata anche l’importanza della vera e propria famiglia che è Machete, da sempre il gruppo di lavoro più stretto, al quale Salmo riconosce tutta l’importanza del mondo.

Va citata poi anche la realizzazione dal punto di vista tecnico del documentario. Non è una novità che il rapper sardo sia un appassionato di cinema, che ha diretto molti dei suoi videoclip, che sta lavorando come produttore e attore a una serie tv di prossima uscita (Blocco 181 il titolo), e che tutta la sua comunicazione sia sempre stata molto attenta all’elemento visivo.

Poteva quindi questo documentario non essere di alto livello dal punto di vista estetico e formale? No che non poteva, e infatti è inutile dire come la regia e tutto il lavoro di montaggio, fotografia e quant’altro siano all’altezza delle migliori produzioni che siamo abituati a vedere relative ai musicisti stranieri – come sottolinea anche il produttore Andrea Iervolino, forte di una grande esperienza internazionale.

Infine, un film dedicato a un progetto tanto ambizioso e che si è rivelato un grande successo, ha inevitabilmente anche un afflato un po’ epico. È questo l’aggettivo che viene in mente osservando in HD e su grande schermo le immagini riprese dai droni di una baia piena di barche. Barche ricolme di gente che in un momento difficile per il mondo dello spettacolo si godono un maxi concerto, su una incredibile piattaforma montata in mezzo al mare. Ed è sempre “epico” l’aggettivo che viene in mente anche guardando Salmo tuffarsi nel suo mare alla fine dell’impresa, sulle note già cult de La canzone nostra.

Foto: Gabriele Micalizzi

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