Vedremo sempre più festival in streaming? Due giorni fa Disney+ ha annunciato che a seguito di un accordo con Live Nation quest’anno trasmetterà in tutto il mondo le dirette di tre festival americani, il Lollapalooza, il Bonnaroo e Austin City Limits, cosa che la piattaforma “sorella” Hulu fa da sei anni. I festival sono diventati un prodotto non solo da YouTube e visibili quindi gratuitamente, ma anche da piattaforma streaming in abbonamento. Per Kevin Chernett, Executive Vice President e Head of Global Media Partnerships di Live Nation, i festival musicali un tempo riservati a chi poteva essere fisicamente presente «stanno diventando momenti live globali che i fan vogliono vivere assieme e in tempo reale, ovunque si trovino nel mondo». L’offerta del livestream delle performance sarà arricchita da contenuti dietro le quinte e interviste agli artisti in uno studio realizzato appositamente. Il confine tra festival, tv e intrattenimento via streaming sta diventano più sfumato.
Un tempo c’eri o non c’eri, nessuna via di mezzo. Se ti eri perso il festival dovevi accontentarti qualche volta di bootleg mal registrati, di filmati sgranati fatto di straforo, di resoconti più o meno (spesso più) sovreccitati. Da qualche tempo non è più così. Non solo perché da anni ormai tutti filmano tutto e nel giro di poche ore YouTube e i social si riempiono di video che raccontano che cosa è successo sul palco, ma per via del livestreaming che sta diventando sempre di più una sorta di festival digitale all’interno del festival reale, un sistema con un suo linguaggio, brand che lo sponsorizzano, un pubblico specifico, una sua economia. Non è più solo lo stream di un concerto: è un evento nell’evento. Poco reale, decisamente globale e diffuso in tempo reale.
Ad aprile il Coachella ha espanso ancora di più la sua offerta su YouTube (e non solo) offrendo la possibilità di vedere in diretta che cosa accadeva su sette diversi palchi. Uno dei momenti chiave della partnership del festival con la piattaforma è rappresentata dall’edizione del 2018, quella del concerto di Beyoncé. Nel corso del primo weekend, la diretta del festival ha totalizzato 41 milioni di contatti da 232 Paesi diversi, un record storico fino a quel momento. Da allora il Coachella su YouTube (e sulle altre piattaforme) è diventato un festival nel festival che genera (si stima) centina di milioni di visualizzazioni tra livestream, video di singole canzoni spillolate e clip condivise nei giorni successivi. L’evento digitale deborda negli altri social, con centinaia di milioni di visualizzazioni dei momenti chiave e una diffusione capillare. Le dirette su Twitch di altri festival – come il Lost Lands, qui rinominato Couch Lands proprio a sottolineare la fruizione da divano – contano centinaia di migliaia di utenti. Amazon Music ha trasmesso con successo il Primavera, lo Stagecoach, il Fuji Rock Festival. Nel 2025 una parte del Montreux è finito su YouTube. I livestream del Tomorrowland dell’anno scorso su TikTok hanno totalizzato 74 milioni di visitatori unici e i contenuti contrassegnati dall’hashtag #Tomorrowland hanno avuto quasi due miliardi e mezzo di visualizzazioni. Per non palare delle dirette delle tv tradizionali, come fa la BBC con Glastonbury.
Durante il periodo delle restrizioni per il Covid, quando i concerti in presenza sono stati sostituiti da concertini in diretta mal arrangiati e saltuariamente da produzioni notevoli come il Where Do We Go? di Billie Eilish o Studio 2054 di Dua Lipa, c’è stata un’ondata di ottimismo circa la diffusione del livestreaming come strumento del futuro e addirittura come possibile alternativa ai concerti “veri”. La gente, in realtà, non vedeva l’ora di staccarsi dagli schermi e mischiarsi ad altre migliaia di persone. Il risultato è stato l’accantonamento dell’idea del livestreaming come alternativa ai concerti e un’impennata epocale in mezzo mondo, Italia compresa, del mercato live e della fame di eventi, con richieste mai iste prima di biglietti e prezzi sempre più alti per gli show più ambiti.
Il modello che si sta rivelando vincente non è la produzione di eventi ad hoc, ma la fruizione dei grandi festival in streaming attorno a cui c’è l’attenzione di fan da tutto il mondo. E l’attenzione, come si sa, è monetizzabile. Non sono disponibili dati sugli accordi economici tra organizzatori dei festival e piattaforme, ma un festival è un contenuto che attrae visualizzazioni già sostanzialmente prodotto e pronto a essere venduto e magari incuriosire nuovi potenziali utenti a pagamento. Le piattaforme hanno un altro contenuto e un mercato da sfruttare, oltre ai tradizionali film-concerto presenti in catalogo (Disney+ ha ad esempio i contenuti dell’Eras Tour di Taylor Swift, oltre a concerti e documentari sui tour di ogni tipo e artista, da Elton John a Olivia Rodrigo). In quanto a festival e organizzatori, hanno un’altra fonte di guadagno. Grazie alle dirette e ai contenuti social che generano, gli artisti possono contare su un’attenzione globale che forse non avrebbero, basti pensare al chiacchiericcio che c’è stato attorno allo show da headliner di Justin Bieber all’ultimo Coachella. I grandi nomi pop pensano gli spettacoli sapendo che saranno diffusi, commentati, trasformati in clip (e nel frattempo, l’integrazione tra le industrie dello streaming musicale e del ticketing assume varie forme, dalle ipotesi di vendere biglietti ed esperienze sulle piattaforme agli esperimenti nella produzione di concerti online della multinazionale cinese Tencent).
La massa di persone che nel deserto californiano ha assistito al duetto di Sabrina Carpenter e Madonna era impressionante. Lo è ancora di più il numero di persone che lo ha visto su YouTube live e in differita, nei video tratti dalla diretta, nei commenti sui social. È un approccio che, parlando del Tomorrowland, Michael Kümmerle, Global Head of Music Partnership Development at TikTok, ha chiamato «olistico» sottolineando «l’impatto, il coinvolgimento e il valore incredibili per gli artisti, sia all’interno che al di fuori della piattaforma». In un mondo in cui i numeri contano sempre di più, il successo di una performance non si misura più solo col numero di biglietti staccati, ma anche col numero di visualizzazioni su telefoni, tablet, computer, tv.















