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Un PC, un calzino sul microfono, tanta voglia di farcela: gli inizi di Takeoff coi Migos

Il ricordo di Takeoff nelle parole del giornalista autore nel 2015 del primo ritratto dei Migos per Rolling Stone. «È solo l'inizio», diceva il rapper ucciso ieri a soli 28 anni d'età

Takeoff nel 2017

Foto: Taylor Hill/Getty Images

Nessuno era più figo dei Migos nell’estate del 2015. Accolti come innovatori, erano famosi per il loro flow terzinato che li aveva portati ad affiancare in classifica i soliti nomi. E questo mentre Offset era disgraziatamente dietro le sbarre. Quindi solo due componenti dei Migos potevano rappresentare il gruppo in pubblico nel momento in cui stavano esplodendo: il leader carismatico Quavo e suo nipote più giovane di tre anni, Takeoff.

La volta che sono andato ad Atlanta, quell’anno, per scrivere il primo ritratto dei Migos per Rolling Stone ha parlato quasi solo Quavo. Takeoff era più taciturno, riservato e contento di stare in disparte mentre lo zio m’intratteneva. E però la sua importanza all’interno del gruppo era fuori discussione. I Migos erano una band di famiglia e il loro successo era costruito su un legame che era nato nella vita reale molti anni prima che il trio entrasse in sala di registrazione. Anche se uno di loro non c’era a quell’intervista, il legame che univa quei tre era palese. Oggi, mentre piangiamo Takeoff, ucciso in modo insensato da un colpo d’arma da fuoco a 28 anni, è evidente che per i Migos questa perdita va molto oltre la faccenda del rap.

La musica era la vita di Takeoff. Mi diceva di non essere interessato granché agli sport, al contrario di molti suoi coetanei (compreso Quavo, che alle superiori era una star del football). «Giocavo piuttosto bene, ma non era quello che volevo fare», mi diceva all’epoca, quando aveva finito le superiori da pochi anni. «Volevo fare rap. E sapevo che ci sarei riuscito Sapevo che sarei arrivato qui».

Voleva dare il giusto credito ai rapper sudisti che l’avevano ispirato (Gucci Mane, Outkast, la crew dell’etichetta Cash Money) ed era molto serio quando spiegava cos’era per lui la musica. Era intervenuto quando Quavo aveva ricordato gli inizi dei Migos parlandone come di tre teenager che si divertivano cazzeggiando. Takeoff non era d’accordo: «Cazzeggiavi, ma davi l’impressione d’essere serissimo. E fai così solo per le cose a cui tieni sul serio».

Le prime session dei Migos avevano avuto luogo alla fine degli anni 2000 a casa della madre di Quavo, nella contea di Gwinnett, con i tre componenti davanti a un PC su cui girava Windows MovieMaker. Solo un normalissimo computer con un calzino sul microfono.

Si facevano chiamare Polo Club, la prima canzone è stata Boost It Up. Ora del 2015 ne avevano fatta di strada. Takeoff era orgoglioso dei gioielli personalizzati che portava addosso, fra cui un pendente a forma di emoji del razzo tempestato di diamanti e una moneta rara attaccata a un’altra catena preziosa. «È canadese», diceva della moneta. «Ci sono collezionisti che la cercano e non riescono a trovarla. E sono incazzati perché ce l’ho io al collo».

I Migos erano reduci da alcuni concerti in Europa che avevano colpito molto Takeoff. «La gente oltreoceano ti tratta in modo diverso. Non parlano inglese, eppure conoscono tutti i versi, tutte le parole. Cantano testo dopo testo, barra dopo barra. Una volta facendo Versace ho sventolato la bandiera di Parigi e la gente è impazzita, come se qualcuno avesse fatto gol a una partita di calcio. Bellissimo».

Ripensando a quei giorni, ora che la vita di Takeoff è stata stroncata in modo tragico e crudele, c’era la sensaione che qualcosa di grande stesse per cominciare. «È una benedizione», diceva pensando al futuro coi Migos. «Ed è solo l’inizio. Non avete ancora visto nulla».

Tradotto da Rolling Stone US.

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