In Station to Station c’è qualcosa in grado di mandare in pappa il cervello. Di scuotere in un modo insieme spirituale e terreno. I rumori tipici del treno non sono evocati all’inizio del disco a caso: stazione dopo stazione ci si ritrova a fare i conti con le proprie pulsioni più recondite, con sentimenti eterei e impulsi animaleschi, con i misteri del vivere. David Bowie non è il dittatore che in questo periodo ama far credere di essere. Ma bisogna capirlo: l’hype, positivo o negativo, intorno alla sua persona non doveva cessare mai. Sarebbe stato capace di tutto pur di rimanere al centro dell’attenzione. Era fatto così, ed è anche questo parte del fascino che ancora oggi emana. Al contrario di un dittatore, però, Bowie lascia che la musica voli alta, libera, e che i musicisti tirino fuori il meglio del meglio.
David polvere-di-stelle ormai soffiata via dal corpo e dalla gola, lasciando l’uomo nudo, scheletrico, essenziale, si è liberato del costume alieno, delle ambiguità glam ed è rinato come essere puro, quasi ascetico. Si dice che in questo periodo si nutrisse soltanto di peperoni e latte, che il suo naso fosse costantemente coperto di “neve”, che il suo stato d’animo viaggiasse sulle montagne russe: pazzo, bipolare, paranoico, complottista, nazista. Si guardava allo specchio e non vedeva più se stesso. Si era trasformato nel Duca Bianco.
Bowie ha paura del mondo, ha paura di sé stesso. Non riesce più a riconoscersi sotto la stratificazione di maschere. Paradossalmente, la risposta è l’ennesima metamorfosi: nuove identità, nuove corazze. Il Duca prende le distanze, ostenta un cuore algido per sedurre le folle, mentre dentro brucia. Questa tensione è percepibile in Station to Station nella spinta implacabile di quel trio di strumentisti (George Murray, Dennis Davis e Carlos Alomar, basso, batteria e chitarra) che costruisce un tessuto musicale tanto denso quanto instabile, di transizione. Di primo acchito sembra di essere ancora nei territori di Young Americans, visto che Station to Station trasuda funk. Ma qualcosa si è incrinato. Si avverte che Bowie ha assaggiato prelibatezze kraut, che il motorik lo affascina, che sta cercando nuove sintesi senza averle ancora completamente a fuoco. Non può permettersi di ripetersi: non lo farebbe mai. La vetrina del negozio va rifatta da zero, anno dopo anno. Più che anticipare direttamente le atmosfere di Low, Station to Station appare allora come uno Young Americans che si spinge un po’ più in là, ne mette sotto stress i confini. Nel 1975 Bowie cercava l’aderenza a un genere, ma un bianco che si misura col funk rischia il ridicolo. Così nel 1976 il Bowie funk si dà da fare per aggiungere originalità, personalità, prima di guardare oltre.
Ed eccolo allora: il manichino impeccabile, vestito e nutrito di bianco: latte e neve. Questo magnifico ibrido, che non è più e non è ancora, attraversa ogni traccia dell’album. David si sta preparando a spingersi oltre la forma-canzone: dieci minuti e passa per un brano non li aveva mai osati, con quegli stacchi e l’altra chitarra – quella di Earl Slick – a montare un frammento di melodia malata e incantata. Del resto, in questo momento della storia bowiana, tutto è insieme malato e incantato. Dopo tre minuti e 17 secondi di intro strumentale, David esce dalle quinte nella title track. Un faro squarcia il buio del palcoscenico e lui si presenta al pubblico nella sua nuova veste. “The return of the Thin White Duke”, canta. Poi arriva il brusco risveglio: la parte più suadente collassa. Quel pianoforte martellante, così boogie-rock (Roy Bittan della E Street Band di Bruce Springsteen), allontana le visioni avveniristiche e stranianti della prima sezione. Non è una coda memorabile: non rende pienamente giustizia a un brano che avrebbe potuto spingersi oltre, ma che sceglie di attendere, di lasciare gli ascoltatori più avventurosi in sospeso, in attesa di nuove promesse.
In Golden Years Bowie, a livello vocale, sembra Frank Zappa, ma rimane ancorato a un funk umano, troppo umano. Il Duca vorrebbe volare alto, ma la terra lo richiama e lui risponde. Word on a Wing presenta cambi armonici di una tale intensità da ricordare, se ce ne fosse bisogno, che Bowie era un vero compositore, non uno che infilava giri di Do a caso. Aveva capito perfettamente la sua missione: prendere per mano l’ascoltatore e accompagnarlo verso emozioni altre, attraverso il look, i messaggi e anche questi accordi spietatamente efficaci. TVC15 è il modo in cui Bowie pensa, mastica e sputa il punk nascente che, grazie a lui, diventerà presto post. E poi, prima della cover di Wild Is the Wind, arriva Stay, il vero gioiello dell’album, funk stellare, falsetto spaccacuore, armonie che sembrano suggerite da Dio in persona.
Non si discute che Station to Station sia un discone. Ma la sua importanza non sta solo in ciò che contiene: sta in ciò che lascia indietro (i personaggi colorati e ambigui, il glam), in ciò che approfondisce (il funk) e soprattutto in ciò che lascia intravedere. Non passerà molto tempo: nel giro di un anno, David Bowie inventerà il futuro.
