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‘Torneremo ancora’, la canzone fragile e fuori dal tempo di Franco Battiato

L'ultimo brano del Maestro poteva essere uno dei tanti della sua carriera, se non fosse per quella voce tremante che dà alla canzone un'emozione mai sentita prima

Foto di Roberto Pagliani

È fragile e instabile la voce di Franco Battiato nel nuovo singolo Torneremo ancora. Sembra costantemente sul punto di rompersi. Il timbro sicuro e trasparente d’un tempo e il canto che evocava mondi lontanissimi sono sostituiti da un eloquio tremante che rende emozionante una canzone altrimenti ordinaria per gli standard dell’artista.

Inclusa nell’album dal vivo a cui dà il titolo, Torneremo ancora è un pezzo sull’universalità della migrazione, come ha detto a Rolling Stone il co-autore Juri Camisasca: «Siamo tutti migranti fin quando non torneremo a casa alla nostra dimora ultima, come ci insegnano diverse religioni e discipline, a partire da quelle orientali». Si canta il punto di vista di chi crede che «nulla si crea, tutto si trasforma» e che «la vita non finisce, è come il sogno».

L’introduzione strumentale, con quelle note di piano ascendenti armonizzate dalla Royal Philharmonic Concert Orchestra, invita a guardare verso l’alto. L’artista ha cantato la sua parte nel 2017, gli archi sono stati registrati quest’anno con la direzione di Carlo Guaitoli. E insomma, questa canzone senza ritornello, fuori moda e fuori dal tempo potrebbe essere l’ultimo inedito di Franco Battiato che sentiremo, ma non è il suo testamento, non è il messaggio definitivo che l’artista ci vuole lasciare. Tutt’altro: è una canzone come tante, inizialmente offerta ad Andrea Bocelli, non stonerebbe in una mezza dozzina d’altri dischi dell’artista.

Torneremo ancora è un pezzo sulla mortalità. In alcuni passaggi, come «i migranti di Ganden in corpi di luce su pianeti invisibili», a noialtri cinici può far venire in mente una parodia. Ma quando Battiato canta le ultime parole, quel «torneremo ancora ancora e ancora» e la voce s’incrina, il pezzo svela la sua natura: racconta l’ultima migrazione dello spirito con la fragilità propria della condizione umana.

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