Ti sei mai chiesto perché tanti musicisti si drogano? Te lo spiega Serj Tankian | Rolling Stone Italia
Carnevale di anime

Ti sei mai chiesto perché tanti musicisti si drogano? Te lo spiega Serj Tankian

Nell’autobiografia ‘Down with the System’ il cantante dei System of a Down racconta la vita on the road: l’euforia, la noia, le storie matte. Come quando sul tour bus Mike Patton ha messo su un video che ha fatto scappare tutti

Ti sei mai chiesto perché tanti musicisti si drogano? Te lo spiega Serj Tankian

Serj Tankian

Foto: Nextpress

La sensazione di essere sul palco, come la maggior parte degli artisti può confermare, è diversa da qualsiasi altra emozione si possa provare nella vita. Immaginate un’intera città concentrata nel trasmettervi energia positiva, nel festeggiare e nel divertirsi. Per me, la gioia di trovarmi sul palco proveniva anche dal legame che si creava tra i membri della band. Mentre eravamo lì sopra, il bersaglio delle mie idiozie da metallaro ribelle era solitamente John. Urlavo, rivolto verso il pubblico, con l’intensità del death metal, poi mi giravo e guardavo lui, solitamente il tipo più serio e composto sul palco, e facevo qualcosa per farlo ridere: una smorfia buffa, un gesto. Nelle rare occasioni in cui questo gli faceva sbagliare una battuta e riuscivo a farlo ridere, mi sentivo come se avessi vinto chissà cosa. Inoltre, questa mia vittoria faceva ridere anche Shavo e Daron, perché quando il batterista sbaglia, non si può fare altro che ghignare e prenderlo in giro tutti insieme. Ovviamente, sul palco io facevo spesso dei casini: cantavo le parole sbagliate, non riuscivo a prendere una nota… La differenza era che, quando succedeva, tutti gli altri continuavano a suonare senza scomporsi.

Alla fine, i sessanta minuti circa che trascorrevi sul palco ogni sera ti riempivano di endorfine, ma una volta svanito l’effetto, il contraccolpo poteva essere duro. Se ti sei mai chiesto perché così tanti musicisti finiscano per avere problemi di droga, la risposta deve avere a che fare con il distacco tra l’euforia naturale che provi sul palco e le altre ventitré ore di routine monotona che compongono ogni giornata.

La mia privazione del sonno contribuiva a rendere questa situazione, già surreale, ancora più tetra e interminabile. Nei primi anni di tour mangiavo male. Dopo un po’ diventai irritabile. Certo, ci sono stati anche momenti belli. Ho stretto delle belle amicizie in giro per il mondo. Pranzare con qualche amico, passare un pomeriggio a girovagare per un museo, visitare un negozio di musica interessante o sedermi con un buon caffè e una millefoglie, mi dava la sensazione di aver trascorso bene il mio tempo. Invece, la maggior parte dei giorni in tour mi sembrava rigidamente programmata e inconsistente. Ero circondato da amici, ma mi sentivo isolato. Mentre viaggiavo con questo vivace carnevale di anime, sognavo di essere in macchina, da solo, a guidare verso qualche destinazione, godendomi il silenzio, l’isolamento e la tranquillità. La mia unica via di fuga era un bar tranquillo in cui poter mangiare un pasto decente e bere un buon caffè, o una gita pomeridiana in una galleria locale.

Crescendo avevo lottato con il concetto di casa, cercando di capire come individuarla su una mappa; ma ora, in sua assenza, cominciai a rendermi conto che non si trattava tanto di un luogo, quanto di una sensazione. Per me, casa è il luogo in cui il tuo spirito si sente libero. Per questo motivo trovavo spesso conforto nell’osservare semplicemente dal finestrino del pullman i luoghi che scorrevano: un accogliente salotto con luci soffuse, un bel prato con un grande albero, un bar dove si suonava jazz e si sentiva il profumo del caffè, una zona boschiva ricca di pini. Tutti gli occhi erano puntati su di noi quando eravamo sul palco ma, al di fuori di esso, mi sentivo come un voyeur, invidioso dell’ordinaria quotidianità degli altri. Un tempo provavo compassione per coloro che, da bambini sorridenti e ambiziosi, erano diventati degli adulti delusi e professionalmente banali, ma ora, mentre macinavamo chilometri su chilometri, mi resi conto che li invidiavo.

Riflettendo sul vortice frenetico di quei tre anni trascorsi in tour, alcuni ricordi iniziano ad affiorare: Lemmy dei Motörhead, in costume da bagno e cappello da cowboy, spaparanzato su una sedia a sdraio fuori dal suo pullman nel backstage dell’Ozzfest. Il camion Ryder, con tutti i nostri strumenti e l’attrezzatura, rubato a Philadelphia e poi ritrovato vuoto e bruciato nel New Jersey. Il teso incontro con la polizia locale che voleva arrestarmi per “aver causato disordini” dopo che avevamo suonato a un concerto gratuito organizzato dalla radio KROQ nel parcheggio di un negozio Best Buy a Burbank. Quando spiegai a Ozzy Osbourne quanto fossi entusiasta di cantare Snowblind con lui nella sua città natale, Birmingham, in Inghilterra, e lui rispose in tono canzonatorio: “In questa fottuta discarica industriale?”.

Alcuni tour sono diventati memorabili semplicemente grazie alle persone con cui li abbiamo condivisi. I primi due Ozzfest ci hanno permesso di scoprire che la comunità dei fan dell’alternative metal, che avevamo iniziato a conoscere nella California meridionale, si estendeva ben oltre i confini dello Stato. Abbiamo anche stretto legami con band come Incubus, Tool, Deftones e Limp Bizkit, con cui abbiamo suonato più volte negli anni successivi.

Durante il tour SnoCore del 2000 ho trascorso molto tempo con Mike Patton, il cantante dei Faith No More e dei Mr. Bungle. Mike ha avuto un’enorme influenza su di me. Come cantante, usa la voce come uno strumento con cui sembra poter fare di tutto. Può cantare in growl, urlare, rappare, sussurrare, cantilenare, singhiozzare, insomma… qualsiasi cosa. Artisti come lui, come Frank Zappa o Tom Waits, dimostrano come i musicisti possano essere istintivi e sperimentali, riflessivi e squilibrati.

Come me, anche Mike non riusciva a dormire su un mezzo in movimento, quindi rimanevamo entrambi svegli fino a tarda notte sul suo pullman, chiacchierando. Era perfetto, perché il bus dei System era diventato, in qualche modo, il centro della festa durante quel tour. A ogni ora della notte, tutti gli schermi TV del pullman erano accesi, l’hip-hop risuonava dagli altoparlanti e ovunque si guardasse c’erano ragazze, alcol, droghe e tutti gli altri meravigliosi cliché del rock ‘n’ roll.

Una sera, nel parcheggio del locale dopo uno spettacolo, Mike mi disse di avere un’idea per sgomberare il nostro pullman. Una volta che tutti a bordo erano ben ubriachi, abbassai il volume della musica e Mike inserì nel videoregistratore del pullman una cassetta tedesca di un video scheisse. Se non sapete cosa sia un video scheisse, vi rovinerò la giornata. All’improvviso, tutti gli schermi TV si accesero mostrando immagini di tedeschi che facevano sesso mentre defecavano. La gente non vide improvvisamente l’ora di scendere dal pullman. Credo che almeno una persona abbia vomitato. Anche la dissolutezza del rock’n’roll ha i suoi limiti, immagino.

Mike adorava stravolgere le aspettative della vita on the road. Durante un concerto nello Utah, un paio di fan si erano intrufolati nel backstage e ci avevano sorpresi mentre chiacchieravamo. I due erano entusiasti di incontrarlo. Dopo pochi minuti, chiesero se potevano avere dei pass per accedere a tutto il backstage. “Volete i pass per il backstage?” chiese. “Ok, ma ho una richiesta”. I ragazzi erano chiaramente pronti a tutto. “La vedete quella collinetta laggiù?” disse Mike, indicando un ripido terrapieno innevato a pochi metri di distanza. “Dovete spogliarvi e correre nudi giù per la collina”. Non appena pronunciò quelle parole, i due ragazzi si spogliarono completamente e si lanciarono di corsa verso la collina, carichi di adrenalina. Mike si voltò verso di me, alzò le spalle e disse: “Se vogliono comportarsi in modo così stupido, si meritano le conseguenze”. Tuttavia, mantenne la sua promessa e diede ai due fan i pass, come pattuito.

Ho trascorso la mia adolescenza e i miei vent’anni vivendo in modo piuttosto rigoroso. Ho frequentato l’università, ho lavorato sodo, ho avviato un’azienda di software, ho trascorso del tempo con la mia famiglia e, mentre la maggior parte dei miei coetanei si divertiva, io incontravo avvocati e traducevo documenti legali. Fu proprio in quel periodo, quando avevo poco più di trent’anni, che cercai di recuperare il tempo perduto. Per gli standard del rock ‘n’ roll, la mia quota di decadenza era relativamente moderata. Bevevo quasi tutti i giorni, fumavo molta marijuana e provavo le droghe che mi venivano offerte. Ho avuto la fortuna di non avere la predisposizione alla dipendenza che avevano gli altri. Forse il mio modo di vedere quella roba era diverso da quello di alcuni miei coetanei.

Per me, le droghe erano un’opportunità per fare esperienze, per conoscermi meglio e per creare una connessione profonda con le persone che frequentavo. Per altri forse non era così. La prima volta che provai i funghi allucinogeni fu, con Daron, a un concerto dei Nine Inch Nails e di Marilyn Manson. Tra un set e l’altro, si esibì il Jim Rose Circus Sideshow, una specie di circo itinerante di fenomeni da baraccone, e ricordo vividamente di aver visto un tizio sul palco che si appendeva delle cose ai testicoli mentre ero in trip totale. Guardai la mia mano, convinto che fosse ricoperta di sangue. Allarmato, lo feci notare a Daron. “Non preoccuparti, fratello”, mi disse. “Sei solo sotto l’effetto della droga”. In seguito, però, ammise di aver visto anche lui il sangue sulla mia mano, ma di aver cercato di tranquillizzare entrambi.

Assunsi di nuovo i funghi allucinogeni dopo il nostro ultimo concerto all’Ozzfest di Los Angeles, nel 1998. Dopo la fine del tour, avevamo in programma un altro concerto a Las Vegas con i Primus. Camminare nel caldo deserto, fuori di testa per i funghetti, dopo non aver dormito tutta la notte, era qualcosa che il mio fisico avrebbe potuto sopportare solo a vent’anni o poco più. In un altro Ozzfest, assunsi quella roba mentre attraversavo il Kansas sul pullman dei nostri amici Clutch. Mentre fuori dal finestrino sfilavano infinite file di grano, soia e campi ondulati, fissavo i pascoli verdi colmi di mucche, sicuro di sentire la mia fronte crescere in tempo reale. Non so se ci fosse qualche saggezza da trarne, ma rese il tempo molto più interessante.

Tratto da Down with the System – Un’autobiografia (o quasi) di Serj Tankian, Il Castello.