‘Thriller 40’: che cosa ci dice di Michael Jackson la riedizione del suo capolavoro pop | Rolling Stone Italia
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‘Thriller 40’: che cosa ci dice di Michael Jackson la riedizione del suo capolavoro pop

La nuova versione del best seller del 1982 non contiene rarità clamorose, ma offre nuovi elementi per ricordare Jacko nel ruolo di traghettatore tra anni '70 e '80, musica bianca e afroamericana

Michael Jackson posa per la copertina di 'Thriller'

Foto press

Novembre 1982. L’Italia che si era illusa di trasformare il piombo in oro dopo le notti del Mundial è stordita da nuove stragi e cospirazioni, alla vigilia del quinto governo Fanfani. Chi ha ancora voglia di danzare lo fa sul groove di Der Kommissar. Piombo e uranio scandiscono la successione sovietica tra Breznev e Andropov, nuovo demone per quel Reagan che dell’oro intravede il luccichio al termine della lunga recessione. Il compact disc, anch’esso pronto al passaggio di consegne, è stato appena messo in commercio. Intanto Lionel Richie, con Truly, guida la classifica americana dei 45 giri.

Ma dalle retrovie, quasi in sordina, avanza The Girl Is Mine della coppia Michael Jackson-Paul McCartney. Duo inedito ma non troppo per un pezzo destinato ad arrampicarsi fino al secondo posto senza lasciar presagire il cataclisma in arrivo. Christopher Connelly su Rolling Stone parla di «ballata middle of the road» e di un McCartney «addomesticato»; per Robert Christgau è semplicemente «la peggior idea musicale di Jackson dall’album Ben (1972)».

A fine mese però Michael svela le carte, scuotendo il mondo — o quanto meno il suo fondoschiena — con Thriller: è l’esito di quattro mesi di finissimo artigianato pop condotto ai Westlake Studios di Los Angeles con Quincy Jones alla coproduzione, Bruce Swedien al mixer e sessionmen del calibro dei Toto e di Eddie Van Halen. Inutile ricordare che è tuttora l’album più venduto di sempre.

Novembre 2022. Si esce dalla crisi pandemica per entrare in quella politica (e ai Mondiali non ci siamo nemmeno). Chi ha ancora voglia di danzare lo fa a ritmo di trap. I russi continuano a elargire piombo e minacciare uranio, ma dell’oro neanche l’ombra, neppure in America. In testa alle classifiche c’è l’Anti-Hero Taylor Swift, ma il passato è un convitato di pietra sempre più ingombrante, a vari gradi di deluxe.

Thriller 40 è forse la più importante riedizione sistematica per un album di Michael Jackson, peraltro già riletto nel 2001 e nel 2008 con l’artista in vita, tra remaster, bonus track e remix. In confronto alla magnificenza della recente reissue di Revolver, per dirne una, niente cofanetti e book pregiati, “solo” un doppio con album originale e outtake. La brutta ma iconica copertina del 1982 è tappezzata da una ancora più brutta, in grigio metallizzato da gratta e vinci.

Il “vecchio” e il “nuovo” ‘Thriller’

Ma il pur classico Thriller, ancor più di un Revolver, ha il merito di offrire a una larga fetta di utenti una potenziale esperienza da prima fruizione, anche considerando soltanto le tracce originali, qui memori della pulizia audio del 2008. Per molti altri è l’occasione di un riascolto a distanza di tempo, per riscoprire il peso specifico di quelle nove-tracce-nove prive di riempitivi, e rileggerne l’impatto concedendo al senno di poi un po’ di materiale extra.

Per quanto non del tutto inedite, le numerose demo — per l’album, Quincy Jones selezionò solo nove delle trenta tracce proposte da Jacko — sono messe per la prima volta a sistema. E se poco o nulla può mutare del giudizio sull’opera, i nuovi elementi di prova possono sicuramente dirci molto sul Michael Jackson dell’epoca e su ciò che si apprestava a diventare. Ad esempio che, lungi dall’essere un sovversivo, egli è in quel momento un fenomenale traghettatore capace di congiungere scenari e contesti tradizionalmente percepiti come antitetici, a cominciare dalle divergenti estetiche degli anni ’70 e ’80.

È quanto ci dicono le tracce “scartate” che affollano il secondo CD: brani come Sunset Driver — proveniente dalle sessions per Off the Wall (1979) — What a Lovely Way to Go, già esclusa da Forever, Michael (1975) e le ballad The Toy e Who Do You Know, uniche due tracce davvero inedite, la cui fragilità perora la loro stessa quarantennale sparizione.

Ascoltati subito dopo la tracklist storica suonano come una borlanda musicale, il residuo di una distillazione che feconda il terreno di Thriller senza apparire in superficie. Riemergono groove sintetici debitori di Stevie Wonder (Got the Hots), cori e battiti di mani, fiati e giri di basso made in Motown, ma altrettanto cari alla dance che aveva chiuso il decennio precedente (Can’t Get Outta the Rain). Nelle menti di Jackson e Jones — e nelle mani di Van Halen, Lukather, Porcaro — queste armi vengono messe al servizio di un rock smanioso di riprendersi la scena, con tutta la fisicità possibile. Corpi che ritrovano movimento, come quelli del più celebre videoclip della storia. Cos’altro è se non una Saturday Night Fever in salsa horror e outfit anni ’80?

Ma c’è dell’altro, risalendo la catena di lavoro. Nel compiere la sua traversata il Caronte Jackson parte dalle sponde della performance per raggiungere il fastoso molo della produzione, seguendo a soli 24 anni le rotte di David Bowie e Frank Zappa, che già avevano colto l’importanza artistica ed economica di farsi produttori di se stessi. O quantomeno co-produttori, come nel caso di Michael. Che di Quincy Jones recepisce senz’altro molte delle idee, a partire dalla stessa title track che converte in noir l’iniziale chiarezza di Starlight, qui riproposta nella prima stesura. Salvo poi imporre le proprie convinzioni, come fa per Billie Jean, la cui demo casalinga ha già tutti i connotati essenziali della versione definitiva. «Troppo lunga quell’intro strumentale», abbaia il vecchio producer; ma è proprio quel riff prolungato a scuotere i culi di un intero pianeta, obietta Michael (che sarà altrettanto assertivo nel promuovere il video di Thriller, considerato dalla poco lungimirante Epic una spesa inutile).

A proposito di demo, questa riedizione si segnala per un’offerta non certo generosa: solo l’appendice digitale presenta una manciata di outtake — peraltro già note alle cronache pirate — relative ai brani finiti sul disco, riciclando per il resto i velleitari remix del 2008 di Kanye West, Akon, e Will.i.am. Ciò segnala almeno due cose. Da una parte l’incuria per il materiale d’archivio proveniente dalle session, o quanto meno l’esiguità dello stesso (quanto sarebbe stato bello rivivere la jam da cui venne fuori il solo di Van Halen ricucito su nastro?). Dall’altra, la nitida visione di Jackson già in fase di primo abbozzo. È così per Billie Jean, uscita di casa già in veste ufficiale; lo è ancor più per Wanna Be Startin Somethin’, il cui finale già presenta il canto swahili che farà infuriare Manu Dibango dando inizio a una lunga serie di apparizioni del re del pop in tribunale. La take di Beat It, infine, incanta per la cura delle armonie vocali, la cui architettura è qui restituita in assoluta purezza prima di essere immersa in quel calderone sonoro tipico di Jones.

C’è infine un ponte socioculturale, una distanza oceanica tra il mondo bianco e quello afroamericano che Jackson si propone di colmare, anche sfruttando la valenza mediatica del sodalizio con un McCartney fresco di collaborazione con Stevie Wonder (Ebony and Ivory, giustappunto). Altro che ballad addomesticata, quindi: The Girl Is Mine è un ariete lanciato contro l’apartheid delle charts, ancora divise in rock e r&b, eufemismo per bianco e nero. La stessa tortuosa vicenda dei videoclip è sintomatica di questa situazione: Thriller avrebbe debuttato sulla neonata MTV, il 2 dicembre 1983, solo dopo un lungo scontro per il video di Billie Jean, a lungo rigettato da un network esplicitamente riservato agli artisti bianchi. Che tuttavia sarà il primo a godere dell’apertura allo scenario afroamericano, dopo aver ceduto alle minacce di ritorsioni da parte di Epic/CBS. «Michael Jackson ha aiutato a salvare la rete dalla chiusura», avrebbe dichiarato in seguito Rob Tannenbaum.

In questo contesto, la parabola di Jacko appare più vicina di quanto non si pensi a quella di un’altra vecchia conoscenza di Quincy Jones, sua maestà Miles Davis, non a caso ammaliato dalla versione di Human Nature appena incisa dal giovane Michael. Il quale, da quel novembre 1982, porterà per sempre — e letteralmente — sulla sua pelle le tracce di quella guerra dei mondi dell’ebano e dell’avorio, «black or white».

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