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The White Stripes, 20 anni di perversioni e sogni incompiuti

Due decenni fa i fratelli che fratelli non erano pubblicavano il primo album omonimo. L'inizio di una storia breve ma folgorante, fatta di blues acido e distorsioni, com'è giusto che sia per chi nasce nella città dei motori

Sarà capitato anche a voi, di avere una musica in testa. No, aspettate, questa l’han già usata. Sarà però capitato anche a voi, di essere trasportati da un istinto di improvvisazione tale da scrivere le prime parole che vi venivano in mente creando, almeno nella vostra testa, un microcosmo in cui tutte le regole sono capovolte. In cui sono gli impulsi a farla da padrone e non le norme. Quanti di voi, piazzati davanti a uno specchio, dietro una scrivania o dentro un umido scantinato dalle parti di Pinerolo, si sono lasciati attrarre da un istinto primordiale, indefinito e hanno proposto alla propria mente un viaggio verso l’immaginazione? In quanti hanno abbozzato un riff di chitarra, un giro di basso o una linea vocale, magari incompiuti, emettendo solo strani versi con la bocca, che hanno lasciato perplessi quanti fossero intorno ma che sembravano perfetti e inaffondabili? Quanti si identificano in una di queste situazioni che darebbero brividi di piacere a qualsiasi psichiatra, in fondo non avranno fatto altro che dischiudere per un istante le porte sul regno dei White Stripes.

Jack White, che di questo mondo è stato il creatore vent’anni or sono con la fida Meg alla batteria, si è comportato da subito come un monello a cui piace sbalordire. Quando vent’anni fa, il 15 giugno del 1999, l’affezionato vostro si ritrovò tra le mani il debutto The White Stripes, scoprì diciassette canzoni che sembravano l’abbozzo di un sogno incompiuto, un’immagine al contempo nitida eppure sfocata. Ed in effetti, spesso, nemmeno il produttore Jim Diamond (già bassista nel culto totale che risponde al nome di The Dirtbombs), riusciva a fare luce su quelle che fossero le probabili visioni, ossessioni, depravazioni dell’allora ventiquattrenne Jack. Ma questo non lo turbava, anzi lo divertiva e non poco. La capacità di velare le sue storie di simboli surreali, di paradossali misteri, si rivelava essere una sfida assai stimolante per l’ascoltatore. Proprio in un periodo storico in cui la musica si era un po’ persa per strada quella caratteristica ambigua che aveva reso affascinante gente come gli Stooges trent’anni prima, a favore di proclami politici o prese di posizione sulla coscienza personale del nu metal, i White Stripes se ne uscivano con il pre-rock visionario di The Big Three Killed My Baby e Jimmy The Exploder. La sfida che si instaurava tra autore e ascoltatore, di cui ancora oggi abbiamo gran bisogno, era quella di un tentativo di comunicazione diverso rispetto ai cliché della canzone canonica, perché è proprio tramite l’evanescenza dei soggetti (come in Astro) e la vacuità dei messaggi (come in Screwdriver) che l’ascoltatore diviene, da soggetto passivo dei cavoli altrui, a elemento partecipe, per certi versi coautore di ciò che ascolta.

“Jack White – scriveva Carlo Bordone all’epoca dei fatti – è l’esatta antitesi della sorella Meg White, più statica, questo fa si che il loro sound non si restringa al classico lo-fi blues, genere amatissimo e benemerito, però un tantino ripetitivo”. E Chris Handyside gli faceva eco scrivendo che “la voce di Jack White è una singolare ed evocativa combinazione di punk, metal e blues mentre la sua chitarra fa il grosso del lavoro con poco, Meg White bilancia tutto con una batteria metodica, fanciullesca e a suo modo free”. Chiude il cerchio lo stesso Jack, ammettendo nel 2005 al solito NME che “l’album di debutto dei White Stripes è il disco più legato al tipico sound di Detroit. È storto, potente e allucinato perso”. 



I fratelli che, altra sparata quasi infantile, fratelli non erano, ronzavano nel circuito di Detroit fin dal 1994, quando si incontrarono in un bar. Felice intuizione: decidono di chiamarsi White Stripes come le strisce bianche della bandiera degli USA, nota proprio come Stars & Stripes, loro due che di cognome fanno White. E bella fu la trovata di vestirsi sempre di bianco e rosso, secondo colore dell’american flag e colore primario su cui esistono non pochi studi che interessarono persino uno come Hitler per la sua conquista del mondo. “Il rosso, il bianco e il nero formano la più celebre combinazione cromatica di ogni tempo. Dalla lattina di Coca Cola alla bandiera nazista”, era la famosa dichiarazione di Jack in merito. I due altereranno sempre due colori come un gioco di specchi, fino all’aggiunta del nero, ma solo nel 2005. L’ultimo colore, se ve lo state chiedendo, ovvero il blu che circonda le stelle, era ovviamente assicurato dal “blues” della musica. Quindi tutto torna.

Sono particolari minimi, ma notarne lo spirito situazionista e goliardico è un bene, tanto più che almeno fino al terzo disco la loro idea di rock tendeva all’impatto massimo trascurando proprio i dettagli minimi e le sfumature. Non a caso, qualcuno li ritenne molto più sempliciotti o quanto basta per rubare semplicemente il nome a una marca di gomme da masticare. Mestizia. A Detroit, in fin dei conti, la storia insegna che non si va tanto per il sottile. Da un posto chiamato Motor City nessuno si aspetta delle lunghe giornate di silenzio a riflettere sul nome da dare a una band. L’industria dell’automobile incessantemente borbotta e per zittirla servono distorsioni a cannone che sovrastino il rombo dei motori. È sempre stato così, dagli MC5 in avanti. A Detroit si nasce con la carogna e la carogna si batte alla vecchia: alzando il volume e tirando dritto negli scantinati delle proprie case.



La stessa idea di diffusione della loro musica era legata al circuito della manovalanza industriale di quella città. Il circuito dei 7” con le copertine fantastiche, 44 in una carriera di neanche dieci anni, stanno lì a dimostrarlo. Prima con la piccolissima Italy Records, poi, in un costante crescendo, con la Sympathy for the Records, la XL, la V2, la Warner e infine con la Third Man Records, la loro etichetta personale – o meglio l’etichetta personale di Jack White. Perché Jack e Meg sono a tutti gli effetti figli di Detroit e della sua aria indiscutibilmente operaia. Spigolosi. L’urlo viscerale di Jack deriva forse dalla stessa melma animalesca di Iggy Pop o di Jon Spencer ma nella sua anima ci sono anche i più quieti Bob Dylan, Robert Johnson e Blind Willie McTell. Certamente però anche le sue rivisitazioni su disco di One More Cup of Coffee del primo, di Stop Breaking Down dell’altro e, dal vivo, di Lord Send Me An Angel del terzo, sembrano essere rigurgitate da una raccolta di garage in stile Nuggets. Non si può obbiettare. Ma è altresì vero che a risentirle ora, a distanza di venti anni, il tocco dei White Stripes si sente eccome mentre per moltissime altre band in giro si farebbe fatica a riconoscere un epigone dei Sonics o dei Trashmen dagli originali. Il che non è cosa da poco. Perché pure dal punto di vista musicale gli Stripes tendevano ad accentuare quel senso di vago di cui si è parlato per i testi. Brevi frammenti (di rado oltre tre minuti), in cui i pochi strumenti e la voce creano un tenutissimo equilibrio e, più del virtuosismo, praticamente inesistente, inseguono una rabbia (in)controllata e scattosa. Figlia ora di Hendrix, ora dei Kinks, ora dei Led Zeppelin, a seconda della fantasia del recensore di turno. Meg, da par suo, sembra per nulla sprovveduta e in confidenza con i tamburi, anche se limitatamente al quattro quarti più acerbo in giro. Leggenda vuole che sia stato proprio Jack a insegnarle a suonare, visto che qualche tempo prima suonava la batteria con i Gober & The Peas. O forse no, e quello stile fu tutta farina del suo sacco. Francamente, poco cambia.

Sono cresciuti con regolarità, John Anthony Gillis e Megan Martha White, che si scoprì non essere accomunati nemmeno dallo stesso cognome come tanti signori Bianchi in giro in Italia, e quindi né fratellini né tanto meno sposini come si disse per un po’ in seno a quella fantasia da dare in pasto al pubblico o forse a sé stessi – in un limbo in cui verità ufficiale e ufficiosa si compenetrano e sta all’ascoltatore decidere a quale dare retta.

I White Stripes hanno via via centrato sempre di più il suono e le tematiche, affinando le armonie e le timbriche, senza però mai rinunciare alla densità di The White Stripes. Spiazzante e necessario come pochi dischi di debutto nella storia della musica recente. E se il lecca-lecca bianco-rosso è diventato un luogo comune nell’immaginario rock e non solo (giusto qualche giorno fa i Maneskin si sono presentati senza pudore sul palco con un video copiato a Seven Nation Army), arricchendosi di elementi invisibili al primo ascolto ma decisivi a un secondo, il loro sound minimale, ruvido e sferragliante è rimasto sempre quello. Nel debutto tutto suona come se il plug and play fosse l’ultima risorsa dell’umanità. Urgente, elettrico, innocente, utopico e accalorato come una prima volta: così è The White Stripes. Lo senti e te lo vedi proprio un giovane John “Jack” White davanti allo specchio o in un garage di Mexicantown che a ogni pennata sulle corde della chitarra se ne racconta una nuova e ci crede sempre un po’ di più. Che Detroit alla fine non è così male, che il blues la salverà, che un giorno tutti sapranno la storia di Suzy Lee, che Dio alla fine non deve essere una brutta persona se gli ha fatto incontrare Meg. Se la spiccia lui casa. Poi verranno i tour con i Pavement, la classifica di Billboard, l’esibizione al David Letterman Show, le 900 mila copie vendute di White Blood Cells e tutto il resto a socchiudere le porte di quel regno istintivo e immaginifico e a spalancare quelle del successo planetario.

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