Taylor Swift spiegata a Damon Albarn | Rolling Stone Italia
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Taylor Swift spiegata a Damon Albarn

Nel giorno del compleanno della popstar numero uno al mondo, abbiamo messo in fila le ragioni d’un successo globale e duraturo, a beneficio di chi è troppo figo (o impegnato in cose più serie) per saperle

Taylor Swift

Foto press

Scusa Damon se ti tiro in ballo. So che sei una persona di spirito e non te la prenderai se ti uso come pretesto. Ma sai, oggi è il compleanno di Taylor Swift e vorrei festeggiarlo in qualche modo anche qui, alla periferia di Swiftlandia. Forse non lo sai, ma fa 33 anni, l’età di Gesù che, se fosse vissuto oggi, sarebbe certamente un suo fan. Ma cosa dico fan, sarebbe un fedele seguace, uno Swiftie.

Come ricorderai, un annetto fa hai detto incautamente che la ragazza non scrive le sue canzoni. Ma certo che ricordi: hai sperimentato gli schiaffi digitali di migliaia di Swifties e hai persino suscitato la reazione dell’allora presidente eletto del Cile.

Mi sono fatto l’idea che tu sia troppo figo (o troppo impegnato in attività più serie) per sprecare tempo per capire Taylor e le ragioni del suo successo. Tranquillo, ci penso io con questo agile elenco dei dieci motivi per cui Taylor Swift è Taylor Swift.

Mette la musica al centro

Dovrebbe essere una cosa ovvia, vero? Nel pop contemporaneo non lo è. Taylor Swift non sarà Paul McCartney (suo amico, ci mancherebbe), ma è una musicista e autrice che crede e investe nella canzone pop. La mette al centro della narrazione. Quasi tutto passa da lì. Non dalle stories di Instagram, ma dalle storie che racconta nei pezzi e dai mondi che ci costruisce attorno. La ami, la detesti, la ignori, ma non puoi non ammettere che crede nella canzone come strumento di comunicazione largo e potente. E quando l’ascolti lo capisci.

È la regina dell’autonarrazione

La gente impazzisce quando Taylor Swift canta di Taylor Swift. Del resto lo fa benissimo, ficcando le sue note e meno note vicende private in canzoni in cui è difficile e francamente inutile indovinare dove finisca la realtà e dove inizi la finzione. S’è presa una pausa da questo schema, almeno in parte, per gli album Folklore ed Evermore. Narrare storie altrui o immaginate le è venuto benissimo, ma quand’è tornata a raccontarsi, come in Midnights, ha rifatto il botto come prima, più di prima.

È allo stesso tempo eroina e anti-eroina

La presenza contemporanea di due narrazioni apparentemente opposte è una delle cose più affascinanti dell’immagine che Taylor Swift proietta di sé. Da una parte c’è l’eroina che combatte da sola contro il mondo, la popstar che si vittimizza e racconta lo sforzo titanico per scrollarsi di dosso le critiche ed essere felice. Dall’altra c’è l’anti-eroina che si dipinge come fonte dei suoi stessi problemi. Da una parte la fidanzata tradita con cui empatizzare, dall’altra la vendicatrice sadica con cui godere. Da una parte il racconto dei trionfi della volontà, dall’altra la visita guidata alle mancanze d’una vita.

Fidelizza i fan come nessuno mai

Swift è il modello supremo di popstar irraggiungibile che dialoga costantemente coi fan, che la ricambiano amplificando i suoi messaggi e appoggiandola sempre e comunque, in massa. In un mondo in cui qualunque cantante pop, che sia nata in Puglia o nel Mississippi, ha un esercito, una famiglia, una squadretta di fan accaniti, Taylor gioca con i suoi Swifties disseminando dischi, video e post d’indizi e dettagli che solo gli iniziati possono cogliere. Produce gadget a misura di appassionati. Empatizza con loro. Firma le copie per i negozi di dischi indipendenti. Fa sentire parte di qualcosa di popolare eppure speciale. Viaggia con l’odiatissimo jet privato, ma dà la sensazione che tenga a te, sì, proprio a te che ascolti la sua musica in una cameretta di Pioltello.

La sua musica è un’esperienza inclusiva

Non raggiungi un successo di questo livello se la tua musica non è in grado di parlare a tutti, nel bene (è larga ed influente) e nel male (non ha spigoli, trovate o sofisticatezze che la renderebbero più interessante). Aiuta un altro fatto: Swift ha costruito la carriera come un viaggio nei generi musicali, dal country al pop al folk. E l’ha fatto senza mai snaturarsi. E poi ha una sua firma melodica. Prendete le canzoni di, chessò, 1989, Folklore e Midnights. Sono tre album diversissimi, ma hanno in comune il gusto per certe linee e salti melodici. La medesima canzone, prodotta o arrangiata in modo differente, può finire in album radicalmente diversi. Il suo gusto melodico, per quanto ripetitivo, è per i fan una casa accogliente in cui tornare. La riconosci, è lei.

Sa scegliere i collaboratori

La produzione di Midnights può avervi lasciato perplessi, ma Taylor Swift è una che sa scegliersi i collaboratori. Il caso più clamoroso e recente è quello di Aaron Dessner, il musicista dei National che ha chiamato in fase di scrittura e produzione ai tempi di Folklore ed Evermore. Vale anche per gli interpreti dei video che dirige, da Sadie Sink nella parte della giovane Taylor nella versione lunga di All Too Well alle sorelle (in quel caso sorellastre) Haim in Bejeweled, dai musicisti (bravissimi) che la stanno aiutando a replicare il suono dei vecchi dischi per le Taylor’s Version a Justin Vernon, reclutato per il duetto del 2020 Exile.

Conosce il valore della sorellanza e delle buone cause

È finito il tempo in cui al centro della narrazione musicale c’erano i maschi, per di più ingombranti e dai comportamenti tossici (e magari un po’ matti). Taylor Swift dà di sé l’immagine d’una amica/sorella/mamma protettiva e accogliente, ma anche di una donna di potere (e quindi sexy) che sta dalla parte giusta della storia e usa la sua influenza per sostenere cause buone e progressiste (senza esagerare, la politica è un’altra cosa).

È buffa

Sembra una cosa negativa, ma non lo è in tempi in cui la popolarità scatta anche grazie al meccanismo d’identificazione. Ai tempi di Shake It Off s’è dibattuto sul fatto che il video in cui Swift si muove in modo impacciato tra ballerine nere che twerkano fosse o non fosse un esempio d’appropriazione culturale o persino di razzismo. In realtà Swift faceva Swift, una ragazza bianca buffa che prende in giro se stessa e l’impossibilità d’essere all’altezza delle superdonne vincenti nell’immaginario pop dominante. È una cosa su cui ha giocato spesso, riuscendo a far diventare cool questa sua presunta uncoolness. Il pop passa anche attraverso i corpi delle star. Lei ha messo in gioco il suo.

È un modello di determinazione e indipendenza

Non è certo la prima artista a ingaggiare una lotta dura con la discografia. Ma l’idea di registrare nuove versioni di tutti gli album di cui non possiede i master è senza precedenti nella storia della musica. Gli altri si lamentano, lei agisce. È la popstar-del-fare che combatte una battaglia giusta per tutti, anche per chi non ha il suo potere economico e negoziale. Al di là di questo episodio notevole, la determinazione che ha dimostrato nel corso di tutta la carriera ha qualcosa di stupefacente. E l’idea di controllare il proprio lavoro, scrivendo e dirigendo i suoi video, e la volontà d’infrangere se necessario le regole non scritte del mercato pop la rendono un modello d’indipendenza.

Ha successo perché ha successo

D’accordo, è una tautologia, anzi una taytologia, ma funziona così: più hai successo e più ne avrai (poi arriva per tutti la caduta, per lei è decisamente presto). È l’effetto domino formato celebrità. Non cadono tessere, ma la resistenza di chi non s’è ancora piegato allo strapotere di Her Swiftness. Un po’ perché ci piace adorare lo stesso idolo in tutto il mondo. Un po’ perché è difficile evitare l’influenza di certe star. L’ultimo esempio: nella serie di conversazioni Directors on Directors, Variety ha accoppiato Taylor al regista, commediografo e sceneggiatore Martin McDonagh (Tre manifesti a Ebbing, Missouri). E questo nonostante Swift non abbia ancora diretto un film (lo farà, finora si è misurata coi video). Chiamatelo star power, chiamatelo come volete. È la swiftessenza dell’influenza esercitata da Miss Americana sul mondo dello spettacolo.

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