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E quindi com’è ‘Midnights’ di Taylor Swift?

È più simile al pop di '1989', 'Reputation' e 'Lover' che al folk di 'Evermore' e 'Folklore'. E racconta storie personali e swiftissime fantasie di vendetta

Foto: Beth Garrabrant

Chi poteva immaginare come sarebbe stato Midnights? Per lanciarlo, Taylor Swift ha usato una nuova strategia: niente singoli, nessuna pubblicazione a sorpresa a 12 ore dall’annuncio del disco. Al loro posto, Taylor ha diffuso per mesi su TikTok video alla David Lynch in cui svelava i titoli dei brani e cartelloni pubblicitari coi testi per incuriosire il suo esercito di fan impazienti e affamati di dettagli.

E quindi Midnights poteva essere qualunque cosa. Dopo il dream pop un po’ bubblegum di Lover, Swift s’è rifugiata nei boschi per la coppia di dischi indie folk Folklore ed Evermore del 2020. Ha poi frugato nei propri archivi per riproporre Fearless e Red, il suo secondo e quarto album, riregistrandoli ed espandendoli con una serie di bonus track d’epoca inedite.

E quindi, com’è Midnights? Per certi versi è un mix di tutto ciò. In pratica riprende il discorso del trittico di puro pop rappresentato da 1989, Reputation e Lover, con testi che spaziano dalla storia d’amore alla voglia di vendetta su basi di synth.

Per registrare queste canzoni incentrate sulla sua ora preferita della notte, Swift è tornata in studio col suo collaboratore più fidato, Jack Antonoff. Come ha spiegato nei teaser di lancio del disco, Midnights racconta 13 notti insonni della sua vita. Sono i momenti in cui Swift si abbandona ai pensieri: le relazioni, l’immagine pubblica, le sue nemesi e la sua bambina interiore prendono via via il sopravvento, ora per annientarla, ora per redimerla. Ci sono più bei sogni che incubi in quest’album in cui Taylor si fa scudo coi testi.

Lavender Haze, creata con alcuni fra i collaboratori di Kendrick Lamar e con l’amica Zoë Kravitz, è la canzone che più direttamente affronta l’argomento. Quando ha annunciato via TikTok il titolo del pezzo, nel corso della serie di brevi video chiamati “Midnights Mayhem”, Swift ha parlato di “pettegolezzi strani” e delle continue attenzioni di cui lei e il suo compagno Joe Alwyn sono oggetto online e sui tabloid. Il testo ricorda quelli di Call It What You Want e Cruel Summer: racconta di come la luce dell’amore possa fendere la coltre della negatività, delle critiche e delle aspettative. Questa volta, però, Swift non si preoccupa granché dei commenti e rigetta “quella roba anni ’50 che vogliono da me” come le ipotesi sul matrimonio o la dicotomia vergine/puttana contro cui si è sempre battuta (“L’unico tipo di ragazza che vedono / è una scopata da una notte o una moglie”).

Lavender Haze, come il resto di Midnights, non ha il sound pop esagerato che spesso ha fatto sembrare singoli come Look What You Made Me Do o Me! delle deviazioni rispetto al suono più raffinato e brillante dei dischi da cui erano tratti. Questa volta Swift si contiene, pur non accantonando del tutto il brio che rende divertenti le sue incursioni nel pop.

Anti-Hero è un esempio perfetto. È uno dei pezzi migliori dell’album. Qui la nemica di Taylor è Taylor stessa, con ansie tipo “ormai sono in declino” di cui già ha cantato in Nothing New (era nella Taylor’s Version di Red) e in The Archer, pezzo poco noto di Lover. Il testo è uno dei più scioccanti del disco:  “A volte mi pare che tutti siano sexy / E io un mostro sulla collina”. Ma è la frase successiva a essere rivelatrice, incendiaria quanto lo era il testo di Blank Space. È indirizzata a lei stessa e ai suoi critici: “Troppo famosa per uscire / Barcollando lentamente verso la tua città preferita / Col cuore trafitto, ma non morta”. E che dire del punto in cui immagina di venire assassinata in futuro da un’ipotetica nuora, per soldi? È un testo deliziosamente diabolico e strambo ed è scritto in un modo diverso dallo standard di Swift.

You’re on Your Own, Kid, come tutte le tracce numero 5 negli album di Swift, è un pugno allo stomaco (tradizionalmente, il quinto pezzo di ogni suo disco è il più devastante a livello emotivo). È un lento nostalgico che parte con un uno-due fatto di ricordi di una vecchia storia d’amore che le tornano in mente, la notte. È quasi uno sguardo dietro le quinte che ce la mostra teenager, intenta a scrivere canzoni come Teardrops on My Guitar: è la storia di una delusione amorosa che la porta ad andarsene dalla sua piccola città verso la celebrità.

Il pezzo seguente, Midnight Rain, racconta in modo più maturo e disincantato un amore perduto; qui è una ragazza troppo presa dalla sua carriera ed è lei, stavolta, a spezzare il cuore di un ragazzo di una piccola cittadina.

Vigilante Shit e Karma sono gli unici veri momenti da “terra bruciata”. Meno melodrammatiche di canzoni come My Tears Ricochet o This Is Why We Can’t Have Nice Things, la colgono mentre osserva i suoi nemici che si autodistruggono. La prima, col suo sound dark pop (ricorda Pure Heroine, il debutto dell’amica Lorde) regala commenti salaci che potrebbero essere rivolti a uno qualunque dei tre uomini con cui negli ultimi sei anni ha baruffato pubblicamente. Nel testo dice di aver fatto amicizia con almeno una delle loro ex mogli e fa l’unico riferimento alla cocaina presente in tutta la sua discografia. Karma, al contrario, è frizzante. Qui Swift gongola nel vedere le sue nemesi che ricevono ciò che meritano: “Il karma è il mio ragazzo / Il karma è Dio / Il karma è la brezza fra i miei capelli nei weekend / Il karma è un pensiero rilassante / Non sei invidioso che per te non sia così?”.

Gran parte del disco parla di ansia e degli ostacoli che deve affrontare una coppia. Maroon e Labyrinth sono lucidi ragionamenti sulla possibilità di perdere l’amore. Question…? è un quiz pop alla Delicate indirizzato a uno spasimante con cui probabilmente ha baruffato prima che entrambi finissero per mettersi con partner che avrebbero dovuto evitare. E quando arriva Bejeweled, lo tiene in pugno e lo presenta come un trofeo.

L’unica vera delusione del disco è l’annunciato featuring di Lana Del Rey in Snow on the Beach nel senso che si tratta di una semplice armonizzazione e non di un duetto vero e proprio. Il pezzo in sé è un dream pop invernale alla Mirrorball, con un riferimento eccezionale a Janet Jackson. Speriamo che non sia l’ultima volta che questi due talenti incrociano le loro strade.

Midnights si chiude con Mastermind, in cui Swift mette in atto un piano messo a punto per lungo tempo per far sì che l’uomo che le piace s’innamori di lei. È piuttosto divertente il fatto che il brano giunga dopo la tenera canzone d’amore Sweet Nothing, scritta con il suo boyfriend.

Forse perché Taylor Swift sta frugando negli archivi per reincidere i suoi vecchi album, il suo songwriting è diventato fresco e brillante. Midnights potrebbe sorprendere i fan acquisiti di recente, quelli che hanno appezzato Folklore ed Evermore. Ma, come già accaduto per i suoi lavori puramente pop del passato, Midnights ha molto da dare, sotto la coltre di synth. E chissà che anche questo faccia parte del suo piano.

Tradotto da Rolling Stone US.

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