Suonare con Bob Weir era una grande avventura | Rolling Stone Italia
«Il mio sporco piccolo segreto»

Suonare con Bob Weir era una grande avventura

Si ispirava a pianisti jazz. Si concentrava sul contrappunto. Giocava con l’armonia. Cercava cose nuove. Apriva spazi di fantasia per gli altri. Ecco perché l’“other one” dei Grateful Dead è stato un grande chitarrista

Suonare con Bob Weir era una grande avventura

Bob Weir nel 1978

Foto: Paul Natkin/Getty Images

Bob Weir viene giustamente ricordato come una figura trasformativa. Ha contribuito col suo modo di suonare la chitarra al repertorio dei Grateful Dead e più in generale al concetto di improvvisazione nel rock. È stato un pioniere e il suo stile era talmente radicale che per anni il suo approccio alla chitarra ritmica è stato frainteso, trascurato e sottovalutato. Non a caso uno come Jerry Garcia lo ha scelto come partner musicale e una volta lo ha definito «un musicista straordinariamente originale in un mondo pieno di gente che suona tutta alla stessa maniera».

Weir ha dedicato una vita a forgiare uno stile ritmico personale ed essenziale per i Grateful Dead. Invece di ripetere in maniera costante accordi per costruire il groove, usava i riff e la tecnica del contrappunto, riempiendo gli spazi musicali tra i due batteristi della band e il basso altrettanto anticonvenzionale di Phil Lesh.

Una volta mi ha spiegato che aveva sviluppato questo suo approccio, che chiamava «il mio sporco piccolo segreto», cercando di imitare non altri chitarristi, ma i pianisti e in particolar modo McCoy Tyner, del quartetto di John Coltrane. «Adoravo il lavoro che faceva sotto al sax di Coltrane e così a partire dai 17 anni ho passato un sacco di tempo ad ascoltarlo e a cercare di assorbirne la musica. Sono stato fortunato ad aver trovato quand’ero giovane un posto perfetto dove usare quel mio approccio. E Jerry è stato influenzato dai fiatisti, tra cui proprio Coltrane».

John Mayer è stato il partner chitarristico di Weir nei Dead & Company fin dal principio, nel 2015. Quando un anno dopo gli ho chiesto del modo di suonare di Weir ha citato un altro grande del pianoforte jazz, Bill Evans, noto soprattutto per l’apporto che ha dato a Kind of Blue di Miles Davis: «Bob è un vero savant. Il suo modo di concepire gli accordi e l’accompagnamento è troppo originale per essere apprezzato immediatamente. Lo capisci quando studi per bene quel che fa. È una gioia suonare con lui».

Secondo Mayer l’amico era particolamente bravo nell’utilizzare i rivolti degli accordi, come quando ad esempio la nota fondamentale (il Mi in un accordo di Mi) si trova al centro e non alla base dell’accordo. Ho chiacchierato con molti musicisti che hanno suonato con lui e anche i più navigati si sono illuminati come bambini parlando di Weir, gente come Trey Anastasio, Warren Haynes, Billy Strings.

Don Was, uno che ha collaborato con Rolling Stones, Gregg Allman e Bonnie Raitt fra i tanti, ha parlato con reverenza dei sette anni in cui è stato bassista di Bob Weir & Wolf Bros. «Avrei fatto anche 350 concerti all’anno. Non esiste un altro chitarrista al mondo che suoni come lui. Non suona mai neppure lontanamente la stessa cosa e allo stesso modo due volte di fila. E può passare in un attimo dall’avere uno stile grezzo alla John Lee Hooker all’essere sofisticato tipo Andrés Segovia».

Dicono qualcosa di simile tutti quelli che hanno suonato con lui, probabilmente perché Weir amava spingere i pezzi in direzioni nuove e offrire ai solisti con cui suonava spunti di ispirazione con le sue variazioni armoniche. Con ogni probabilità Weir si è esibito davanti a più persone di chiunque altro nella storia della musica live. E ogni volta superava la paura del palcoscenico, saliva sul palco e portava gioia e magia. Non solo al pubblico, ma anche ai musicisti coi quali suonava e che ritrovavano il puro piacere della musica.

Dead and Company Eyes of the World, 07 23 2016, The Gorge, WA

Duro lavoro: così Weir descriveva il suo approccio alla chitarra ritmica. Il suo mestiere, in realtà, ispirava grandi voli di fantasia a Jerry Garcia e ai musicisti che suonavano con lui e che si meravigliavano delle scelte che faceva. Spingeva i solisti ad avventurarsi in territori inesplorati.

«Le diteggiature e i pattern ritmici di Bob, così singolari, ti spingono a suonare in modo differente, fuori dalla tua comfort zone», ha spiegato Warren Haynes, che ha suonato spesso con Weir e nei Dead. «Ti portava in modo naturale a destreggiarti tra contrappunto e botta-e-risposta. Affrontava ogni pezzo, ogni performance in modo nuovo. È una cosa intangibile, ma era cruciale in tutto ciò che faceva».

Oteil Burbridge è il bassista dei Dead & Company e come Mayer quand’è nato il gruppo non aveva grande familiarità con la musica dei Grateful Dead. È rimasto sbalordito dall’insistenza di Weir nel cercare di fare qualcosa di nuovo ogni sera, in ogni canzone: «Creava il contesto giusto per farti buttare. La Bibbia dice che l’amore copre una gran quantità di peccati. Allo stesso modo, una bella jam, di quelle in cui ti puoi avventurare in posti dove non sei mai stato, copre qualsiasi errore. Non è tanto l’esecuzione, è il tentativo di trovare qualcosa di nuovo. Era questa la mentalità di Bobby».

L’approccio chitarristico eccentrico di Weir si estendeva anche alla scrittura. Molte delle sue composizioni e in particolare The Other One impiegano tempi inusuali per la musica occidentale, ma comuni nella musica indiana, da cui traeva ispirazione e questo derivava, stando a quel che raccontava, dal «boom della musica classica dell’India del nord nella cultura popolare americana» dopo che i Beatles avevano studiato con Maharishi Mahesh Yogi, fondatore della Meditazione trascendentale.

Anche in questo caso Weir era mosso da un’intenzione precisa. Non ha solo ricevuto direttamente dal Maharishi un mantra di meditazione, ma si è immerso nella musica del sitarista Ravi Shankar e del suonatore di sarod Ali Akbar Khan. È andato oltre i semplici abbellimenti o i canonici riff “indiani” che molti suoi colleghi dell’epoca inserivano nei pezzi, ma ha anche lavorato sulle metriche musicali. «Per cominciare anche solo ad apprezzare la loro musica, devi essere capace di contare nei loro tempi», mi raccontava.

Weir era quello che spingeva i compagni di band in direzioni interessanti e impreviste e si lasciava allo stesso tempo influenzare da ciò che suonavano gli altri. Nei primi anni dei Dead & Company provava gioia nell’incoraggiare Burbridge e Mayer a trovare una loro voce e un proprio percorso all’interno del repertorio dei Grateful Dead. Gli piaceva il fatto che si avvicinassero a quella musica con occhi e orecchie nuove. «Devo cambiare per via di come suonano loro. Devo ascoltarli e capire dove andare di conseguenza».

Alla fine, insisteva, erano le canzoni a decidere che direzione prendere. Sapeva che parlare delle canzoni come se fossero dotate di libero arbitrio lo faceva sembrare «una specie di mistico hippie». Ma era proprio quel che succedeva, ammetteva sorridendo. Per Weir, le canzoni e i loro personaggi erano esseri viventi e avevano voce in capitolo su come dovevano essere raccontati concerto dopo concerto. E poiché conosceva quei personaggi meglio dei musicisti più giovani con cui suonava, toccava a lui chiedere a ogni canzone dove volesse andare.

«Cerco di riportarla verso la versione originale o altrove? A volte è una decisione che prendo in modo arbitrario, ma è sempre e comunque un’avventura», raccontava. «So quello che faccio… qualche volta. La musica mi porta in tanti luoghi e io sono pronto a seguirla».

Weir Here with Warren Haynes 7-31-13

Alan Paul è autore di Brothers and Sisters: The Allman Brothers Band and the Inside Story of the Album That Defined the ’70s e dell’e-book Reckoning: Conversations With the Grateful Dead. Pubblica regolarmente sul suo Substack Low Down and Dirty. Da Rolling Stone US.