Ci sono un sacco di grandi momenti nel film di Baz Luhrmann EPiC: Elvis Presley in Concert. Il mio preferito è quando Elvis sta facendo le prove nel 1969. È nel backstage a Las Vegas e indossa occhiali con le lenti viola grandi e meravigliosamente ridicoli. È pieno d’entusiasmo, parla di musica, ride coi musicisti. È l’antitesi degli stereotipi che lo descrivono come uno zombie imbottito di farmaci. E però non si riesce proprio a non fissare quegli occhiali. È solo una prova, il pubblico non c’è, perché allora quelle lenti viola? Ovvio, perché è Elvis.
È lo stesso atteggiamento spavaldo che l’aveva portato a presentarsi con un completo rosa alla sua prima audizione ai Sun Studios di Memphis, e all’epoca non era che ragazzino poverissimo del Mississippi. Ecco, questo è il vero Elvis ed è la star di EPiC. È il re come pura forza musicale, che di solito è l’ultima cosa che la gente nota. Il film è la dimostrazione che è di nuovo il tempo di Elvis. Negli ultimi dieci anni ha ritrovato un posto nella pop culture con ritratti come il documentario The King di Eugene Jarecki o Priscilla di Sofia Coppola, o ancora le memorie della figlia Lisa Marie. Questo è lo stato del Presleyverse nel 2026, a 70 anni da quando quel ragazzino impertinente è diventato la superstar più controversa del pianeta. EPiC riapre tutte le domande che si credevano chiuse. Com’è possibile che ci sia così tanta vita in un uomo morto? Come fa l’icona Elvis a evolversi di continuo? Cos’è che lo rende l’ossessione americana per eccellenza, dopo tutti questi anni?
Mentre lavoravano al biopic del 2022 Elvis, Luhrmann e il suo team hanno ritrovato 69 scatole di bobine perdute contenenti 59 ore di girato mai visto prima, conservate in un deposito in una miniera di sale nel Kansas. Si tratta soprattutto di scarti dei film-concerto Elvis: The Way It Is e Elvis on Tour. Il team di Peter Jackson in Nuova Zelanda ha usato il “trattamento Get Back”, restaurando il materiale e riportando in vita Elvis che incendia il palco nel 1969. Non ci sono commenti né testimonianze, l’unico narratore è lo stesso Elvis grazie a registrazioni audio inedite provenienti da una di quelle prove. Racconta la sua storia con una sincerità dolorosa e sorprendente. «L’immagine hollywoodiana che avevano di me era sbagliata e io lo sapevo», dice, «ma non potevo dire niente al riguardo».
Elvis cambia sempre, è in continuo movimento, demonizzato o riscoperto. Negli anni ’50 era disprezzato dagli arbitri del gusto come Ed Sullivan, Steve Allen e Bob Hope, che lo chiamava «Tennessee twitcher», una cosa tipo il contorsionista del Tennessee. Per Frank Sinatra la sua musica era «un afrodisiaco dall’odore rancido». Negli anni ’70 è stato deriso in quanto vecchia gloria di Las Vegas in tuta e paillettes. Negli ’80 è stato considerato un colonizzatore culturale. Simboleggia tutto ciò che in America è estremo: fama, corruzione, peccato, sesso, droga, il passaggio dalle stalle alle stelle, il declino e la caduta, la morte. Le accuse contro di lui cambiano continuamente, ma sono parte integrante della sua vitalità. La cosa peggiore che potrebbe capitargli post mortem è smettere di offendere, scandalizzare o spiazzare. Eppure è incredibile che, quasi 50 anni dopo la morte, resti un argomento di discussione. E forse questa è la cosa più americana che c’è in lui.
Ecco perché oggi tutti vogliono un pezzo di Elvis. Quando è morto, il colonnello Tom Parker ha promesso: «Continuerò a gestirlo». Lo ha fatto il mondo intero. Elvis è diventato più famoso che mai, probabilmente il morto preferito del pianeta. È avvolto da un alone di mistero e di mitologia: il rockabilly anni ’50, i ’70 imbottiti di farmaci, la Jungle Room, i francobolli, i panini al burro d’arachidi e banana. È sempre stato facile perderne l’essenza facendosi sviare dall’immagine. «L’immagine è una cosa, l’essere umano è un’altra», dice in EPiC. «Mettiamola così, è molto difficile essere all’altezza di un’immagine».

Circa 1970. Foto: Silver Screen Collection/Getty Images
Non molto tempo fa sembrava che l’icona culturale di Elvis stesse sbiadendo. Non era più controverso o coinvolgente come un tempo. Dieci anni fa, quando ho intervistato Greil Marcus, autore di studi definitivi sull’argomento come Mystery Train e Dead Elvis, abbiamo parlato del declino di Elvis come figura pubblica. Le cose sono cambiate. «Non mi sorprende che sia tornato», mi ha detto Marcus di recente. «La storia di Elvis continua a mutare, con sempre più registi che la riscrivono a modo loro. Non solo con il film di Baz Luhrmann, cheè notevole, forse non quanto la sua versione del Grande Gatsby, ma anche con tutta la serie di documentari usciti negli ultimi dieci anni».
C’è stato un Elvis per ogni epoca. Negli anni ’80 è diventato un’ossessione culturale con tutti quegli avvistamenti nei supermercati e nei centri commerciali: il Re morto e risorto a nuova vita. La teoria era che avesse inscenato la propria morte, visto che il nome sulla sua lapide era sbagliato (“Elvis Aron Presley” e non “Aaron”.) Negli anni ’90 l’America si è nuovamente innamorata di lui al punto che i film della serie Una pallottola spuntata potevano strappare una risata scegliendo come oggetto dell’amore di Priscilla Presley la star di Broadway Robert Goulet, una battuta per iniziati che sapevano quanto Elvis lo detestasse, al punto da sparare alla tv quando appariva il suo volto. Il re era più grande che mai. Sua figlia ha sposato Michael Jackson. Bill Clinton è stato il primo presidente-imitatore di Elvis ed è andato all’Arsenio Hall Show a suonare Heartbreak Hotel al sax (la sua preferita era naturalmente I Want You, I Need You, I Love You).
Le sue mosse di kung fu erano ancora potenti nei primi 2000, quando il remix di A Little Less Conversation ha fruttato l’ennesimo successo postumo. Eppure fino a poco tempo fa nessuno si concentrava sull’Elvis artista semplicemente perché era molto più facile ridurlo a metafora per qualunque teoria si volesse sostenere. È difficile immaginare un film così serio dieci o quindici anni fa.
EPiC documenta la cosa più misteriosa e inspiegabile di Elvis: la sua musica. L’arte che ha creato è stata a lungo oscurata dal mito. Basti pensare al biopic del 2022, che equivocava clamorosamente la sua storia musicale, un errore che il nuovo film riscatta. È attuale perché mette al centro la musica, l’unica parte della sua storia che nessuno può liquidare. Non entra nel tema delle droghe, menziona a malapena la famiglia. È il ritratto dell’artista nel 1969, a 34 anni, mentre torna finalmente sul palco. «Mi mancava», dice. «Mi mancava la vicinanza del pubblico dal vivo. Così, appena ho finito con i contratti cinematografici, ho ricominciato a fare concerti».
Ci sono immagini di Elvis negli anni ’50, quando era la figura più odiata e temuta della cultura pop, simbolo di liberazione sessuale, integrazione razziale, mobilità culturale, un hillbilly che andava dove non avrebbe dovuto. È sorprendente vedere con quanta fierezza e sfrontatezza Elvis rivendicasse tutto ciò. Un intervistatore gli chiede con disprezzo: «La chiami cantare, quella roba che fai?». Lui risponde col suo accento strascicato: «Be’, ho venduto cinque milioni di dischi, qualcuno la chiama sì cantare». Non è sulla difensiva, ha la sicurezza di un ragazzaccio sexy senza un filo di vergogna. Quando un giornalista più benevolo gli domanda: «Pensi di aver imparato qualcosa dalle critiche?», lui replica impassibile: «No».
L’America lo ha intrappolato nell’esercito, come ricorda con amarezza in EPiC: «Mi hanno chiamato alle armi e da un giorno all’altro era tutto finito». Non appena tornato dalla leva, Elvis è stato rinchiuso nella ruota da criceto di Hollywood, sfornando qualcosa come tre film all’anno. Alcuni erano ottimi nonostante tutto, come Blue Hawaii o il mio adorato Pazzo per le donne (oppure, dico sul serio, Bionde, rosse, brune…). Altri erano decisamente deliziosi, come Viva Las Vegas, con la sua musa Ann-Margret. Ma la maggior parte era spazzatura. Tocca il fondo con Change of Habit, una rom-com con Mary Tyler Moore nei panni di una suora, l’ultimo atto di un uomo disperato.
EPiC mostra Elvis che torna dai fan e riaccende la loro torrida storia d’amore. In un momento splendido canta Something dei Beatles e arrivato al verso “Something in the things she shows me”, scherza: «Testi molto allusivi!». Va avanti e indietro per la sala lasciando che le fan lo bacino, lo tocchino, gli scompiglino i capelli. L’isteria delle signore è uno spettacolo (il cartello migliore: “Kiss Me I Quiver”). In Polk Salad Annie infila battute e cambia le parole – “Got a little morphine, got a little hashish” – e face finta di farsi un tiro da una canna. Prende la chitarra per un medley di Little Sister e Get Back dei Beatles, canta a squarciagola successi recenti come Bridge Over Troubled Water, I Shall Be Released o il gospel Oh, Happy Day. Quando ha bisogno di bere un sorso d’acqua sul palco, annuncia: «Ragazzi, qui si secca tutto. È come se Bob Dylan si fosse seduto dentro la mia bocca».
Suspicious Minds è un’esplosione rock, il vertice sbalorditivo del film. Entra in una trance e trema in estasi insieme al pubblico, la musica sembra uscire da ogni suo poro fino al momento in cui fa un cenno alla band e la interrompe di colpo. Ottiene lo stesso effetto con Burning Love, così come con ballate come Can’t Help Falling In Love e I Can’t Stop Loving You. È il re, ma un re che vuole a tutti i costi conquistare il pubblico. Celebrità come Cary Grant e Sammy Davis Jr. vanno a vederlo. Il film si chiude ricordando che tra il 1969 e il 1977 Elvis ha fatto 1100 concerti, talvolta tre al giorno. C’è anche un bell’epitaffio poetico di Bono: «Elvis ha creato l’America prima che l’America creasse lui».

Nel 1972. Foto: Fotos International/Archive Photos/Getty Images
Oggi il suo fan più famoso d’America è il presidente, ossessionato dal fatto che Elvis incarna l’autenticità americana in tutti i modi in cui lui non può farlo. Continua a cercare di infilarsi in questa storia. Il caso più significativo: ha trasformato un comizio elettorale del 2024 in una specie di dj set restando rigido come uno zombie mentre Presley cantava An American Trilogy, che compare anche in EPiC. È il medley sulla Guerra Civile con Dixie, The Battle Hymn of the Republic e lo spiritual All My Trials. Marcus ne scriveva in Mystery Train: Elvis significa che «la sua persona e la cultura che ha creato mescolando blues, Las Vegas, gospel, Hollywood, sentimentalismo, Mississippi e rock’n’roll possono contenere qualunque America tu voglia evocare. È qualcosa di lincolniano; Elvis riconosce che la Guerra Civile non è mai finita». Ma la distanza tra Abraham Lincoln ed Elvis è nulla rispetto a quella tra Elvis e Donald Trump.
È per questo che la musica di Presley parla all’America di oggi. È stato fin dal principio un artista radicalmente ambizioso, oltre a tutto il resto. Il suo primo singolo per la Sun è il blues di Arthur Crudup That’s All Right, con accordi, parole e tono reinventati. Elvis aggiunse un verso di sospiri quasi femminili, cinguettando “I need your loooovin’!”, che oggi consideriamo il momento migliore. Ma sul lato B ululava Blue Moon of Kentucky di Bill Monroe, l’inno hillbilly appalachiano. Mettere insieme quei due pezzi nello stesso 45 giri, pezzo provenienti da due delle sottoclassi più disprezzate della nazione, rappresentava avere una visione rivoluzionaria dell’America. Ha scandalizzato la gente prima ancora che qualcuno sapesse come si muoveva o che aspetto avesse.
Metteva di tutto nelle session alla Sun, come Mystery Train, rielaborazione di Junior Parker che rielaborava la Carter Family, oppure I Don’t Care If the Sun Don’t Shine, un successo di Dean Martin scritto originariamente per la colonna sonora di Cinderella. Solo Elvis poteva incarnare nello stesso disco la voce di un bluesman e quella di una principessa Disney e questo perché nel profondo era entrambe le cose. Il suo catalogo è pieno di vette, pronte per essere riscoperte, insieme a cadute orrende persino peggiori di quanto si possa immaginare. Ci sono The Sun Sessions (psicosi rockabilly), Golden Records (macho megalomane), Elvis Is Back (maniaco del blues che inventa gli Stones), Blue Hawaii (luau del Tennessee), lo special televisivo 1968 Comeback (redenzione in pelle nera), From Elvis in Memphis (country-soul da padre di famiglia). La musica non è una nota a piè di pagina della sua leggenda. La musica è la sua leggenda.
Nel 1969 sognava di fare un tour mondiale. «Ci sono tanti posti in cui non sono ancora stato», dice in EPiC. «Mi piacerebbe andare in Europa. Mi piacerebbe andare in Giappone e in tutti quei posti. Non sono mai stato fuori dal Paese, se non durante il servizio militare». Non è successo perché era sotto il tallone del colonnello Parker, prigioniero nella gabbia dorata di Las Vegas. L’Elvis che vediamo qui è così pieno di vita da far intravedere il futuro alternativo che avrebbe meritato. Ha rifiutato il remake di A Star Is Born accanto a Barbra Streisand, un film che avrebbe potuto aprirgli nuovi orizzonti (il ruolo è poi andato a Kris Kristofferson). Avrebbe potuto girare il mondo o persino cominciare a dire come la pensava. Una delle scene più tristi è quando un giornalista gli chiede della guerra in Vietnam e della leva. Nei suoi occhi c’è il terrore. «Non posso dirlo», balbetta, come se i cecchini del colonnello Parker lo stessero osservando pronti a farlo secco per una parola sbagliata.
Avrebbe potuto fare ancora grandi dischi, era nel pieno delle forze. From Elvis in Memphis non è solo uno dei suoi migliori, è qualcosa di nuovo, con canzoni d’amore adulte e ruvide come Any Day Now, Gentle on My Mind e una delle sue interpretazioni più toccanti di sempre, True Love Travels on a Gravel Road. Ma con il Colonnello che lo teneva al guinzaglio, gli album sono diventati sempre più scarsi, con solo qualche bagliore occasionale, come la roca Hey Jude del 1972, i nove minuti dell’epica Don’t Think Twice, It’s All Right del 1971 o Hurt, uscita un anno prima della morte. Eppure EPiC non fa rimpiangere che sia finito così presto, ti fa restare ancora una volta sbalordito per quanto è stato bizzarro e straordinario il semplice fatto che Elvis sia esistito.















