‘So’, quando Peter Gabriel si è buttato tra le braccia del pop | Rolling Stone Italia
1986-2026

‘So’, quando Peter Gabriel si è buttato tra le braccia del pop

La passione per il soul e la tentazione del successo di massa. È una storia che è iniziata con l’ambizione dei primissimi Genesis di scrivere grandi hit e che non è ancora finita

‘So’, quando Peter Gabriel si è buttato tra le braccia del pop

Peter Gabriel durante il tour europeo di ‘So’

Foto: Goedefroit Music/Getty Images

Quando i futuri Genesis iniziano la carriera musicale hanno un’idea piuttosto chiara: diventare delle popstar. O più realisticamente – vista la timidezza dei componenti, appena 16-17enni – affermarsi come autori di canzoni di successo da affidare ad altri interpreti. Verso la fine degli anni ’60 l’incontro con il talent scout e produttore Jonathan King sembra dare forma concreta a queste aspirazioni. I giovani musicisti si adeguano rapidamente al suo diktat: scrivere brani il più possibile vicini al mondo dei Bee Gees, che in quel periodo dominano le classifiche con hit carezzevoli come Massachusetts. Emblematico, in questo senso, il primo singolo della band The Silent Sun, che ammicca in maniera evidente ai fratelli Gibb.

Il caso vuole che proprio in quel momento il panorama inglese venga scosso dall’irruzione dei King Crimson, che con In the Court of the Crimson King dimostrano che un’altra via è non solo possibile, ma necessaria. Per attirare l’attenzione non bastano più canzoni di tre minuti: occorre spingersi oltre, osare, contaminare, dilatare le forme. I Genesis arrivano all’esordio su 33 giri pochi mesi prima, cercando un equilibrio tra le imposizioni del produttore e l’influenza di chi, in qualche modo, ha preparato il terreno ai Crimson – Moody Blues, Nice e Procol Harum su tutti. Ma ben presto si ritrovano a subire il fascino dei mondi immaginati dal gruppo di Robert Fripp. Archiviato From Genesis to Revelation, il gruppo imbocca con decisione la strada aperta dai Crimson. Quello che verrà poi definito progressive rock diventa la loro lingua naturale e i capolavori che nasceranno continuano ancora oggi a risuonare.

Ma i Genesis non dimenticano le loro origini. Non sono nati proggers: le passioni adolescenziali erano il soul, il rhythm & blues e la spiritual music, e uno degli idoli di Peter Gabriel era Otis Redding. Nulla che sembra avere a che fare con ciò che avrebbero creato tra il 1970 e il 1975. Almeno in apparenza. In realtà, il pop continua ad affiorare qua e là. Si potrebbe discutere, per esempio, della presa irresistibile di una melodia come quella di Firth of Fifth, capace di incantare ascoltatori di ogni tipo e dunque, per natura, profondamente pop, pur immersa in un contesto integralmente progressive. Ma è soprattutto nei brani più compatti che questa inclinazione si manifesta con maggiore evidenza: I Know What I Like, la Lover’s Leap di Supper’s Ready, The Carpet Crawlers o ancor più Counting Out Time. Episodi brevi, costruiti su strofe e ritornelli ben definiti, più o meno immediati, più o meno memorabili.

È qui che la fiamma originaria del pop nei Genesis torna ad accendersi: in momenti che, inevitabilmente, finiscono per restare in ombra rispetto ai grandi affreschi degli album, ma che ne costituiscono una controparte essenziale. L’anima pop dei Genesis viene così armonizzata con il resto, in un momento storico in cui il formato singolo è guardato con sospetto. Le band “da album” devono restare tali, senza svendersi. È vero che Peter Gabriel, con i suoi travestimenti, riesce a incarnare un ideale perfetto di progstar, ma la tentazione del successo di massa resta qualcosa da maneggiare con estrema cautela.

Quando, nel 1975, il cantante abbandona la band, si trova di fronte a una serie di strade, tutte potenzialmente fertili. Lo spiega lui stesso nella celebre lettera al New Musical Express, dove immagina di poter diventare Bowie o Ferry, oppure dedicarsi al teatro, o ancora farsi ricoverare in un istituto di igiene mentale. Nella realtà, Peter Gabriel sceglie la strada che gli è più congeniale: l’art pop. Mette in fila quattro album densi di invenzioni, asciugando le trame genesisiane e aprendosi alle sollecitazioni del punk e della new wave, all’elettronica e alle musiche extra-occidentali. Le sue creazioni – soprattutto quelle, straordinarie, del terzo e quarto disco – arrivano a scuotere le fondamenta della popular music, anticipando scenari e linguaggi che sembrano già proiettati nel futuro.

In mezzo a tanta sperimentazione, però, come già ai tempi della band, riaffiora anche il pop: eccolo alle prese con le varie Solsbury Hill, DIY, Games Without Frontiers e Shock the Monkey. Singoli coerenti con il personaggio, capaci di catturare senza mai smettere di far pensare, che riescono anche a ottenere un certo riscontro. Eppure, proprio in virtù del suo intellettualismo rock, non contribuiscono davvero a spostare Peter Gabriel dal suo status di artista di culto. Conosciuto, stimato, capace di riempire teatri e persino palasport, ma lontano dall’essere una figura di massa. È una condizione che deriva anche dall’aver scelto, per gran parte della sua carriera, una musica senza confini. Un territorio affascinante, certo, ma lontano da una comunicazione davvero popolare. Peter Gabriel sembra quasi diffidare di ciò che è troppo immediato: i suoni da cui proviene non possono spingersi fino a una comunicazione diretta, devono restare in bilico, colpire la testa prima ancora che la pancia. Questo nonostante l’uso profondamente “terreno” che fa delle ritmiche care alla musica africana.

E Otis Redding, che fine ha fatto? Possibile che quell’antico amore (e si sa quanto pesi la musica scoperta in età adolescenziale) sia stato accantonato in favore di una ricerca sonora sempre più rigorosa? Viene il dubbio che Gabriel, in fondo, tema il successo. Che le sue stesse sperimentazioni siano diventate una sorta di maschera, non troppo diversa da quelle indossate sul palco ai tempi dei Genesis: un modo per proteggersi, per tenere a distanza l’esposizione più diretta. Del resto, c’è anche uno status di artista “intelligente” da preservare e il rischio di incrinarlo è dietro l’angolo. Lo sanno bene i suoi ex compagni, che il piede sull’acceleratore del pop hanno deciso di premerlo senza troppe esitazioni, raccogliendo sì un successo crescente, ma anche feroci critiche.

Poi accade qualcosa. L’amico Phil Collins ottiene un riscontro clamoroso: prima con una ballata dal sapore decisamente gabrieliano come In the Air Tonight – costruita attorno a un suono di batteria messo a punto proprio durante alcune sessioni con Peter – e poi con un esplosivo mix di pop e r&b. Collins, a differenza di Gabriel, non si fa troppi scrupoli: torna ai suoi amori giovanili e li plasma alla luce degli anni ’80, senza esitazioni. E con un gesto quasi liberatorio, si scrolla di dosso l’imponente bagaglio accumulato negli anni del progressive rock. A un certo punto Peter deve essersi detto: se lo fa lui, perché non posso provarci anch’io?

Nel 1986 nasce così il suo quinto album solista (lasciando da parte la colonna sonora di Birdy), il primo – dopo la serie di dischi omonimi – ad avere finalmente un titolo: So. Qui il cantante inglese abbandona i panni dello sperimentatore a tutti i costi e decide di aprire la propria musica a un pubblico più ampio. Spezza le catene, supera il trauma del prog, oltrepassa persino la paura di sputtanarsi. È un ritorno alle origini: Peter torna ad avere 15 anni, a lasciarsi guidare dall’amore per la musica nera. Non più soltanto quella africana, ma quella del soul, della comunicazione diretta, capace di arrivare lontano.

Peter Gabriel - Sledgehammer (HD version)

Inutile girarci attorno: il perno, musicale ma anche ideologico, di So è Sledgehammer. Metafora sessuale (e con la sessualità Peter Gabriel ha sempre giocato) e perfetto distillato di r&b anni ’80 che lo proietta in un’altra dimensione, senza però rinunciare allo spessore che da sempre lo caratterizza. Se Phil Collins gigioneggia con Sussudio, Gabriel non si abbandona mai del tutto al gioco: Sledgehammer è una hit conclamata, ma non scivola nel dozzinale. Anche quando sembra muoversi in territori più accessibili, introduce – forse inevitabilmente, forse inconsciamente – il proprio sguardo da ricercatore sonoro, rendendo il brano insieme immediato e sofisticato. Lo si avverte nella scelta dei suoni (con il Fairlight a imperare), nella costruzione armonico-melodica e, non da ultimo, in un video rivoluzionario che finirà per imporsi come uno dei più iconici del decennio. Questione di sfumature. Phil Collins non è mai stato un intellettuale della musica: anche nei momenti più brillanti alla batteria, in lui ha sempre prevalso un istinto profondamente popolare, a differenza dell’aristocratico Gabriel. A un certo punto Collins ha semplicemente lasciato che tale istinto prendesse il sopravvento, entrando subito in sintonia con il grande pubblico. Gabriel, al contrario, ha dovuto compiere un lavoro di scavo ben più complesso – e si avverte. La sua natura più riflessiva lo ha a lungo trattenuto, rendendo meno immediato il confronto con una dimensione più leggera e comunicativa. Ma alla fine ci arriva. E da quel momento smette i panni dell’autore di culto per assumere quelli di una vera popstar: una popstar pensante, certo, ma pur sempre popstar.

Il resto di So dimostra però che non c’è alcuna intenzione di riempire il disco di ammiccamenti soul. Un brano come Don’t Give Up – che, così come Mercy Street, risente in modo evidente del lavoro sulle atmosfere e sui suoni di Brian Eno – ottiene un successo analogo pur muovendosi in direzione opposta rispetto a Sledgehammer. Se quest’ultima è incalzante e fisica, il duetto con Kate Bush si fa impalpabile, rarefatto, sospeso. Eppure la melodia è straordinaria, l’intreccio vocale impeccabile, e il testo abbandona le ambiguità del passato per raccontare una storia di resilienza capace di parlare a chiunque. In Your Eyes sdogana definitivamente una personale idea di pop contaminato con la world music, mentre Red Rain si regge su un incedere ritmico di grande inventiva: la batteria non si limita a dare nerbo, ma diventa colore, atmosfera. È un suono che sembra anticipare decenni di musica a venire, ascoltato oggi è ancora attualissimo. In altri momenti riemerge il Peter Gabriel più introverso, ma sempre capace di ammaliare con una comunicazione più aperta. E, ormai senza più remore, c’è spazio anche per un nuovo episodio r&b: Big Time.

In definitiva, So restituisce l’immagine di un artista che ha finalmente lasciato cadere le proprie paure, scegliendo di consegnarsi, senza filtri, al pubblico. Che il Gabriel più creativo resti quello del terzo e quarto album è difficile metterlo in discussione, ma per una volta vale la pena sospendere il giudizio e accogliere, semplicemente, l’apertura verso il mondo.

Peter Gabriel - Till Your Mind Is Shining (Bright-Side Mix)

Da questo momento il pop diventa parte integrante del tessuto sonoro di Gabriel, ma è un pop che si plasma di volta in volta. Con il successivo Us le canzoni si fanno di nuovo più introspettive, attraversate da una vulnerabilità diversa dalla sintesi perfetta di So. Steam sembra una risposta speculare a Sledgehammer, mentre Digging in the Dirt incanala pulsioni psicologiche in una struttura immediata e martellante. L’influenza black non scompare, ma diventa una delle tante correnti che attraversano il suono, mentre la levità melodica di Blood of Eden la rende una nuova Don’t Give Up, con Sinéad O’Connor in sostituzione di Kate Bush.

Su Up Gabriel tenta di armonizzare la scrittura più semplificata dei dischi precedenti in strutture che si dilatano, con il ritmo che si fa più rarefatto e brani che sembrano sottrarsi a ogni urgenza comunicativa immediata. L’eccezione è la giocosa Growing Up e soprattuto The Barry Williams Show che rappresenta lo Sledgehammer-clone di turno: beffarda e contagiosa, un’esplosione di groove dentro un disco altrimenti cupo e rarefatto. Oltre vent’anni dopo, I/O fa intravedere spiragli di luce e consolida il pop-world gabrieliano fino a renderlo una sorta di gabbia dorata. Brani come Road to Joy o Olive Tree recuperano una dimensione immediata, mentre Panopticom lavora su un equilibrio tra accessibilità e stratificazione sonora.

Questo ci porta ai nostri giorni. Tra i brani del gemello di prossima uscita, O\I, Gabriel si sofferma in particolare su Till Your Mind Is Shining, spiegando che «in un certo senso mi riporta ai tempi della scuola. Prima ancora che esistessero i Genesis, cercavamo di essere più autori di canzoni che musicisti, canzoni pop o soul/R&B. Questo brano mi ricollega a quelle radici e al tipo di cose su cui lavoravo allora, cercando di padroneggiarle».