Serj Tankian: «Gli armeni lottano con un’autocrazia sostenuta da Putin: li difendiamo?» | Rolling Stone Italia
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Serj Tankian: «Gli armeni lottano con un’autocrazia sostenuta da Putin: li difendiamo?»

Una lettera aperta del cantante (vedi alla voce System of a Down) e attivista armeno-americano, ma anche un saggio storico e una richiesta accorata d'aiuto. C'entriamo anche noi europei

Serj Tankian

Foto: Travis Shinn

Nella settimana di settembre in cui è stata scoperta una fossa comune a Izium, in Ucraina, l’Azerbaigian ha sferrato una serie di attacchi brutali allo Stato sovrano dell’Armenia, facendo centinaia di vittime. Il primo dei due eventi è stato in prima pagina su New York Times, Washington Post e CNN, con denunce da parte dei leader mondiali e delle organizzazioni internazionali. Del secondo s’è parlato per un giorno ed è stato presto dimenticato.

La cosa non mi sorprende. Stanchi di sentire dei massacri che si svolgono in giro per il mondo, scegliamo le tragedie che c’indignano di più. La Russia di Putin è percepita come uno Stato canaglia, mentre la dittatura cleptocratica di Ilham Aliyev in Azerbaigian resta fuori dai radar. In un certo senso è comprensibile, visto che chiaramente c’è un giro di corruzione sotto, ma la situazione è complicata. Cercherò perciò di semplificare.

Nel racconto di una storia, la presenza di un cattivo da cartoon aiuta e sono perciò lieto di annunciare che tutto è iniziato con Joseph Stalin.

Il 4 luglio 1921, la rappresentanza nel Caucaso del Comitato Centrale del Partito comunista sovietico ha votato per annettere all’Armenia le regioni montuose della regione del Karabagh, che costituisce la parte più grande dell’attuale Azerbaigian, con il 95% della popolazione di etnia armena. L’idea era creare repubbliche coese dal punto di vista etnico all’interno dell’Unione Sovietica.

Il leader sovietico aveva altri piani, ben più ingegnosi: desiderava che le repubbliche non avessero un senso, per ridurre le possibilità che si costituissero in Stati indipendenti. E perciò all’indomani è intervenuto per integrare il Karabakh nell’Azerbaigian sovietico, come parte di una provincia autonoma. È stato un brutto colpo per gli armeni, che giungeva a pochi anni di distanza dalle grandi macchinazioni dall’alto che avevano causato la cessione delle città armene di Krs e Ardahan alla Turchia e di Naxçıvan all’Azerbaigian. Nel 1915, un milione e mezzo di armeni sono stati trucidati dai turchi, dando così origine al termine genocidio.

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, nel 1990, la stragrande maggioranza degli armeni della provincia di Nagorno-Karabakh ha votato a favore dell’annessione della regione da parte dell’Armenia. L’Azerbaigian ha reagito con massacri degli armeni in Azerbaigian e attacchi militari contro il Nagorno-Karabakh. Gli armeni hanno avuto la meglio a livello militare instaurando un modello di autonomia e democrazia libero dalla dittatura dell’Azerbaigian.

Poi è arrivato il 2020, anno in cui l’Azerbaigian, con l’aiuto della Turchia, è tornato all’attacco. Durante una guerra brutale durata 44 giorni, che ha provocato migliaia di vittime, l’Azerbaigian ha occupato il territorio conteso e ha deportato decine di migliaia di armeni. Non soddisfatto, Aliyev ora sta cercando di accaparrarsi anche una parte di territorio dello Stato sovrano dell’Armenia.

La Russia è storicamente garante della sicurezza dell’Armenia. Ma ora, distratta dalla follia delle ambizioni imperialiste sull’Ucraina, ha abbandonato l’Armenia per avvicinarsi a Turchia e Azerbaigian. Visto il disinteresse del mondo occidentale, gli armeni si sentono abbandonati al loro destino.

Si trovano di fronte un Azerbaigian deprecabile: è un Paese in cui vige pochissima libertà e i diritti umani sono ancora meno rispettati, ed è gestito come un’impresa privata dagli Aliev. Ilham, un autocrate della stessa pasta del Dottor Male in Austin Powers, ha ereditato il suo attuale feudo dal padre funzionario del KGB, ha eletto la moglie vicepresidente e amministra il Paese, ricco di risorse energetiche, come un bancomat per comprare il silenzio del mondo. Il suo alleato, il presidente turco Erdogan, è un autocrate islamico che comanda in una finta democrazia che opprime la minoranza curda, invade la Siria e minaccia Cipro, la Grecia e l’Armenia.

E poi c’è Putin, ma di lui sapete tutto.

Non vi sorprenderà apprendere che questo triumvirato di tiranni sta giocando una partita per i combustibili fossili incentrata… sull’Azerbaigian. In sostanza, hanno bisogno di far passare petrolio e gas naturali provenienti dall’Azerbaigian e dall’Iran verso la Turchia e i Paesi europei che li vorranno acquistare. Per farlo, devono creare un corridoio che attraversi l’Armenia. E vorrebbero avere il controllo su questo corridoio, il che spiega molto bene l’ultima invasione. In più, la Lukoil russa è padrona di circa il 25% delle riserve petrolifere dell’Azerbaigian nel Mar Caspio, per cui Putin resterà ugualmente un attore nel gioco, anche nel caso l’Europa rifiuti di comprare direttamente da Mosca.

Il malcontento degli Stati Uniti nei confronti di questo condotto è il motivo per cui alcuni politici americani stanno cercando di fare in modo che venga proclamato un cessate il fuoco che duri nel tempo. E spiega anche perché a settembre la speaker della Cameram Nancy Pelosi, è volata a Yerevan, la capitale dell’Armenia, e ha denunciato pubblicamente l’aggressione dell’Azerbaigian.

Ma l’Europa, ossessionata dalla propria sicurezza energetica, è stata incline a essere conciliante con Aliyev. Difatti Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha firmato di recente un accordo sul gas definendo Aliyev “affidabile” (cosa che, si dice, l’ha reso sufficientemente sicuro da attaccare l’Armenia poche settimane dopo).

Ma agli europei va bene stare a guardare mentre l’Azerbaigian fa pulizia etnica in Nagorno-Karabagh e in Armenia, in cambio di un incremento appena dell’1% nella fornitura energetica da parte di  Aliyev? Non credo proprio. Probabilmente la maggior parte degli europei non ne sa nulla.

Dovrebbero informarsi presso il Lemkin Institute, Human Rights Watch e le altre organizzazioni che hanno lanciato l’allarme per gli atti genocidi compiuti dall’Azerbaigian nei confronti degli armeni. Siamo parlando di un Paese, l’Azerbaigian, in cui i bambini vengono educati a odiare gli armeni, il che spiega i molti video in circolazione che ritraggono esecuzioni sommarie dei prigionieri di guerra da parte dei soldati azeri e orribili mutilazioni inflitte ai militari armeni e ai civili.

L’Azerbaigian è diventato un luogo da evitare per molti viaggiatori che sono stati nel Nagorno-Karabagh. È il caso di Anthony Bourdain, che ho avuto il privilegio di portare in Armenia nel 2017 per il programma della CNN Parts Unknown. Tony disprezzava Aliyev, Erdogan e Putin. L’ho avvertito che sarebbe finito nella lista nera e la sua reazione è stata del tipo «non me ne frega un cazzo».

Mi sembra che sia così per tutto quanti, ma in senso opposto.

Mi è stato detto che per via della copertura a tappeto della guerra in Ucraina e delle proteste in Iran le media company non hanno spazio per altre tragedie umanitarie internazionali. Riservare solo a certe vittime mietute dai nostri nemici internazionali è una forma ipocrita di empatia.

Mentre accade tutto questo, a Baku, capitale dell’Azerbaigian, si giocano partite di calcio internazionali, ci sono competizioni di Formula 1 programmate per la prossima primavera e artisti internazionali hanno annunciato date in teatri e sale da concerto.

Dovremmo prendere esempio da alcuni ucraini coraggiosi come Max Barskih che ha annullato un suo spettacolo dichiarando che «non mi esibisco nei Paesi che ne aggrediscono altri». O come la cantante ucraina Tina Karol, che ha cancellato il suo show a Baku e ha postato “Armenian Lives Matter” su Instagram. Sono grato per questi gesti di solidarietà.

È il momento di boicottare e sanzionare l’Azerbaigian, aggiungendolo all’elenco dei Paesi che commettono gravi violazioni dei diritti umani e si macchiano di crimini di guerra. Mai più… d’accordo?

Tradotto da Rolling Stone US.

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