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Sergio Secondiano Sacchi, il Tenco, il “galeatico” e noi giovani e belli

Guccini ricorda il direttore artistico del Club Tenco scomparso due giorni fa a 78 anni: le serate, l’invenzione di una finta lingua, le divergenze. E ci spiega perché con lui se ne va un’anima silenziosa della canzone d’autore

Foto: Club Tenco

Conoscevo Sergio Secondiano Sacchi da tempo. Erano gli anni ’70, e lui era già un grande appassionato di canzone d’autore. Mi seguiva con interesse quando non ero ancora noto, quando tutto era in costruzione e nessuno di noi immaginava che quella stagione sarebbe diventata qualcosa di più di un semplice momento musicale. Poi ci siamo conosciuti meglio al Club Tenco. È lì che il rapporto si è consolidato. Negli ultimi anni ci siamo visti meno, perché Sergio viveva vicino a Barcellona. Ma neanche la distanza lo poteva fermare.

In Spagna aveva fatto tradurre una serie di mie canzoni in catalano da artisti locali, e mi invitò a partecipare a due serate dedicate a me: mi ritrovai a cantarle insieme a quei musicisti, in una lingua che non era la mia ma che, in qualche modo, lo era diventata. Aveva contattato anche Joan Manuel Serrat, uno dei più importanti cantautori spagnoli, e grazie a lui mi trovai a tradurre La tieta, una delle sue canzoni più famose, che poi cantammo insieme e io pubblicai con il titolo La ziatta. Non la tradussi in italiano ma in modenese, perché l’italiano, con la sua struttura accentuale, mi sembrava meno adatto a restituire la musicalità del catalano. Sergio organizzò così un incontro tra me e Serrat per cantarla, lui in catalano e io in dialetto modenese, contemporaneamente. Spesso Sacchi aveva questo tipo di idee originali, decisamente imprevedibili e un po’ folli.

Con Antonio Silva, storico presentatore del Premio Tenco, si inventavano sempre qualcosa di nuovo. Ricordo, per esempio, il “galeatico”. Siccome Sergio aveva iniziato a portare al Premio Tenco i cantautori catalani, lui che non parlava spagnolo cominciò a parlare un finto catalano. Io lo seguii e nel dopo-Tenco ci dilettavamo in questo finto spagnolo mescolato al francese e al latino, fingendoci critici letterari e scopritori di opere straordinarie, mentre il povero Antonio Silva, nei panni dello studioso insipiente, cadeva dalle nuvole. Una sera esaltammo, in quella lingua, l’opera di un certo Homelette, tratto dall’Amleto, che Silva aveva tradotto in “frittata”, riprendendo l’assonanza dal francese “omelette”. Erano goliardate, ma facevano ridere. Un’altra volta Sergio favorì una sfida a barzellette tra me e Franco Battiato, che era un grande barzellettiere. Insomma, ci divertivamo con entusiasmo.

Sergio Secondiano Sacchi. Foto: Fabrizio Fenucci

A un certo punto, però, la svolta che diedero al Premio non mi trovò d’accordo. Venne Sergio Staino, il grande vignettista e presidente del Tenco, a parlarmene a casa mia, a Pavana, e gli manifestai le mie perplessità. Niente di feroce, semplicemente non ero d’accordo con le loro nuove scelte. Ma Staino fece una scenata incredibile, ingiustificata, e da allora non sono più andato al Tenco. Del resto, la rassegna nasceva nei primi anni ’70 e noi cantautori eravamo tutti giovani. Ora siamo tutti invecchiati e non ho più ritrovato quello che conoscevo allora, cioè la grande forza della canzone d’autore, almeno in apparenza. Del gruppo dei piemontesi è ancora vivo solo Carlin Petrini. Il tempo, lo sappiamo, fa il suo mestiere.

Sergio Sacchi, comunque, è stato una figura importante, anche se in secondo piano. Poco conosciuto dal grande pubblico, molto noto tra gli artisti e gli addetti ai lavori. Era una delle anime del Tenco per come lo avevo conosciuto e apprezzato io. La musica, con la sua scomparsa, perde una di quelle persone che lavorano dietro le quinte e tengono insieme le cose senza clamore. Non era l’uomo delle luci, certo, ma quello che accendeva gli interruttori. E adesso che non c’è più resta qualche canzone, qualche risata in un finto catalano, e l’idea che per un po’, almeno per un po’, siamo stati giovani e belli davvero.

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