Se volete capire chi è De Gregori, stasera guardate ‘Nevergreen’ | Rolling Stone Italia
Perfetto sconosciuto

Se volete capire chi è De Gregori, stasera guardate ‘Nevergreen’

Arriva su Rai 3 il film sulla residency a Milano. La musica come mestiere che si fa tenendosi lontani dalla retorica del capolavoro, dell’artista illuminato, del capopopolo con la chitarra. Il piacere di fare il cantante, e basta

Se volete capire chi è De Gregori, stasera guardate ‘Nevergreen’

Francesco De Gregori

Foto: Daniele Barraco

Se volete capire chi è Francesco De Gregori oggi, guardate Nevergreen. Perfette sconosciute, il documentario che va in onda questa sera su Rai 3. Il film diretto da Stefano Pistolini non dice nulla della storia, della biografia delle idee di De Gregori ed è questo il punto. Racconta in modo secco la residency al piccolo Teatro Out Off di Milano dove tra l’ottobre e il novembre 2024 De Gregori ha tenuto 20 concerti davanti a 200 persone alla volta, otto file di sedie, la sensazione di poter “toccare” la musica. Salvo qualche eccezione, in quel teatro De Gregori ha interpretato non le sue canzoni più famose, ma quelle che gli anglofoni chiamano deep cuts, quelle che non sono mai diventate evergreen, e quindi nevergreen, quelle che chiama perfette sconosciute anche se sono tali fino a un certo punto. Sentirete sì Alice e il valzer finale di Buonanotte fiorellino, ma anche Due zingari, San Lorenzo, Il cuoco di Salò.

Col suo stile secco, l’assenza di interviste frontali col protagonista, la mancanza di commenti e di “letture” dello spirito delle esibizioni, il film di Pistolini finisce per essere il ritratto di un cantante che vuole stare alla larga dai cerimoniali che ammorbano certi concerti, dall’idea di divismo e dal culto dell’artista, da ogni tentativo di intellettualizzazione della musica e dei suoi protagonisti. Guardatelo per capire che per De Gregori la musica è anzitutto un mestiere che pratica fuori dalla retorica del capolavoro, del capopopolo, del venerabile pensatore che indica la via. È esattamente quest’ultima l’idea che molti hanno avuto per anni di De Gregori, un’idea che lui cerca di toglierci dalla testa da tempo dicendoci con garbo “guarda che non sono io”.

Nevergreen non è un grande spettacolo, però ci mette davanti a una domanda: è questa un’idea di musica che abbiamo messo da parte, seppellita sotto migliaia di “iconico”, “evento” e “sold out”? È artigianato musicale da cui escono canzoni fenomenali che sono il centro di tutto e da cui l’autore si sfila. Non dobbiamo sapere per forza tutto di lui, chi è, chi frequenta, che cosa pensa del mondo. Ci sono le canzoni, quelle le sa fare bene e quelle ci prendiamo, con grande soddisfazione. Oppure, al contrario, vogliamo artisti che amano l’enfasi, che si esprimono anche fuori dal perimetro della canzone, che comunicano di continuo, che riempiono le nostra timeline?

Ecco perché guardando Nevergreen forse si capisce meglio da dove vengono le parole che De Gregori ha detto una decina di giorni fa durante la conferenza stampa di presentazione delle nuove date della residency che terranno a Roma e Milano tra ottobre e dicembre. Le trascrivo perché non sempre sono state riportate in modo fedele. Rispondendo a una domanda del giornalista di QN Andrea Spinelli a proposito del tour “politico” di Springsteen, De Gregori ha detto che «provo sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo che quindi ha una visibilità pubblica vuole schierarsi in maniera così netta e apodittica su questioni internazionali, perché il mondo che ci circonda va analizzato con estrema cura. Il proclama buttato giù da un palco o anche scritto in un appello mi lascia abbastanza indifferente. Gli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico, ma perché? Non sono abbastanza sensibili [le persone] per conto loro? C’è bisogno che Springsteen gli dica che è contro l’amministrazione Trump? Non credo. È un ruolo che non mi sento di condividere».

Rispondendo poi a una domanda di Renato Tortarolo del Secolo XIX, che gli ha chiesto di spiegare perché mai sarebbe sbagliato sensibilizzare le persone e come mai una posizione del genere venga da uno che da sempre sensibilizzato le persone, De Gregori ha detto: «Mio malgrado. Se lo faccio, lo faccio attraverso le canzoni che scrivo, non attraverso le cose che dico. Io non faccio proclami perché non mi sento superiore a nessuno per insegnare come si vive, come si legge un articolo di giornale o quale posizione prendere su Gaza o su Israele o sull’Iran. Non mi sento in grado di dare lezioni, ho le idee confuse anch’io e mi sembra onesto avere le idee confuse. Per citare Dylan, anzi per citare Whitman prima di Dylan: contengo moltitudini. Che vuol dire contengo moltitudini? Che il mio pensiero non è totalitario e quindi non mi sento in grado di dare lezioni a nessuno e nemmeno mi va di prenderle da nessuno, soprattutto da un cantante o da un uomo di cinema. Se devo andare a lezione da qualcuno, leggo forse un filosofo, non un uomo di spettacolo. Che titoli ha?».

Nevergreen è un piccolo documentario che però demistifica il culto del grande cantautore e, guarda caso, la messa in onda su Rai 3 arriva in coda al dibattito su queste parole. È evidente che retorica, proclami e pretese sono esclusi da tempo dal mondo di De Gregori. È uno sforzo preciso che ha fatto e lo si capisce anche dal tono di Nevergreen. L’unica autorità che riconosce per sé stesso è quella di autore di musica e parole. È solo un cantante e non c’è niente di male. Lo ripete da anni, molti non lo hanno ascoltato oppure capito e si stupiscono sentendolo dire che è onesto essere confusi in questo tempo, che non si sente in grado di dare lezioni a nessuno e chi lo fa con un’enfasi fuori scala gli crea un filo di imbarazzo. Forse è lui il perfetto sconosciuto.

Francesco De Gregori - Nevergreen I Trailer Ufficiale HD