Rolling Stone Italia

Se volete capire Beyoncé, guardate i suoi film musicali

Nei documentari emerge l’essenza dell’artista: leggenda vivente, ma anche madre, moglie, paladina della liberazione che valuta attentamente quanto rivelare di sé. E fra pochi giorni arriva ‘Renaissance’
Beyoncé nel tour di Renaissance

Foto: Kevin Mazur/WireImage/Parkwood

“A film by Beyoncé” è la formula che accompagna i passi più importanti della vita artistica di Beyoncé Knowles-Carter. È apparsa per la prima volta ai tempi di Homecoming (2019), il film-concerto con la storica esibizione al Coachella 2018. Ora sta per arrivare Renaissance: A Film by Beyoncé, che racconta il tour mondiale per il settimo album in studio della popstar. «In un mondo dominato dagli uomini, sono stata spinta a essere dura», dice Beyoncé nel trailer del documentario, che uscirà nelle sale americane il 1° dicembre. «Trovare un equilibrio fra la dimensione della maternità e quella del palcoscenico mi ha aiutata a ricordare chi sono». I film musicali sono il modo in cui l’ha raccontato.

Beyoncé ha cercato di bilanciare questo squilibrio e di svelare chi è veramente nei documentari che ha realizzato in questi anni. Da questa narrazione on-screen sono emergersi filoni tematici ricorrenti che legano artista e persona. L’abbiamo vista alle prese con ore e ore di prove estenuanti, riunioni di lavoro e session in studio, ma anche con gravidanze difficili e conflitti familiari. Le rivelazioni e le confessioni contenute in questi film raramente sono state divulgate per il semplice gusto di condividerle o per creare un falso senso di empatia. Questi momenti, spesso ambientati sullo sfondo di performance d’alto livello, fanno capire quanto debba essere rigida la divisione in compartimenti stagni nella vita di Beyoncé al fine consolidare la sua legacy e mantenere un saldo controllo su di essa.

«Essendo molto intelligente, ha capito quant’è importante essere proprietaria dei filmati», ha detto Ed Burke a Out, nel 2014. Il videomaker, ora visual director di Parkwood Entertainment, ha incontrato Beyoncé per la prima volta nel 2004 e l’ha seguita per il mondo tre volte in sette anni. «Filmavo ogni cosa, per 16 ore al giorno. Poi ha fatto un po’ marcia indietro. Abbiamo ancora un operatore video che la segue, ma non è più così folle».

Questo cambiamento rispecchia la decisione di Beyoncé di fare un passo indietro rispetto al meccanismo che regola l’industria musicale, dieci anni dopo la pubblicazione a sorpresa del visual album omonimo, una scelta fuori dalle regole che quasi tutti gli altri artisti devono seguire. È diventato più difficile che mai approcciare Beyoncé e la sua celebrità sfuggente mantiene sempre sul chi vive il pubblico. Anche Lemonade, il visual album del 2016, era un’opera autobiografica rivelatrice, se non altro perché era l’unico luogo modo gettare uno sguardo sul suo mondo.

«Sono sempre combattuta: quanto devo rivelare di me stessa? Come faccio a restare coi piedi per terra?», ha spiegato Beyoncé in Life Is But a Dream, il documentario HBO del 2013 da lei co-diretto. Il film la seguiva mentre si preparava alla residency di quattro serate ad Atlantic City, nel 2012, e nel momento in cui ha annunciato la gravidanza agli MTV Video Music Awards del 2011. Il tutto intervallato da immagini più personali, giù dal palco. «Come posso continuare a essere leale nei confronti dei miei fan e della mia arte? Come faccio a rimanere contemporanea, ma anche ad avere un’anima?», si chiedeva. «È la battaglia della mia vita. Quando salgo sul palco, posso uscire dal guscio, essere favolosa e sopra le righe, forte e potente quanto desidero».

In realtà, la faccenda è più complicata. Lo speciale I Am… World Tour del 2010, diretto da Burke, era in buona sostanza un film-concerto, ma ad essere eloquenti erano le riprese nel backstage. «Saranno quasi nove giorni che non faccio riposare voce e corpo», diceva Beyoncé. Viaggi e tournée stavano diventando pesanti. E lei ammetteva, parlando dei voli continui, delle esibizioni e del tempo trascorso in studio che «sono arrabbiata perché non c’è nessuno che si preoccupi del mio corpo e del mio benessere». Questo senso di sfinimento era però abbinato a un’esibizione infuocata, dal vivo, di Diva, con la stessa coreografia che avrebbe mostrato in Homecoming nove anni dopo. I movimenti erano pressoché identici, la capacità di performer era cambiate.

Nel periodo intercorso tra le due versioni Beyoncé è diventata madre di tre bambini, tra cui una coppia di gemelli nati meno di un anno prima di divenire la prima donna di colore a esibirsi al Coachella. «Certi giorni pensavo che non sarei mai più stata come prima, fisicamente, che non avrei avuto più la stessa forza e resistenza», diceva nel film diretto con Burke. «Molte coreografie si basano sul feeling, non sono molto tecniche. È la tua personalità a renderle vive. Ed è difficile farlo quando non ti senti te stessa». La dedizione all’arte della performance non era cambiata, la ricerca di un equilibrio era diventata più ossessiva.

«Non è facile gestire la vita con una bimba di 6 anni e due gemelli che hanno bisogno di me e allo stesso tempo impegnarmi creativamente e fisicamente», spiegava Beyoncé. «Non è più come prima, quando potevo provare per 15 ore di fila. Ho dei figli, ho un marito, devo prendermi cura del mio corpo». Come rivelava in Homecoming, ha dovuto sottoporsi a un cesareo d’emergenza giacché i medici non sentivano più il battito cardiaco di uno dei due gemelli. La sequenza ricordava il momento doloroso di Life Is But a Dream in cui Beyoncé, filmandosi da sé, parlava dell’aborto spontaneo affrontato prima di avere la prima figlia, Blue Ivy Carter, nel 2011. «La cosa più triste che mi sia mai capitata», diceva, ricordando la visita medica in cui le era stato comunicato che non c’era più battito cardiaco.

I frammenti più personali dei documentari precedenti di Beyoncé sono state spesso filmati in questo modo, non con una troupe al suo seguito, ma usando lei stessa vecchi Macbook o iPhone. In Life Is But a Dream, Beyoncé rafforza il tema della maternità che attraversa tutti questi lavori inserendo delle riprese in piscina del nipote Julez, figlio di Solange. Parla delle tensioni che il fatto di gestirsi autonomamente hanno creato col padre Matthew Knowles. In I Am… World Tour, valuta l’idea di volare per 25 ore, dalla Romania, solo per trascorrere 48 ore con Jay-Z e conta i giorni che mancano al loro ricongiungimento. È dai tempi di The Making of Dangerously in Love, del 2003, che l’oceano appae nei documentari di Beyoncé come luogo di pace e di fuga. Sia in Year of 4 (2011) che in Life Is But a Dream ci sono spezzoni di filmini di vacanze al mare. «Imparo da lei ogni giorno, soprattutto su come rendere personali, solo sue, le idee che proponiamo», ha detto Burke a Out. «Riesce a elevare ogni cosa».

Film come Homecoming e ora Renaissance gettano un raro sguardo sul lavoro dietro le quinte con cui si arriva alla presentazione su larga scala della musica di Beyoncé, i mesi cioè che precedono i grandi momenti di svolta culturale della popstar. In passato, invece, l’attenzione era rivolta soprattutto alla documentazione delle esibizioni. Film come Live at Roseland: Elements of 4 (2011) e The Beyoncé Experience Live (2007) erano riprese classiche dei concerti. Includevano qualche filmato risalente all’infanzia e ai primi anni con le Destiny’s Child, ma si soffermavano sui volti dei fan entusiasti fra il pubblico. Le uscite precedenti, come Year of 4 e The Making of Dangerously in Love, erano invece incentrate sulla lavorazione dei dischi.

Di recente, la popstar ha mostrato come si muove in studio in Beyoncé Presents: Making the Gift, del 2019, che racconta il dietro le quinte dell’album di musiche per Il re leone. I 40 minuti di documentario si concentravano sulle collaborazioni e sulle premesse culturali del disco, ma la si vedeva anche mentre incideva con Blue Ivy. Allo stesso modo, in Homecoming c’era la figlia che andava a trovarla in sala prove, a soli 6 anni. Durante il tour di Renaissance, Blue Ivy ha ballato al fianco della madre in alcune città durante My Power e Black Parade.

In un’intervista di poco tempo fa, Jay-Z ha ricordato il patto stretto con la figlia, prima di salire sul palco davanti a decine di migliaia di persone: «Se è qualcosa che vuoi fare, non puoi semplicemente farlo. Devi lavorare coi ballerini, devi impegnarti. E lei ha fatto le prove ogni giorno. L’ho vista lavorare sodo. Certi giorni doveva farsi impacchi refrigeranti alla schiena». È uno dei momenti più attesi fra quelli che potrebbero apparire nel prossimo film-documentario.

La scala delle produzioni di Beyoncé è aumentata costantemente, eppure lei continua a dirigere meticolosamente ogni singola performance, comprese quelle della figlia. In tutto questo, ha sempre lasciato spazio affinché i ballerini potessero raccontare le loro storie tramite i movimenti. In Year of 4, dopo essersi imbattuta su YouTube nel gruppo di danza mozambicano Tofo Tofo, li ha reclutati per imparare la loro coreografia e utilizzarla nel video di Run the World (Girls). «Dobbiamo farli conoscere», dice, «cambierà le loro vite». In Homecoming, una ragazza di colore dice quanto si senta onorata di essere una ballerina del Beychella, soprattutto perché sa che suo figlio, da grande, potrà vederla.

«Era importante per me che tutti quelli che non si erano mai visti rappresentati si sentissero su quel palco, con noi, a spaccare», diceva Beyoncé in Homecoming. «Mi sentivo come se il mondo cercasse di confinarmi in un angolino. E le donne nere si sentono spesso sottovalutate. Volevo che fossimo orgogliose non solo dello show, ma anche di tutto il percorso fatto. Orgogliose della fatica». Ha raccontato questa storia attraverso l’importanza culturale, spesso sottovalutata, degli artisti degli Historically Black Colleges and Universities (HBCU). Nel tour di Renaissance, il messaggio è stato amplificato dalla cultura queer black, che ha fornito una base solida per la performance, ma anche dalle decine di donne illustri (da Diana Ross e Grace Jones a Janet Jackson e Rihanna) i cui nomi sono stati fatti scorrere su uno schermo durante Break My Soul.

Beyoncé non ha mai documentato la carriera in modo autoreferenziale. L’ascesa al rango di icona culturale pop l’ha portata a essere percepita come una figura ultraterrena, illuminata, straordinaria e irraggiungibile per un pubblico che cerca il tipo di evasione che lei offre. Ma, a quanto pare, la sua presenza sul palcoscenico rappresenta la risposta a sfide umane, umanissime. Quando in futuro si discuterà del retaggio di Beyoncé, si capirà che questi documentari riflettono la storia di una leggenda, ma anche di una madre, di una moglie, di una paladina della liberazione. È la narrazione che lei stessa ha creato. «Quando mi esibisco, sono libera», dice Beyoncé nel trailer di Renaissance. «Lo scopo di questo tour era creare un luogo in cui tutti fossero liberi e nessuno giudicato. Ricominciare da capo, ripartire da zero, creare un mondo nuovo: è questo il senso di Renaissance».

Da Rolling Stone US.

Iscriviti