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Se vi siete persi ‘Exile in Guyville’ 30 anni fa, recuperatelo adesso

Nel 1993 Liz Phair era un’anomalia, una rocker che sfidava i luoghi comuni e prendeva a calci nel sedere il patriarcato rock. Oggi è una musicista di culto che ha ispirato generazione di autrici

Foto: Jeff Kravitz/FilmMagic

Trent’anni fa Liz Phair pubblicava il capolavoro indie rock Exile in Guyville, andando ad arricchire il canone delle weird girls. Liz era una normalissima ventenne nerd della scena indie di Wicker Park, a Chicago. Usciva tutte le sere per vedere gruppi hipster, frequentava i bar, collezionava delusioni d’amore. In quella specie di Città dei maschi, una Guyville appunto, era una delle tante, ma aveva un segreto che nessuno conosceva: quando tornava a casa, scriveva canzoni su quel che le capitava e le incideva col suo quattro piste, in camera da letto, con la chitarra.

Ha poi cominciato a pubblicare cassettine autoprodotte nascosta dietro lo pseudonimo di Girly-Sound. E lì è capitata una cosa curiosa: le cassette hanno iniziato a passare di mano in mano, chiunque le sentisse le duplicava per gli amici. È così che ho scoperto Liz Phair a inizio 1992, quando un amico mi ha messo Flower in una cassetta. Faceva uno strano effetto sentire questa voce piatta, nasale, da ragazza qualunque che, immersa nel fruscio creato dal nastro, cantava testi pieni di sarcasmo e libidine: “Mi scoperò te e pure la tua ragazza”. Nessuno aveva idea di chi fosse Girly-Sound, ma eravamo tutti curiosi.

Quelle canzoni sono diventate Exile in Guyville, uno dei migliori album rock mai pubblicati. «Non ero mai entrata in una sala d’incisione in vita mia», ricordava Phair l’anno scorso. «E non mi ero mai esibita su un palco. Avevo solo suonato delle canzoni nella mia camera da letto». Trent’anni anni dopo, Exile è sempre fortissimo grazie a classici come Fuck and Run, Mesmerizing e Divorce Song. Phair canta di delusioni d’amore, sesso, rabbia e indipendenza, con un bofonchiare da anti-rockstar del Midwest. Phair faceva a pezzi la categoria del “fuckboy” prima ancora che fosse inventato il termine.

Phair ha celebrato l’anniversario pubblicando una versione inedita di Miss Lucy registrata durante le session di Exile, ma esclusa dall’album per fare spazio a Flower. È un gioiellino firmato Girly-Sound costruito su una filastrocca che Phair e Brad Wood hanno recuperato e remixato. Quest’autunno l’artista sarà anche in tour per festeggiare l’anniversario: con la sua band, suonerà l’album intero e altri suoi successi. Partecipa anche al tributo a Nick Drake, The Endless Coloured Ways, in uscita il prossimo 7 luglio, rileggendo Free Ride, un classico tratto da Pink Moon.

Non si era mai sentito niente di simile a Exile. Autoproclamatasi rockstar, Phair era una fan che aveva oltrepassato il confine imbracciando una chitarra per scrivere le proprie canzoni ed esprimere le sue emozioni più vere con sarcasmo, onestà e un occhio spietato per i dettagli. Parte del filone del rock femminista degli anni ’90 (nel 1993 sono usciti tra i tanti i bellissimi dischi di PJ Harvey, Breeders, Bratmobile, Helium, Bikini Kill, L7), Exile era stato concepito come una risposta canzone per canzone al classico dei Rolling Stones del 1972 Exile on Main St. Ma alla fine suona originale: è lei, senza filtri, che s’infuria vivendo i suoi vent’anni. «È l’età della disillusione e della rabbia», mi ha detto Phair, «e credo che in Guyville ce ne sia parecchia. Se non sei incazzata a vent’anni, vuol dire che non t’interessa quel che succede intorno a te».

Guyville è diventato più importante che mai negli ultimi dieci anni. Come le protagoniste di queste canzoni, anche Exile è stata una ventenne dalla vita intensa e matta. Nessuno s’è accorto quando nel 2008 Phair ha pubblicato un’edizione speciale del disco per il quindicesimo anniversario. Ha anche girato un documentario sull’album, Guyville Redux, ma nessuno l’ha guardato. Quindici anni fa, non c’era grande interesse per le ribelli con la chitarra (altri tempi).

Nel frattempo l’album è rinato, arrivando a una nuova generazione di fan. L’etichetta di Phair, la Matador, ha pubblicato nel 2019 il box Girly-Sound to Guyville, che raccoglie i nastri leggendari di Girly-Sound risalenti al 1991. I fan millennial e quelli della Generazione Z sono in grado di capire Phair più di chiunque altro. Per chi fa musica, Exile rappresenta uno standard di realismo emotivo a cui aspirare.

Phair era convinta che nessuno avrebbe mai ascoltato le sue canzoni ed è per questo che si sentiva libera di affrontare temi tanto personali. «Lì canto davvero dall’angolo più intimo e privato della mia stanza», spiega Phair. «Credo che questo sia uno degli ingredienti magici di Guyville: ero sicurissima che non sarei mai salita su un palco. Mi dicevo: “Non lo farò mai, non lo desiderio proprio, che pessima idea sarebbe”. La gente sogna di esibirsi dal vivo di fronte a un pubblico, questo album invece è stato scritto dal punto di vista di una che voleva rimanesse un segreto».

Per Liz, e per i frequentatori della Guyville di cui cantava, il boom del suo piccolo progetto fai-da-te è stato uno shock. «Pensavo che poca gente avrebbe sentito il disco», racconta lei, «magari, nell’ipotesi più folle, 1500 persone, capisci? Mi sentivo al sicuro sapendo che la mia famiglia e i miei amici non avrebbero mai sentito le canzoni. Ero convinta che avrei parlato a persone che la pensavano come me, invece di dire: “Ma quanto è incasinata questa ragazza del Midwest, è da non credere!”. Che poi è ciò che sostenevano alcuni dei miei cugini. Dicevano: “Gesù, Elizabeth è uscita di testa!”. Sembrava che la mia vita stesse saltando in aria per via di un disco e la cosa a me ovviamente non stava bene».

La battuta più divertente nel documentario del 2008 la fa Nash Kato degli Urge Overkill, la più grande rockstar della scena di Wicker Park, nonché uno degli ispiratori del disco (Guyville era il titolo di un pezzo degli Urge Overkill e Kato ha tagliato la foto della copertina, scattata in una cabina per fototessere). All’epoca aveva a malapena idea di chi fosse questa Liz: «Scrive canzoni? Ha un cognome?».

Exile ha venduto 200 mila copie, pur uscendo per un’etichetta indipendente: un caso eccezionale per l’epoca. Le radio e MTV l’hanno ignorato, a parte qualche passaggio di Never Said a 120 Minutes. Ma, a sorpresa, il disco è diventato un successo mondiale, perché andava a toccare un nervo scoperto per tantissime persone. Per molti di noi è stato l’album che attendevamo da sempre. Come spiega Phair, «era una vita che aspettavo di dire queste cose».

Si diverte a giocare coi ruoli, godendosi il suo cosplay di Mick Jagger e spaziando dall’amore romantico alla lussuria più fredda e calcolatrice. In Girls! Girls! Girls! è una predatrice sessuale che approfitta di ogni uomo che incontra. Ma la canzone viene subito dopo Fuck and Run, dove confessa: “Voglio tutta quella roba vecchia e stupida, le lettere e le bibite”. «Volevo mostrare la contraddizione, volevo delineare una tipologia di donna complessa. È roba strana, ma allora la prendevo molto sul serio».

Uno di quelli che è rimasto colpito dai nastri originali di Girly-Sound è Brad Wood, un produttore della zona che suonava la batteria nella band leggendaria di Chicago degli Shrimp Boat. Ha aiutato Phair a creare un album che in mano a qualunque altro produttore sarebbe stato un disastro. Quando hanno inciso Exile nel suo studio, i due hanno scelto la strada della semplicità. Niente band: hanno suonato quasi tutto Phair, Wood e il chitarrista/ingegnere del suono Casey Rice. Nessuno è mai stato in grado di riprodurre il sound nervoso e asciutto di Exile. «Il merito è di Brad», dice Phair. «Lui mi ha insegnato molte cose sul minimalismo».

La musica ruota attorno alla voce sottile e alla chitarra fuori dagli schemi di Phair. In Fuck and Run o Mesmerizing non c’è nemmeno il basso. Wood si è ispirato a Colossal Youth degli Young Marble Giants, il classico del post-punk inglese del 1980, ma anche a Laser Guided Melodies degli Spiritualized. Phair, poi, è talmente incensata come narratrice e sottovalutata come chitarrista. «Penso che adesso finalmente goda di più credito», mi ha detto Wood. «Ci è voluto un po’ di tempo, ma ho sempre detto che è geniale, alla chitarra. In oltre 30 anni di attività non ho mai registrato nessun altro che abbia un approccio allo strumento come il suo. I suoi accordi sono costruiti in un modo che è più vicino a Glenn Branca che a Joni Mitchell».

Un’altra novità fondamentale nel sound è quella sua voce piatta del Midwest. «La mia povera mamma, di recente, mi ha dato qualche lezione di canto», racconta Phair. «Ho un timbro nasale e cantilenante e ormai non c’è più niente da fare. Piace a tutti, ma io lo odio quando mi risento».

Fin dall’uscita nell’estate del 1993, Exile è stato bersaglio di polemiche e, man mano che diventava un fenomeno culturale suscitava reazioni sempre più cattive e misogine. «Non avevo nessuno al mio fianco», ricorda Phair, «non avevo un manager, né uno svengali. Ero libera, non ero proprietà di nessun uomo, ed era strano». Gli abitanti di Guyville non hanno apprezzato il messaggio. «Mi stavo ribellando contro delle aspettative radicate, parlando, anzi gridando al vento, in piedi sull’orlo del precipizio. In un certo senso, era quello che pensavo di fare quando ero sul palco, anche se davanti a me c’era gente. “Cercherò di ignorarvi, mentre parlo al vento”».

C’è una foto notissima, scattata da Marty Perez, di Phair agli esordi. È sul palco di un club di Chicago e di fonte a lei ci sono volti maschili accigliati. Si anima non appena le si menziona la fotografia. «Era proprio quello il vento contro cui gridavo. Quelle erano le facce che vedevo ogni giorno e ogni volta che volevo dire qualcosa in musica. Sono le facce che vedo ogni volta che voglio fare qualcosa di diverso, nella mia carriera. Quella roba non è finita con Guyville, no. Una volta terminato il disco, mi sono resa conto che era solo l’inizio. Ho costruito un’intera carriera con quelle facce davanti».

E però oggi, nel 2023, Exile in Guyville è un disco più apprezzato e amato che mai. Con grande sorpresa di Phair, l’album ha ispirato tutta una nuova generazione di autrici, da Sophie Allison dei Soccer Mommy a Sadie Dupuis degli Speedy Ortiz. Phair è stata la prima eroina di  Lindsey Jordan degli Snail Mail. Al liceo aveva persino fondato una tribute band battezzata Lizard Phair.

«Invidio la loro sicurezza e la loro consapevolezza», ammette Phair. «Mi capita sempre, quando guardo i millennial e la generazione Z e vedo le giovani artiste come ero io: sono così complete. Hanno un vero spirito di autonomia che a me mancava».

«Ricordo quando ho scoperto il disco», mi ha detto l’anno scorso Marisa Dabice dei Mannequin Pussy. «Parlava proprio di ciò che provavo. È stato uno di quei momenti in cui ti senti come se qualcuno avesse trovato la tua voce interiore e avesse trasposto le tue emozioni in canzoni. Ci sono cose, in quel disco, che non avevo mai sentito esprimere da una donna prima, se non nella mia testa».

Phair ha sempre sperato che Exile divenisse fonte d’ispirazione per altre donne, così che raccontassero le loro storie. «Questo è un appello rivolto a tutte le ragazze che sono in grado di lottare», diceva nel primo articolo uscito su di lei su Rolling Stone, nel 1993. «Uscite e datevi da fare. Non ci sono abbastanza voci femminili nella cultura popolare. È un cazzo di crimine». Finalmente il suo desiderio si sta avverando.

Phair avrebbe potuto spremere la formula di Guyville all’infinito, ma ha continuato a cambiare, facendo musica che riflette le varie fasi della sua vita. Whip-Smart è sul podio con Exile, grazie a gemme da sempre sottovalutate come May Queen, Crater Lake e la title track. Whitechocolatespacegg del 1998 tende a parlare ai neogenitori, mentre l’album omonimo del 2003 è per chi sta divorziando. Ha scritto un’autobiografia intitolata Horror Stories. Ha anche lavorato nuovamente con Wood per realizzare l’eccellente Soberish (2021), quello col motivetto sbarazzino Bad Kitty. Ma Exile rimane il cuore della sua leggenda per avere fissato un nuovo standard di coraggio e onestà emotiva che è rimasto inalterato da allora. Ecco perché Exile è un album che da 30 anni fa sentire le persone meno sole.

Da Rolling Stone US.

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