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Se questa è una serata di cover

Cover che non sono cover (Gianni, alza le manone e confessa: è anche colpa tua), ospiti che diventano protagonisti, reinterpretazioni povere, medley folli, festa di paese. Ricapitoliamo

Foto: Daniele Venturelli/Getty Images

Gianni, alza le manone e confessa: è anche colpa tua. L’anno scorso Morandi ha portato nella serata delle cover di Sanremo un assaggio di greatest hits, suo e del suo ospite quasi a sorpresa Jovanotti. Facendolo, ha aperto tutte le porte alle cover di sé stessi. Qualcuno ha mugugnato, il regolamento è stato cambiato. È il lodo Morandi: «Non si esclude la possibilità che un Artista possa scegliere un brano da egli stesso pubblicato nel periodo sopra indicato, previa valutazione e autorizzazione del Direttore Artistico». È quello che è successo ieri: cover che non sono cover, ma anche ospiti che diventano protagonisti, reinterpretazioni povere, medley folli. Ricapitoliamo.

Coveristi presso sé stessi

Ieri sera, nella serata delle cover e dei duetti, gli Articolo 31 hanno fatto un medley degli Articolo 31, Paola & Chiara hanno cantato Paola & Chiara, Gianluca Grignani è partito con Arisa con Destinazione paradiso, i Cugini di Campagna hanno rifatto per la milionesima volta Anima mia, Giorgia ha giorgiato su Di sole e d’azzurro, l’Anna Oxa venti-ventitré ha evocato di pirsona pirsonalmente l’Anna Oxa diciannove-settantotto. Forse nel dialetto intemelio “cover” significa riedizione di una canzone di successo eseguita dall’interprete originale. Stai a vedere che abbiamo pagato 400 euro per vedere Madonna che a novembre farà un concerto di cover.

Il feat diventa, ehm, superospite

E poi c’è il fenomeno dei big che escono dalla porta della competizione e ci rientrano dalla finestra dei duetti, diventando ospiti. Anzi, superospiti come usa dire nella neolingua sanremese. I casi più clamorosi di ieri: Eros Ramazzotti, Biagio Antonacci, Edoardo Bennato. Arrivano e fanno il loro concertino breve di fronte al pubblico dell’Ariston. Avrebbero potuto fare la stessa cosa, e meglio e senza il peso morto dei concorrenti, nei tre giorni precedenti, come Al Bano-Ranieri-Morandi, ma in quota ottanta nostalgia (e anche un po’ novanta). Comunque, loro arrivano, cantano, trionfano, segue standing ovation. Alzati Ariston che si sta alzando la storia della canzone popolare.

La sparizione del concorrente

A volte, anzi spesso, affiancato dall’ospite ingombrante il concorrente che televoto, demoscopica e sala stampa devono giudicare sparisce, un po’ perché non c’è bisogno che faccia granché, un po’ perché non è all’altezza del riverito feat e se ne sta lì ad assorbire gratis la magnificenza dell’altro. E comunque, ingrassati a botte di streaming e dischi d’oro, non entrerebbero nei panni dei loro ospite manco digiunando per due settimane, come ha fatto Carlà. Alla fine però vincono tutti: l’Artista in gara (con la A maiuscola, come da regolamento), l’ospite, l’audience. Tutti tranne quelli che vorrebbero vedere questi cristiani interpretare canzoni altrui, non diventare i feat dei propri feat. Il che ci porta a una domanda.

Ma sappiamo cos’è una cover?

C’è stato un tempo in cui la cover non era un momento karaoke, ma un lavoro di bell’artigianato musicale e in qualche caso persino artistico. Significava prendere un pezzo, isolarne un significato o persino inventarne uno nuovo, enfatizzarlo con l’interpretazione vocale, l’arrangiamento, la produzione. Fare insomma una canzone vecchia, ma anche nuova. Qualcosa ieri sera s’è intravisto, per carità, ma prevale la tendenza «tutti insieme oh». Lasciateci cantare, siamo italiani veri. D’accordo, è Sanremo, mica Jimi Hendrix che rifà All Along the Watchtower, ma quest’idea di cover è miserella.

Il medley insensato

Aboliamo il medley. Per regolamento: «All’Artista che proporrà un medley non sarà concessa la possibilità di ricantare la canzone in gara. Nella serata finale di sabato dovrà invece interpretare per quattro minuti le mosse del violoncellista-illusionista di Anna Oxa». Qualche attivista digitale faccia partire una raccolta firme su Change.org.

Signò, sè svampato l’heritage

Pensata come il momento in cui Sanremo celebra la propria storia, la serata dei duetti e delle cover è diventata quella in cui puoi svaccare di brutto. La ricreazione. A volte lo spettacolo ci guadagna, perché diventa celebrazione d’un patrimonio (extra Sanremo) condiviso. A volte c’è la sensazione di stare a una festa di paese (o di strapaese, vista l’aria che tira). Un tempo si richiedeva di cantare solo ed esclusivamente pezzi presentati in passato al Festival. Poi ci siamo fatti andare bene tutte le canzoni italiane, quindi anche le internazionali. E ora non troviamo più il punto dove finisce Sanremo e inizia Arena Suzuki dai ’60 ai 2000.

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