Ed Sheeran e Macklemore, se il pop non si occupa di politica, è la politica a occuparsi del pop | Rolling Stone Italia
Ed, di’ qualcosa

Se il pop non si occupa di politica, è la politica a occuparsi del pop

Messo spalle al muro dal miliardario Robert Kraft per il quale il rapper «semina odio», Ed Sheeran ha scaricato Macklemore. «Non prendo posizione», dice il cantautore, ma non sempre è possibile tenere la realtà fuori dagli stadi

Se il pop non si occupa di politica, è la politica a occuparsi del pop

Ed Sheeran e Macklemore nel 2014 all’iHeartRadio Music Festival

Foto: Ethan Miller/Getty Images for iHeartMedia

La cosa più politica fatta da Ed Sheeran non è la canzone con gli U2 sulla guerra in Ucraina. È l’esclusione di Macklemore dal suo tour. Il cantautore di Thinking Out Loud desidera mantenere il suo status di popstar per tutti e quindi evitare di prendere posizioni politiche nette. Messo però con le spalle al muro da un ultimatum che ha messo a serio rischio la sua tournée americana e con essa il lavoro di centinaia di persone, ha acconsentito all’esclusione del rapper che avrebbe dovuto aprire i suoi show negli stadi. Scontrarsi con le forze che hanno voluto la cacciata di Macklemore sarebbe stato forse un gesto fin troppo audace e autolesionista, ma ne sarebbe uscito meglio pronunciandosi in difesa della libertà di parola, anche quando le parole in questione feriscono qualcuno.

Nel caso non abbiate seguito la vicenda, Macklemore è stato scelto per aprire i concerti di Sheeran negli stadi degli Stati Uniti. I due sono una strana coppia. Da una parte un cantautore pop “largo” e dal repertorio notoriamente blando, dall’altra un rapper americano noto per le prese di posizione forti e il carattere politico delle sue canzoni spesso legate a fatti di cronaca e movimenti della sinistra americana. A unirli un’amicizia che va avanti da una dozzina d’anni.

I problemi sono nati dopo i concerti del 4 e del 5 settembre al MetLife Stadium, nel New Jersey. «Uno dei motivi per cui faccio questo tour in posti come questo è per dire due parole che mi sono molto care: free Palestine», ha detto Macklemore sul palco. «Voglio dire forte queste parole in modo che la gente a Gaza e nella Cisgiordania occupata sappia che non ci siamo dimenticati di lei». Il rapper ha anche mostrato immagini della devastazione provocata a Gaza dall’esercito israeliano e ha cantato Hind’s Hall, il pezzo legato alle manifestazioni pro Palestina nei campus americani e in particolare alla Columbia University. La canzone cita nel titolo l’aula ribattezzata così dagli studenti in memoria di Hind Rajab, la bambina palestinese uccisa a Gaza.

Non sarebbe probabilmente accaduto nulla se Macklemore si fosse esibito in un altro contesto, ormai non si contano più i «free Palestine» detti ai concerti, ma portare presso il grande pubblico americano quel tipo di messaggio ha sollevato proteste e una raccolta firme per la sua esclusione organizzata da dall’Israeli American Council, organizzazione non profit che mira a difendere e rafforzare l’identità degli ebrei e di Israele negli Stati Uniti. «Si trattava di un concerto di Ed Sheeran, non di un comizio politico, non di una manifestazione di protesta e nemmeno di un evento di attivismo», si legge nell’appello. «Il punto non è stabilire se Macklemore abbia il diritto di avere delle opinioni politiche. La questione è dove debba essere tracciato il limite quando un artista chiamato ad aprire un concerto utilizza una piattaforma globale come quella di un tour per portare avanti un’agenda politica unilaterale. La questione diventa ancora più problematica quando il messaggio si basa su immagini selezionate, una narrazione faziosa e affermazioni controverse presentate a un pubblico enorme come fatti incontrovertibili, senza fornire il contesto, né riconoscere la complessità della situazione».

Alla fine il team di Sheeran ha deciso di escludere Macklemore dalle restanti date del tour statunitense su pressione del miliardario Robert Kraft, proprietario della squadra di football dei New England Patriots e del Gilette Stadium di Foxborough, non lontano da Boston dove nel 2027 suoneranno anche gli Oasis e dove Sheeran è atteso il 25 e 26 settembre. A dare la notizia è stato il rapper in un lungo messaggio, la parziale conferma è arrivata da Kraft, unitamente alle motivazioni che lo hanno spinto a fare pressioni sul team di Sheeran e che riassumerei così, in una sorta di par condicio pop: le sofferenze del popolo palestinese sono reali, ma non è giusto rappresentarle su un grande palco senza tenere conto delle responsabilità di Hamas.

L’imprenditore e dirigente sportivo, cresciuto in una famiglia ebrea praticante, tra i creatori della Foundation to Combat Antisemitism e promotore della campagna Stand Up to Jewish Hate, attore di un certo peso sulla scena politica, non si sarebbe limitato a ritirare la disponibilità del Gilette Stadium, ma avrebbe convinto altri proprietari degli stadi a fare altrettanto, o almeno questo è quello che racconta Macklemore. Non è dato sapere se ad esempio siano giunte pressioni anche da chi gestisce il Raymond James Stadium di Tampa, Florida dove lo scorso 28 giugno si è esibito Kanye West nonostante le polemiche nate dalle dichiarazioni (e dalla canzone) su Hitler, il nazismo e gli ebrei.

In un comunicato Kraft ha spiegato che all’origine della decisione ci sono «le azioni, il materiale diffuso dal palco durante i concerti di Ed Sheeran nel New Jersey e una storia più ampia di retorica e immagini antisemite che riteniamo siano state profondamente offensive e dolorose per la comunità ebraica». Il riferimento è a un’esibizione del 2014 all’Experience Music Project Museum di Seattle in cui Macklemore ha impersonato una caricatura dell’ebreo considerata antisemita. All’epoca il rapper ha chiesto scusa, ha detto di non avere «previsto che quel travestimento sarebbe stato interpretato in quel modo» e che la vicenda lo rattristava. Si sarebbe travestito in quel modo per non farsi notare dai fan e sorprenderli.

Nel messaggio condiviso ieri, il rapper non torna su quella vicenda, ma scrive che l’antisemitismo è uno dei modi più efficaci per silenziare le persone che parlano di quel che succede a Gaza e in Cisgiordania. «L’antisemitismo esiste ed è troppo importante perché lo si usi come scudo contro le critiche allo Stato di Israele». Comunque la si pensi, un episodio di 12 anni fa per il quale il rapper ha chiesto scusa non dovrebbe avere un peso sul giudizio che si dà alle parole che ha detto nel New Jersey, il cui carattere e la cui esattezza non dipende da quel travestimento. Le parole andrebbero giudicate per il loro valore, non per la condotta passata di chi le dice.

L’azione di Kraft, si legge nella nota, si basa sul desiderio di «garantire un ambiente accogliente per tutti gli ospiti e assicurarci che gli eventi organizzati nella nostra sede non diventino una piattaforma per l’incitamento all’odio», cosa che secondo lui sarebbe accaduta nei due concerti nel New Jersey. Nella nota, Kraft non conferma né smentisce quanto scritto dal rapper, secondo il quale sarebbe stato l’imprenditore a convincere altri proprietari degli stadi a dare un simile ultimatum al team di Sheeran. Kraft aggiunge che «la decisione non mira a sminuire la sofferenza dei palestinesi innocenti, né a negare a nessuno il diritto di difenderne gli interessi. Il dolore e le morti sono reali. Ma tale difesa non dovrebbe andare a discapito della comunità ebraica né oscurare la responsabilità di Hamas… Sono d’accordo con Macklemore. Sono state perse troppe vite e c’è stata troppa sofferenza, ma limitarsi a diffondere solo certe informazioni e ignorare le azioni di Hamas non è onesto e non fa altro che alimentare ulteriori divisioni e odio».

 

 
 
 
 
 
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In mezzo oltre a Pink – a questo link il suo messaggio sulla vicenda, sollecitato dalle polemiche nate dopo un suo repost – c’è ovviamente Ed Sheeran, che almeno fino ad ora sembra determinato a tenere la realtà fuori dal suo mondo pop. L’ultimo post del suo account Instagram risale a sei giorni fa, ovvero dopo le proteste e la raccolta firme contro Macklemore, e ignora bellamente quanto accaduto, lanciando invece un giochetto che consiste nell’abbinare i mesi dell’anno ai titoli delle canzoni di un suo album. Non c’è stata alcuna presa di posizione pubblica sulla faccenda che pure lo riguarda in prima persona. Per avere una vaga idea di cosa possa avere detto e pensato bisogna affidarsi a Macklemore, che nel suo messaggio racconta l’amicizia col cantautore. «Ci conosciamo da 13 anni. Abbiamo condiviso serate, session in studio, palchi». Lo considera insomma un fratello. «E proprio per questo abbiamo avuto alcune difficili conversazioni nell’ultima settimana. Il tipo di discussione che pur essendo radicata nell’affetto e nel rispetto reciproci finiscono in un sostanziale disaccordo».

Macklemore riconosce che dopo l’ultimatum di Kraft, Sheeran «era in una posizione di merda. E lo sapeva. Il suo voler essere apolitico non è mai stato messo in discussione in questa maniera. Mi ha detto che le parole “Free Palestine” e l’immagine della bandiera palestinese hanno infastidito molte persone con cui ha parlato», un possibile riferimento al fatto che per alcuni lo slogan “Free Palestine”, così come “Palestina libera dal fiume fino al mare” implicherebbe la distruzione dello Stato di Israele. «Gli ho risposto che se quelle parole sono più offensive di decine di migliaia di bambini palestinesi uccisi da Israele, allora c’è un abisso tra quello in cui credono loro e quello in cui credo io. Ma non è riuscito ad andare oltre la sua facciata pubblica secondo cui “io non prendo posizione”». E del resto in certi casi, senza scadere nella retorica assurda del «chi non parla è complice», non prendere posizione finisce per segnalare una presa di posizione, come è successo al contrario con i tanti artisti che si sono schierati a favore dei Kneecap e hanno ignorato la cancellazione dei concerti di Jonny Greenwood.

Secondo Macklemore, Sheeran e altri non si esprimono perché farlo «costa soldi, accordi coi brand, sponsorizzazioni, festival, concerti privati, relazioni, accesso. Io ho perso tutte queste cose. Ma non può esserci neutralità tra l’oppressore e l’oppresso. Quando una parte ha bombe e l’appoggio finanziario e militare senza fine dell’America, rifiutarsi di prendere posizione non ti colloca al centro». Se Sheeran gli avesse dato la possibilità di dire “Free Palestine” in quel contesto, ovvero concertoni mainstream da stadio negli Stati Uniti, «avrebbe significato implicitamente che era d’accordo con quelle parole» e magari altri artisti di quel calibro avrebbero fatto lo stesso. «Forse è per questo che è stato importante silenziarmi».

Macklemore si augura che l’episodio non significhi la fine dell’amicizia con Sheeran. Si augura che entrambi continuino a «studiare quel che sta accadendo in Palestina e fare i conti con quello che la neutralità significa in un momento come questo. La mia porta è sempre aperta per continuare la conversazione». E ancora: «Non ho avuto bisogno di dieci concerti con Ed. Me ne sono bastati due. Due occasioni per stare di fronte a 90mila persone e dire parole diventate in qualche modo pericolose: free Palestine. Se queste parole mi costano la possibilità di salire sul palco, ma mettono al centro della discussione la Palestina, vuol dire che è stato il tour di maggior successo della mia vita».

Dietro alla decisione di Sheeran ci sono motivazioni economiche comprensibilissime e la responsabilità derivante dalla gestione di un grande tour e quindi una azienda. C’è sicuramente la volontà di considerare il pop un terreno neutro, entro cui tenere tutto e tutti, e pensare gli spettacoli come momenti di evasione che non devono urtare la sensibilità di nessuno. Può esserci anche un sincero disaccordo con le parole di Macklemore, come si evince dal post del rapper, forse la convinzione che la realtà sia molto più complessa di come la descrive l’amico e il timore che dietro agli appelli per la Palestina ci sia la noncuranza se non il disprezzo per l’esistenza stessa di Israele, l’idea che togliere Hamas dall’equazione sia iniquo. Che lo dica, però.

Forse Sheeran si esprimerà o forse il suo piano è continuare quanto più serenamente possibile la tournée facendo finta di niente, aspettando che un’altra notizia prenda il posto di questa e che la polemica si plachi. Ma in situazioni del genere, se il pop non si occupa di politica, è la politica a occuparsi del pop. Non si tratta di prendere posizione come si trattasse di una partita di calcio, ma di difendere la libertà di parola, eventualmente correggere cose dette da Macklemore senza censurarlo, e soprattutto contrastare la possibilità che il potere economico rappresentato da Kraft decida chi può o non può esibirsi su un palco. È una cosa su cui tutti dovrebbero essere d’accordo, dai Kneecap che sono finiti in tribunale per avere sventolato le bandiere di Hezbollah a Boy George che canta “tu dici genocidio, io dico guerra”.