Se entri nel mondo dei Mary in the Junkyard non ne esci più | Rolling Stone Italia
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Se entri nel mondo dei Mary in the Junkyard non ne esci più

Sono in tre, vengono da Londra, hanno pubblicato un disco d’esordio promettente. L’incantesimo freak di ‘Role Model Hermit’ spiegato dal gruppo. C’entrano alberi, sfere magiche, viole e violoncelli

Foto: Griffin Lotz per Rolling Stone US

In primavera Clari Freeman-Taylor si è vista con un’amica al Green-Wood Cemetery di Brooklyn. Ha passato con lei qualche ora piacevole e dopo averla salutata ha continuato a vagare da sola per i due chilometri quadrati del cimitero. «Pensavo a come mi piacerebbe essere sepolta, niente di particolarmente macabro. Non voglio una tomba, preferirei essere sepolta direttamente nella terra, completamente nuda, sotto un albero, così che l’albero possa assorbirmi».

Dopo un po’ si è accorta che si era persa e aveva la batteria del telefono scaricata. Doveva tornare a Manhattan per suonare col gruppo. «Ho camminato in una direzione finché sono riuscita a uscire. Ho disegnato una mappa dettagliata di New York e alla fine sono arrivata al concerto».

La testa fra le nuvole di Freeman-Taylor ha portato i Mary in the Junkyard in posti interessanti. Lei canta e suona la chitarra, la bravissima Saya Barbaglia il basso e la viola, David Addison la batteria. Sono amici di lunga data, vivono nella zona sud di Londra e quando li incontro stanno per pubblicare uno degli album d’esordio più belli dell’anno, quel Role Model Hermit poi uscito il 3 luglio. È un disco malinconico, teso, originale e lo portano in giro facendo concerti affascinanti. Vai in un locale dove si esibiscono i Mary in the Junkyard, io l’ho fatto ad esempio alla Bowery Ballroom, e ti sembra entrare in un antico e irripetibile rito celebrato in un bosco.

La mattina dopo il concerto al Bowery – una serata benefica a favore di War Child UK con l’irlandese Dove Ellis come co-headliner – i tre mi danno appuntamento in una caffetteria del centro. Mi raccontano che quando vengono a New York raramente prenotano un hotel, perché sanno che una sistemazione salterà fuori. Come nel 2024, quando hanno detto sul palco che avevano bisogno di un posto dove dormire e tra il pubblico c’era il compagno storico di Marina Abramović che li ha invitati a stare da loro. «Se prenoti un posto dove stare, la magia non si può manifestare».

L’estetica fuori dal tempo dei Mary in the Junkyard ha a che fare con l’infanzia di Freeman-Taylor a Kimpton, un piccolo villaggio a un’oretta a nord di Londra. Ha entrambi i genitori impegnati in attività creative – il padre porta in tour uno spettacolo comico insieme al gemello, la madre canta e realizza documentari – e conosce a menadito tutti i sentieri dei boschi della zona. «Passavo ore fuori da sola, a stare con me stessa, a parlare con me stessa. Per un certo periodo pensavo di essere pazza. Con gli alberi ci parlo ancora. Quando ne vedo uno bellissimo è come se stessi guardando una persona, sento le farfalle allo stomaco».

Foto: Griffin Lotz per Rolling Stone US

Quando non si innamorava di sicomori e querce, suonava il violoncello. Quando aveva 13 anni a un campus estivo dedicato ai quartetti d’archi ha conosciuto Barbaglia. «Era tutta gente seria e secchiona, Clari era la più cool del gruppo», ricorda la bassista e violista, cresciuta a Londra. «Io ero l’amica londinese di Clari e Clari era la mia amica del villaggio. Siamo entrate subito in sintonia».

A casa Freeman-Taylor ascoltava molto folk, da Laura Marling a Leonard Cohen, e iniziava a scrivere canzoni. Candelabra, che è nel nuovo album, è apparsa originariamente in un EP registrato con un microfono portatile nel bosco. «Era il momento in cui gli uccelli si stavano risvegliando, facevano dei cori meravigliosi».

All’epoca il suo strumento preferito era l’ukulele baritono («Ho cercato di convincerla a chiamare il suo progetto solista Clari and Her Bari», dice Barbaglia), ma nel giro di pochi anni si è appassionata di rock e ha cominciato a suonare la chitarra. Quando nel 2022 ha ottenuto un ingaggio in un pub del sud di Londra chiamato Cavendish Arms ha portato con sé Barbaglia e Addison, un amico dell’Hertfordshire. Sono poi arrivati altri concerti, molti al Windmill, un pub piccolo e anonimo di Brixton diventato famoso per aver lanciato alcune delle band più note della scena britannica, tra cui Squid, Black Midi e Black Country, New Road.

«La nostra è diventata quasi una residenza non ufficiale: in pratica aprivamo noi tutti i concerti», ricorda Barbaglia. «Ogni volta che nel cartellone si liberava uno spazio, arrivavamo noi. Ho un sacco di ricordi di noi che portiamo l’attrezzatura sulla metro».

Il nome Mary in the Junkyard è un’idea di Freeman-Taylor, le sembrava poetico, salvo poi rendersi conto che descriveva perfettamente i contrasti sonori presenti nella loro musica. «Il nostro suono è proprio così», dice Addison, «è un po’ Mary e un po’ junkyard. La pulizia e la bellezza, ma anche lo sporco e il rumore». Il nome ha creato qualche piccolo equivoco circa l’identità della cantante. «Una volta ero tra il pubblico a un festival e qualcuno mi ha detto: “Sei tu Mary?”», racconta ridendo. «Ho detto di no e me la sono svignata».

New Muscles (Official Video)

Dopo aver pubblicato nel 2024 un EP prodotto da Richard Russell, il fondatore della XL Recordings, ed essere stati apprezzati al SXSW nella primavera del 2025, sono tornati a casa per registrare Role Model Hermit in estate. Hanno lavorato col produttore Oli Bayston nel suo studio dell’est di Londra scarnificando il sound: la voce quasi sussurrata e le parti di chitarra di Freeman-Taylor si intrecciano con gli archi mutevoli di Barbaglia e con il ritmo costante di Addison, creando un incantesimo irresistibile. È un debutto notevole, destinato ad affascinare tanto gli appassionati di PJ Harvey e Radiohead quanto chi segue le novità più interessanti dell’underground britannico.

«Bayston è stato bravissimo a gestire le nostre idee, a ridimensionarle quando serviva, ma allo stesso tempo a farci sentire liberi di esprimerci», spiega Barbaglia. «Ci chiedevamo: quanto poco possiamo aggiungere per ottenere il massimo?».

Lo scorso autunno hanno suonato negli Stati Uniti aprendo per le Wet Leg. Tornate nel Regno Unito, Freeman-Taylor e Barbaglia hanno organizzato un incontro per convincere Addison, che era tornato a vivere con la famiglia dopo aver conseguito una laurea in letteratura inglese, a ritrasferirsi a Londra (è l’unico membro della band ad aver concluso gli studi universitari e ha dedicato la tesi allo scrittore proto-comunista del XVII secolo Gerrard Winstanley, oltre ad avere lanciato un blog musicale).

Foto: Griffin Lotz per Rolling Stone US

Ora stanno lavorando alla costruzione di un loro spazio-studio, in pratica una sola stanza, parzialmente insonorizzata, dove hanno scritto gran parte del secondo album, e riflettono su come creare quella che definiscono una «sfera protettiva», capace di custodire il loro legame.

Tutto è iniziato con un oggetto vero e proprio. «Abbiamo comprato questa grande sfera di vetro e ci siamo detti: rappresenta la band, dobbiamo proteggerla», racconta Barbaglia. «Due settimane dopo la sfera era già rotta. Non sapevamo che David l’avesse buttata via».
«Già», interviene Freeman-Taylor fingendosi sconvolta. «Ha buttato via la sfera».
«Non sono stato io», protesta Addison, «è stato il nostro coinquilino».

Più recentemente hanno sperimentato concerti con il pubblico disposto tutt’attorno, per ricreare quella sensazione “sferica”. «Ci siamo resi conto che la sfera non è un oggetto fisico che compri in un negozio», dice Barbaglia.
«È come Dio», dice Freeman-Taylor. «Non la puo disegnare».
Barbaglia annuisce. «Quando c’è, lo capisci».

Da Rolling Stone US.