Salvata in una casa di cura: la storia della figlia di Chris Cornell | Rolling Stone Italia
Musica e sanità mentale

Salvata in una casa di cura: la storia della figlia di Chris Cornell

La confessione di Lily Cornell Silver, nata dal matrimonio del cantante dei Soundgarden con la manager Susan Silver: il timore di essere giudicata prima di intonare una nota, il doppio lutto, la depressione, il ritorno alla musica

Salvata in una casa di cura: la storia della figlia di Chris Cornell

Lily Cornell Silver

Foto: Mat Hayward/Getty Images

L’idea di fare musica metteva a disagio Lily Cornell Silver.
«Pensavo che non sarei mai riuscita a essere all’altezza», dice pensando al padre Chris Cornell dei Soundgarden. «Mi sembrava una cosa sacra». Poi però nell’autunno del 2021, mentre frequentava il college nella California meridionale, i suoi amici Luis Verdin e Alex Albrecht l’hanno convinta a mettere in piedi una band. «Per la prima volta, per usare un termine tipico della terapia, ho fatto opposite action. Mi sono detta: non credo di essere sufficientemente brava, ma so che questa cosa mi renderà felice e quindi la farò».

Il gruppo, con alla batteria Graham Derzon-Supplee, che come Silver è legato alla zona di Seattle, si chiama Josie on the Rocks. Dopo il Covid, mentre affrontava problemi di salute mentale e continuava a elaborare il lutto per la morte del padre, la band le ha dato uno scopo. «Mi ha salvata, mi ha dato qualcosa da fare ogni giorno facendomi uscire dalla mia testa e dal mio piccolo mondo». Poi però è arrivata una nuova tragedia. A luglio 2022, poche settimane dopo che le riprese del video di Not You, Derzon-Supplee è morto annegato. La venticinquenne, che già conduceva il podcast sulla sanità mentale Mind Wide Open ospitando musicisti ed esperti, si è fatta ricoverare per fare terapia. La prospettiva inizialmente la terrorizzava, ma alla fine l’ha aiutata a ritrovare se stessa.

Ora i musicisti della band vivono in città differenti e fanno musica separatamente – Silver si occupa anche del management dei Brudi Brothers – ma di recente hanno pubblicato Not You e un altro pezzo intitolato Super Sonic. Sono un modo per rendere omaggio all’amico. «Il sogno della band si stava realizzando quando Graham è morto. Ci siamo ritrovati devastati e confusi a raccogliere i pezzi», dice Albrecht, il bassista «Provo una gratitudine senza fine verso Lily e Luis per l’amore e la compassione che ci siamo dimostrati in questi anni».

Qui Silver racconta in prima persona come la terapia e il tempo l’hanno aiutata a trovare la serenità necessaria per confrontarsi con quel periodo della sua vita. (Kory Grow)

Al college uno dei miei migliori amici delle superiori era in stanza con Graham. Ho capito che dovevo conoscerlo meglio quando l’ho visto seduto su un pouf, con ai piedi delle Crocs e addosso un plaid con le maniche intento a leggere il National Geographic. Mi ha chiesto se volevo vedere le sue lucertole. Nel campus ce n’erano tantissime e lui andava in giro a catturarle e portale in camera sua, dove aveva allestito dei piccoli terrari.

Sapeva ascoltare le persone ed era incredibilmente curioso. Sono una che tende ad aprirsi poco sulla mia famiglia e su mio padre, a meno che non sia con qualcuno che conosco bene, eppure lui riusciva a fare domande che, in bocca a qualcun altro, mi sarebbero sembrate invasive. Le faceva lui e non mi davano mai fastidio, si capiva che nascevano da una curiosità genuina e sincera, da un vero desiderio di conoscenza. Con lui sono diventata un’amica più aperta e di conseguenza una musicista più spontanea. L’unica volta che ricordo in cui si è arrabbiato è stato quando ho detto che trovavo una certa persona noiosa. Per lui era semplicemente impossibile che qualcuno fosse noioso.

Graham era il cuore della band e un batterista incredibile con un gran senso della melodia. Quando scrivevamo e sentiva una nota che voleva cambiare, mi sedevo al piano a suonare la scala cromatica finché non mi fermava sulla nota che voleva sostituire. Qualità prima della velocità. Era sicuro, aveva opinioni forti e un entusiasmo senza limiti per la musica.

Josie on the Rocks - Not You (Official Music Video)

Ho combattuto per una vita il desiderio di fare musica. Sentivo la pressione, pensavo che se mai avessi deciso di dedicarmi alla musica in qualsiasi forma, ci sarebbero state su di me aspettative eccessive. E dopo la morte di mio padre, la cosa sarebbe stata inevitabilmente legata al trauma della perdita. Non ho mai rivelato pubblicamente che stavo in una band perché mi divertivo e avevo paura di rovinare una cosa che consideravo sacra esponendomi al giudizio di persone che si fanno un’opinione su di me prima ancora di sentirmi cantare. La fiducia che Graham aveva in me mi ha convinta a ignorare la pressione e fare musica semplicemente perché la amo. Suonare dava a lui, ad Alex e a Luis così tanta gioia che mi ricordava che la musica non doveva per forza portarsi appresso tutto quel peso.

Not You è stata la prima canzone che abbiamo scritto assieme. È la rappresentazione della nostra unione. Parla di chiunque ti abbia fatto del male senza un motivo, cosa in cui quasi tutti si possono identificare. L’altra canzone, Super Sonic, è un omaggio alla squadra di basket che Seattle ha perso, i SuperSonics, una cosa con cui probabilmente meno persone possono identificarsi, ma mi emoziona comunque. Il video di Not You l’ha fatto Hope Alexander. Abbiamo finito di girarlo a luglio 2022, meno di una settimana prima che Graham morisse. Poterlo rivedere mentre suona con noi è un grande regalo.

L’incidente a Graham è stato assurdo e inaspettato. Non abbiamo avuto altra scelta che aggrapparci gli uni agli altri. Proprio questo fine settimana ho cenato con i suoi genitori e con suo fratello (il musicista Cory Derzon, ndr). L’ho trascinato coi suoi amici a un festival di musica balcanica a Seattle. Il giorno in cui Graham è morto, nel mezzo dello shock e del trauma, i suoi genitori hanno detto a Luis, Alex e a me che ci avrebbero adottato e da allora siamo diventati come una famiglia. La famiglia di Graham ha mostrato più cura e altruismo di quanto pensassi fosse umanamente possibile in una situazione del genere.

Un mese dopo la sua morte, io, Alex, Luis e la maggior parte degli amici di Graham abbiamo iniziato l’ultimo anno di college. All’inizio organizzavamo cene o ci vedevano apposta per parlare di lui. Nell’immediato di una perdita la gente tende a vivere il lutto più o meno nello stesso modo, ma col passare del tempo le persone hanno bisogno di elaborarlo in modi diversi. Per alcuni è meglio distaccarsene, per altri l’unica cosa è parlarne. In entrambi i casi ti può far sentire molto sola.

Fare il mio podcast Mind Wide Open mi ha aiutata a elaborare il dolore per la perdita di mio padre e di altre persone che amo. L’obiettivo era contrastare le difficoltà di accesso alle cure per la salute mentale creando una risorsa gratuita con esperti e personaggi pubblici disponibile a chiunque ne avesse bisogno. Attraverso le interviste ho imparato tantissimo anche a livello personale. Ho creato un legame profondo con Taylor Momsen dei Pretty Reckless. Era in tour con i Soundgarden quando mio padre è morto e voleva molto bene e lui e alla band. Una delle cose principali di cui mi ha parlato è stata la morte in un incidente del suo caro amico e produttore Kato Khandwala. Per mesi non ha più ascoltato dischi e questo ha cambiato completamente il suo rapporto con la musica. È stata una delle prime persone con cui ho parlato dopo la morte di Graham e ancora oggi è una presenza costante e bellissima nella mia vita.

Foto: Jovelle Tamayo per Rolling Stone US

Qualche mese dopo il ritorno al college ho dovuto operarmi per una caviglia rotta. Non poter camminare significava restare molto più tempo da sola coi miei pensieri. Sono sprofondata piuttosto velocemente nella depressione. Non credevo più all’idea che le cose accadono per una ragione e non riuscivo a trovare uno scopo nella vita sapendo che puoi perdere cose fondamentali senza motivo alcuno. Avevo attacchi di panico, non riuscivo ad andare avanti. L’unica cosa che volevo era finire il college insieme alla mia comunità, gli amici di Graham. Mia madre (Susan Silver, manager degli Alice in Chains e dei Soundgarden, ndr) è venuta al campus per aiutarmi a prendermi cura di me. È una santa. Chiunque l’abbia incontrata sa che è probabilmente la persona più generosa e paziente che esista. Cercava disperatamente il modo giusto per aiutarmi e secondo due diversi psichiatri la soluzione migliore era il ricovero in una struttura. La mia prima reazione è stata: non se ne parla. Volevo andare avanti e finire il college, ma avevo anche interiorizzato uno stigma rispetto a quel tipo di cure.

Mi considero una di mentalità aperta quando si parla di salute mentale, ma l’idea di entrare in una struttura mi faceva sentire male con me stessa e per l’immagine di me che davo agli altri. Non volevo essere il tipo di persona talmente “guasta” da dover andare via e isolarsi dal suo ambiente per curarsi. L’unica persona della mia età che avevo sentito parlare pubblicamente della sua esperienza in una struttura del genere era Eileen Kelly nel suo podcast Going Mental. A dire il vero, in quel momento non ricordo nemmeno cosa avesse detto della sua esperienza, ma sapere che una persona che mi piaceva lo aveva fatto e ne era uscita rendeva la prospettiva meno terrificante. Alla fine ho trovato un programma di cura grazie a un amico di famiglia. So che sembra un cliché, ma mi ha letteralmente salvato la vita. La barriera d’accesso a programmi del genere è altissima e sono incredibilmente fortunata ad aver avuto le risorse per farlo, oltre a trovarne uno che fosse adatto a me a livello personale.

La donna che dirige il programma ha una formazione in neurobiologia. È riuscita a spiegarmi cosa stava succedendo dentro di me – chimicamente, biologicamente, neurologicamente – in un modo sia empatico che razionale. Mi ha aiutato avere una comprensione clinica di ciò che stava accadendo nel mio sistema nervoso e della risposta da stress del tipo fight/flight/freeze. Mi ha dato un po’ di tranquillità. All’inizio imploravo di poter fare terapia senza essere ricoverata. Sono stati gentili e realistici e mi hanno spiegato che essere ricoverati non significa essere una causa persa. Aiutavano le persone anche con le cose più basilari della vita quotidiana come i pasti e la somministrazione dei farmaci. Non volevo ammetterlo, ma ne avevo bisogno.

Quando ho iniziato la terapia ero certa di due cose: non sarei rimasta in quel posto più di un mese e non mi sarei fatta amici. Mi sbagliavo su entrambe. Ho incontrato persone speciali, riflessive, divertenti e capaci di fare spazio alla sofferenza degli altri pur vivendo la propria. Col senno di poi è ovvio: quando sei nel punto più basso sviluppi grande empatia per chi si trova nella tua stessa situazione. Ho finito per svolgere gran parte della mia tesi universitaria mentre ero ricoverata. Non potevo essere al campus per una delle prime presentazioni che ho fatto ad altri pazienti lì. Probabilmente era noiosissima e pensarci ancora oggi mi viene da piangere di gratitudine.

C’era anche un programma di musicoterapia un paio di volte alla settimana. Un musicista veniva e guidava un gruppo di pazienti con l’obiettivo di scrivere una canzone insieme. Nessuna grande aspettativa, solo musica fatta tutti assieme. C’erano persone che non avevano mai toccato uno strumento o che erano stonate, e un paio di musicisti professionisti. Di solito riuscivamo comunque a scrivere una canzone entro la fine della sessione e a registrarla.

La prima volta che sono andata al gruppo di musicoterapia avevo ancora con le stampelle. Capisci che la situazione è tosta quando gli altri pazienti di un programma di salute mentale si preoccupano per te. Ero riluttante ad andarci perché il dolore connesso alla musica era ancora fortissimo, ma uno dei terapeuti mi ha incoraggiata. Abbiamo scritto assieme una canzone, io alla voce e al pianoforte. Finita la session, mi sono alzata e sono uscita dalla stanza. A metà corridoio mi sono resa conto che non avevo le stampelle. Mi ero dimenticata che non potevo camminare. La musicoterapia mi ha aiutata tantissimo a ricentrarmi nel mio corpo e nel mondo.

Quando ho iniziato il mio podcast nel 2020 erano passati tre anni dalla morte di mio padre. Sono pochi. Alla fine ho capito che avevo bisogno di allontanarmi dal progetto perché non riuscivo più a sostenerlo dal punto di vista emotivo. Fare il podcast mi ha aiutata a capire, una volta ricoverata, che il fatto di averne bisogno non significava che ne avrei avuto bisogno per sempre. Dovevo accettare quello che provavo, me lo diceva il corpo, non avevo scelta.

Col passare degli anni io, Alex e Luis siamo rimasti uniti come una famiglia. Il periodo più bello della mia vita l’ho passato con loro e con Graham, voglio a tutti loro un mondo di bene. Nell’ultimo anno abbiamo parlato di quanto sarebbe stato bello portare nel mondo una traccia di Graham, qualcosa di cui lui era orgoglioso, ora che il trauma non è più così fresco.

Non credo che dopo la morte di qualcuno sia sempre utile guardare le cose pensando a cosa avrebbe o non avrebbe voluto. Mi sono sentita ripetere spesso «tuo padre lo avrebbe voluto», ma è una frase che può fare più male che bene. Però, per contraddirmi bellamente, credo che Graham ci rimarrebbe male se sapesse che la nostra musica è finita quando lui se n’è andato. Era entusiasta all’idea di pubblicarla. Voglio che le persone possano ascoltarla, vedere Graham suonare la batteria e sentire le canzoni di cui è stato parte. Pubblicare questa musica è una nuova fase dell’elaborazione del lutto.

Che tu creda o meno che ogni cosa accade per un motivo preciso, l’unica cosa che puoi controllare sono le tue azioni. Pubblicare questa musica è stato un modo per dire: è successo il peggio, ma continueremo a creare arte, fare musica e offrirla al mondo.

Da Rolling Stone US.