‘Rush!’, i Måneskin sbirciano sotto la gonna dello show biz | Rolling Stone Italia
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‘Rush!’, i Måneskin sbirciano sotto la gonna dello show biz

Viaggio nella babilonia rock della band romana, tra irrefrenabile voglia di sesso, cocaina, stalker, fighetti e poseur. Basta non prenderli troppo sul serio

Måneskin

Foto press

C’è una scena pazzesca nella prima mezz’ora di Babylon, il film extralarge di Damien Chazelle sulla nascita della fabbrica dei sogni. È una festa esagerata in una villa nel deserto californiano. C’è la bella gente di Hollywood, ma anche delinquenti, imbucati, puttane. Ci sono balli sfrenati, sesso in quantità, risse, montagne di cocaina, addirittura un elefante. E c’è soprattutto una pulsione vitale potente.

In un’ipotetica versione contemporanea di quella scena, in un angolo potrebbero starci i Måneskin. Lo si capisce ascoltando Rush!, il loro terzo album (se non si conta l’EP Chosen), il primo dopo il boom internazionale. Se lo prendi troppo sul serio, se cominci a smontarlo in modo razionale, a cercare i riferimenti che non sono mai troppo nascosti, finisci per criticare la sostanziale mancanza d’un linguaggio musicale originale, la carenza di fascino, l’assenza di creatività d’alto livello. Se lo prendi con leggerezza, per quel che è, Rush! è un giro in una di quelle feste orgiastiche. Il bello è che a raccontarci la babilonia rock per una volta non sono star americane o inglesi, ma quattro kids from Rome finiti lì per il più impensabile, spettacolare, inatteso allineamento dei pianeti nella storia del rock in Italia. E perché l’hanno fortemente voluto, certo, e si sono giocati bene le loro carte, come Nellie LaRoy nel film di Chazelle.

Sulla copertina di Rush! una modella spicca un salto e i quattro musicisti, sdraiati sotto di lei, guardano in alto ognuno con una diversa espressione. C’è chi è divertito da quel che vede, chi è incuriosito, chi è turbato, chi addirittura si gira dall’altra parte, forse schifato. Mi piace interpretarla così: sono i Måneskin che sbirciano sotto la gonna dello show biz e nelle 17 canzoni del disco raccontano cos’hanno visto. Lo fanno con uno sguardo divertito, disincantato e grazie al cielo ironico.

Il sesso è un’ossessione pressoché totalizzante. Come in Timezone, incentrata sul pensiero di “scoparti stasera” nonostante migliaia di chilometri separino il cantante dalla sua ragazza. In Bla Bla Bla il protagonista ne porta a casa una, ma è troppo ubriaco “e non mi viene duro”. In Baby Said un amante un po’ logorroico viene redarguito: “Chiudi la bocca e leccamela”. C’è anche una quantità non modica di droga, dalla cocaina all’erba fino a un diamante di Lucy (ricorda qualcosa?) che si fatica a interpretare in senso letterale. Dopo aver detto nel post Eurovision «noi non ci droghiamo», un po’ d’ambiguità non guasta. Damiano si definisce “un domatore di leoni dalla condotta indecente” che “fa l’amore col pericolo”, ma è anche uno che si masturba sotto la doccia pensando a lei. In quanto a Vic, “so che pensi sia una hot chick, ma spiacente, a lei piacciono le hot chicks”.

Lo sguardo dei Måneskin abbraccia anche la parte vacua del mondo che si sono trovati a frequentare, quasi a suggerire che in mezzo a quel marasma non hanno perso la bussola morale. Ad esempio in Supermodel, che non racconta d’una supermodella anni ’90 come sembrerebbe, ma d’una ragazza dei nostri giorni che aspira a diventare tale, bazzica le feste e pensa solo al denaro. O in Gossip, un pezzo sulla cultura della performance e sul circo di bella gente che finge d’essere felice. “Ho girato il mondo, visto gente e no, non è come lo immaginavo”, canta Damiano in La fine.

Ascoltando certi passaggi di Rush! ho immaginato un Terence Fletcher che incita i Måneskin a suonare più forte, sempre più forte. L’album è a tratti volutamente sopra le righe, eccessivo e a volte sì, anche ridicolo nella totale mancanza di sottigliezza e cultura underground. Sono i momenti migliori. Perché è quando perdono ogni inibizione, quando mettono da parte l’ambizione di scrivere la grande canzone d’amore, che sia per una ragazza o per una madre a cui restituire col duro lavoro Il dono della vita (quanta retorica), quando insomma sono spudoratamente stupidi e contagiosi che i Måneskin danno il meglio e ci fanno sentire la pulsione vitale che a volte manca al rock, anche a quello fatto bene. Ed è forse anche per questo che i pezzi in italiano, quelli più articolati, funzionano meno. Sono tre, raggruppati verso la fine. Uno s’intitola Mark Chapman, come l’assassino di John Lennon, e racconta di uno e di una fan stalker, chissà se per esperienza personale.

Di Max Martin c’è meno di quel che uno s’aspetta. Stando ai crediti a mia disposizione, il disco è prodotto soprattutto dal gruppo con Fabrizio Ferraguzzo (nove canzoni su diciassette) e da Rami Yacoub (sette) e solo marginalmente da Martin (tre canzoni, tutte peraltro con Yacoub; una è fatta dagli svedesi Mattman & Robin). Tutti i pezzi tranne cinque sono scritti con co-autori professionisti (tra cui lo stesso Martin), come usa nel pop internazionale e sempre più anche nel rock. Col risultato che alcune canzoni hanno otto autori non solo per le musiche, ma anche per i testi in lingua inglese. I Måneskin avranno tradito l’idea romantica del gruppo rock solo contro il mondo intero, ma hanno fatto bene: Rush! è il loro album migliore, a meno che non vi piacciano cose come Coraline. Dopo il successo globale, i Måneskin sono migliorati e hanno spinto verso un suono volutamente appariscente, con dentro un po’ di funk (Feel, per citarne una, sembra un esercizio su come Jack White potrebbe suonare Make Me Feel di Janelle Monáe), ritornelli elementari fatti per essere canticchiati al primo ascolto, timbri chitarristici marcatissimi e una ritmica rimbombante che in certi passaggi, come nella coda di Gasoline, rendono bene.

Non è rock come controcultura o anche solo come sottocultura. È rock come spettacolo. C’è sempre stato e sempre ci sarà. E non è cool. Del resto, stando a Damiano i Kool Kids non sono poi tanto fighi. “Eat my shit”, dice il testo della canzone che fa il paio con lo sfogo contenuto in La fine (“Mi hanno trattato come un santo e poi giudicato, guardato male come se fossi pregiudicato”) e con quello di Bla Bla Bla: “Dici che sono brutto e che la mia band fa schifo. Una mia canzone ha appena raggiunto il miliardo di stream, perciò baciami il cu-cu-cu-cu-cu-culo”.

Resta il fatto che i quattro prendono dai modelli a cui si rifanno l’aspetto diciamo così epidermico, i timbri portati all’estremo, quasi al sovraccarico che diventano la rappresentazione sonora di quel che gli anglofoni chiamano swagger. Certe canzoni sono a tratti eccessive, magari un po’ volgarotte, prive del senso di minaccia o mistero. Persino quando cantano di morte, come in The Loneliest, hanno qualcosa di compiaciuto. A un certo punto Damiano si mette a cantare con un incredibile accento inglese, manco fosse uno degli Sleaford Mods. Li salva l’ironia, l’elemento che manca dal dibattito (ma che dico: è un derby) che li riguarda. Poi, sì, Rush! è un album del 2023 e quindi somiglia a una playlist compilata pensando alle passioni musicali dei quattro. È anche figlio dall’idea che ormai i confini tra generi e sottogeneri si sono dissolti, anche nel rock.

Per comunicare chi sono nell’epoca di Spotify, i Måneskin hanno bisogno di tutto quel che è anche attorno alla musica. Sta anche lì o forse soprattutto lì la loro capacità di cogliere un aspetto rilevante della contemporaneità. Passando anche attraverso la moda, il costume, la rappresentazione del sesso, sono stati in grado di veicolare la conversazione sui corpi e sul gender nel mainstream con uno stile, il rock da classifica, che s’era atrofizzato e sembrava incapace di dire alcunché sul mondo in cui viviamo.

Mentre altre band arrancano nel tentativo di blandire un pubblico che è cambiato, i Måneskin non devono fare grandi sforzi per soddisfare i fan. Sono nati così, devono solo imbellettarsi e non nascondere elementi che li distinguono dai rocker cresciuti con tutt’altra sensibilità. Non hanno fatto niente di nuovo, ma l’hanno fatto nel momento giusto, quando i vecchi amanti del rock avevano rimosso gli aspetti pacchiani, populisti e ipersessualizzati, e i nuovi erano pronti al tipo d’eccitazione che i kool kids “che ascoltano solo pop e trap” non conoscono.

I Måneskin fanno musica derivativa, imperfetta e risaputa alle orecchie di chi ha ascoltato tanti dischi, ma se non altro intendono il rock come corpo vivo, non come cadavere eccellente da vegliare.

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