È stato un anno intenso per Andrew Watt, che ha lavorato come produttore e co-autore con autentiche leggende della musica. Ha prodotto The Boys of Dungeon Lane di Paul McCartney e Foreign Tongues dei Rolling Stones (aveva fatto anche Hackney Diamonds), ha co-prodotto Returning to Myself di Brandi Carlile e due canzoni di Confessions II di Madonna. Sulla scia della collaborazione per Mayhem ha lavorato con Lady Gaga a nuove canzoni, tra cui alcune Il diavolo veste Prada 2. E poi, ha co-scritto e co-prodotto I Played the Fool di Michael Stipe e sta lavorando con l’ex frontman dei R.E.M. al suo attesissimo primo disco solista. In agenda c’è anche un nuovo album con Elton John. Ne ha parlato in una puntata di Rolling Stone Studio. Ecco alcuni dei passaggi più interessanti della conversazione.
Sta lavorando al prossimo album di Elton John
Siccome Elton John ha perso buona parte della vista, hanno dovuto reinventare il suo modo di scrivere. «Com’è noto, Elton di solito scriveva le musiche partendo dal testo», spiega Watt. «Sta affrontando la vita in un modo completamente diverso da prima e, mio Dio, lo spirito di quest’uomo non ha eguali. Il 99,9999999% delle persone si sarebbe arreso, lui invece va avanti. Vuole continuare a fare musica e quindi ci siamo adattati. Abbiamo ribaltato il procedimento. Lui è uno dei più grandi autori di melodie di sempre, gli mettiamo su una base di batteria che gli può trasmettere una certa sensazione e lui ci suona sopra, inventa prima le melodie, trova un’atmosfera. Oppure è lui a proporre: “Facciamo qualcosa che abbia il sound di un grande disco soul”. E anche Bernie ha un’immaginazione straordinaria, quindi ascolta la bozza di melodia fatta da Elton e sviluppa delle idee a partire da quella. Elton è un maestro nel mettere le parole di Bernie sulla musica e quindi una volta che ha scritto il testo, glielo mostriamo su uno schermo enorme. Elton lo scorre con lo sguardo, decide dove vuole inserire le parole e procede poco per volta».
Michael Stipe è incredibilmente severo con se stesso
«Lavora sodo, si mette sotto pressione, ma in modo sano. L’ho visto scrivere dei testi, buttarli via e riscriverli, sempre seguendo il suo istinto. Penso che voglia essere sicuro di dire esattamente quello che vuole e ottenere un suono che sia quello che ha in mente. Sta lavorando con persone diverse, sperimenta basi musicali di vario tipo. È uno dei più grandi di sempre: un grande autore di canzoni, un grande paroliere, un grande melodista. Ed è molto piacevole stare in sua compagnia».
Guardare McCartney è stato come andare all’università
«Per lui è estremamente importante avere del tempo da solo. Ritirarsi spesso in uno spazio piccolo e scrivere, portarsi a casa le cose, lavorare di mattina. Non ha paura di niente. In un certo senso mi ha insegnato il suo metodo di lavoro. Può ricavare una canzone da qualsiasi cosa, poi magari cambia direzione e forma un milione di volte. Magari arriva una sezione rock, quindi una parte di chitarra blues. Era un po’ come se mi stesse dicendo: “Ti faccio vedere come possiamo usare lo studio”. Gli piace anche interpretare dei personaggi, come in Rocky Raccoon. La sua immaginazione non ha eguali. Come Mozart, capisci? Girava per lo studio, passando da uno strumento all’altro. Vederlo arrangiare le voci dei cori è stato incredibile: lo fa al pianoforte oppure con la chitarra in mano davanti al microfono, prova le note cantandole, le sceglie e le dispone nell’arrangiamento. È straordinario nel trovare la parte perfetta per ogni strumento, senza mai farti pensare che suona uno strumento peggio di un altro. Suona come se a suonare tutti gli strumenti fosse un maestro. Sembra una band».
Ha fatto il “direttore d’orchestra” degli Stones
Durante le registrazioni del loro album, Watt si metteva nella stessa stanza della band e indicava le diverse sezioni dei brani come un direttore d’orchestra. «Quando registravamo, ero sempre nella sala di ripresa, vicino a Keith con Mick proprio davanti a me. Mi mettevo in quel cerchio per osservare come interagivano. Con una band del genere non vuoi che il processo diventi una fatica. C’è della magia. Se hai visto un concerto degli Stones, sai cosa accade quando raggiungono un momento magico. Il mio compito era prendere un microfono e indicare le sezioni. “Sezione B… ok, torniamo alla sezione A… chiudiamo così”. Loro suonano il pezzo che hanno creato e io lo arrangio mentre succede, in quel preciso istante». Ci sarà un altro album degli Stones? «Non lo so. Non sapevo nemmeno se ce ne sarebbe stato un altro dopo il primo. Se mi chiamano, io ci sono. Stare loro a fianco è il più grande onore della mia vita».
Ecco perché non si è fatto l’ultimo album dei Black Sabbath
Tony Iommi ha detto di aver rinunciato a registrare un ultimo album dei Sabbath perché Watt era «troppo entusiasta» all’idea. Secondo il produttore, non era serio. «Mi conoscete. Sono decisamente uno che si entusiasma, sia come musicista che come persona. Quindi è un’affermazione vera, ma non è per questo che il disco non si è fatto. Ozzy mi aveva detto: “Facciamo un album dei Sabbath”. E poi: “Non ne abbiamo fatto uno con Bill Ward”. Come faceva sempre, mi ha dato gli ordini: “Chiama Tony, poi Geezer, quindi Bill”. Così ho chiamato Tony. Gli ho chiesto se gli andava di farlo e lui: “Mi sembra una bella idea, se Bill accetta”. Geezer ha detto la stessa cosa: “Se Bill accetta, sì”. Tutto ruotava intorno a quel “se Bill accetta”. Quindi ho parlato con Bill ed è stata una delle conversazioni più strane, divertenti e belle allo stesso tempo, perché si tratta di Bill Ward». Alla fine il batterista «non è riuscito a partecipare all’album per motivi personali», facendo saltare il progetto. In quanto al commento di Iommi, «penso che mi stesse prendendo in giro, il che va benissimo».
Ci sono piani per gli inediti di Ozzy
Watt conferma di aver lavorato a canzoni inedite di Ozzy Osbourne e che esistono «in un certo senso» dei piani per quei brani. «Ci sono alcune canzoni che abbiamo realizzato per un motivo preciso e questo è tutto quello che posso dire. Faccio fatica ad ascoltarle. Non le ho più messe su». La sera prima dell’ultimo concerto di Osbourne «abbiamo ascoltato quello che avevamo fatto, prendendo degli appunti. Quella sera e il giorno dopo sono state le ultime volte in cui l’ho visto, ma abbiamo passato una bellissima serata ad ascoltare musica e abbiamo parlato di tante cose. Mi manca ogni giorno».
Ha fatto da tramite fra Madonna e Charli XCX
«Le ho messe in contatto con un messaggino di modo che potessero conoscersi e parlare prima ancora di mettersi a fare un disco insieme. Dovevano diventare amiche, sono entrambe fantastiche, persone speciali. Ero a un matrimonio con Charli e le ho chiesto: “Hai mai incontrato Madonna?”. E lei: “No, non ci conosciamo”. Ho pensato che fosse una cosa che doveva succedere».
Danceteria è nato dai racconti di Madonna sul club di downtown New York dove per lei è cominciato tutto. «Ti guardavi attorno e vedevi Nile Rodgers o David Byrne», dice Watt. «Così abbiamo messo su la base e lei ha cominciato a raccontare la sua vita. È la storia delle sue origini». Per il remix, spiega, «Charli ha registrato la sua parte, poi hanno lavorato insieme al brano e alla produzione. È un pezzo completamente diverso dall’originale».
Ha pianto in studio con la «sorella maggiore» Lady Gaga
«La sensazione più bella del mondo è lavorare a un progetto con un artista e una volta arrivati alla fine essere tristi perché ci si mancherà, e poi ricevere una sua chiamata in cui ti dicono: “Facciamo altra musica”. Io e lei abbiamo origini simili. Siamo entrambi di New York. Siamo cresciuti suonando al Bitter End e frequentando le stesse strade e gli stessi ambienti, a un paio d’anni di distanza, quindi è come se fosse mia sorella, una sorella maggiore di un paio d’anni. Quando ci mettiamo lì ad analizzare una canzone, anche se è un pezzo elettronico, ci mettiamo io alla chitarra e lei al pianoforte, seduti uno di fronte all’altra a lavorare sul brano, ed è una delle esperienze più belle della mia vita. Mi ha fatto piangere più volte».















